Università e formazione culturale in carcere attraverso la “valorizzazione della conoscenza”: le prospettive della Terza missione
1. “Contrasto alle Discriminazioni, Carcere ed Eguaglianza” è il nome di un progetto che la Sapienza sta portando avanti dal 2025 nell’ambito della sua attività di Terza missione e che ha tra gli obiettivi quello di riflettere e far riflettere sull’importanza della formazione culturale, quale strumento per restituire dignità alle persone recluse e combattere la recidiva. Queste note hanno anzitutto lo scopo di illustrare l’importanza di questo obiettivo e di indicare i modi e i soggetti che dovrebbero portare al suo raggiungimento in base alle norme vigenti.
2. Il dato è allarmante: l’emergenza penitenziaria nel nostro Paese è “strutturale”. Gli eventi drammatici che si susseguono nei contesti carcerari, caratterizzati dal sovraffollamento fino al 250% rispetto alla reale capacità delle varie sedi, dal significativo numero tra suicidi, tentati suicidi e morti ancora da accertare, oltre che dalla carenza di educatori e agenti della polizia penitenziaria, rendono evidente il fallimento del modello e richiedono un cambiamento di prospettiva a livello politico nel rendere la misura detentiva l’extrema ratio rispetto ad altre soluzioni possibili.
Il tema delle condizioni detentive deve essere sviscerato e portato all’attenzione della società che vive all’esterno, considerato che, secondo l’art. 27, terzo comma, della Costituzione, la finalità della pena non ha esclusivamente natura retributiva del male compiuto, ma deve tendere alla rieducazione del condannato. Deve cioè mettere in grado la persona di ritornare nella società in condizioni migliori.
Rieducare significa garantire un percorso di riflessione sui comportamenti devianti che si sono assunti ma anche fornire gli strumenti per (tendere a) ridurre quel divario sociale e culturale che l’ordinamento, per il tramite delle proprie agenzie educative, non è riuscito a colmare. Si tratta degli ostacoli di carattere economico, sociale, politico, e anche culturale, che è compito della Repubblica rimuovere, ai sensi dell’art. 3 Cost., i quali impediscono una esistenza libera e dignitosa e che spesso rappresentano le concause della delinquenza.
Il sistema penale deve rispecchiare questi principi, avere cioè un “volto costituzionale” (Corte cost., sent. n. 50/1980), nel mettere al centro la persona, consentirle il pieno godimento dei diritti, durante e dopo la detenzione, nel rispetto del principio della pari dignità sociale (art. 3, primo comma, Cost.).
L’attività trattamentale predisposta dall’ordinamento penitenziario è il dispositivo per garantire la rieducazione, secondo le norme della legge n. 354 del 1975. Elemento chiave del trattamento del detenuto è l’accesso all’istruzione, diritto sociale fondamentale, attraverso la scuola aperta a tutti, a parità di condizioni, per un accrescimento culturale (art. 34 Cost.).
Si tratta di un diritto, quello all’istruzione, che va inteso nella più ampia accezione, utile a promuovere la persona e la sua dignità, nel generare una coscienza critica e una capacità di analisi. Nell’ambito carcerario, il diritto all’istruzione fa perno sui Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA).
L’apprendimento in carcere, come tale, non va limitato ad attività professionalizzanti, orientate all’acquisizione di date competenze (pur utili alla ricerca del futuro lavoro). Deve invece abbracciare una tipologia di interventi e sollecitazioni ad ampio raggio, attraverso l’esposizione culturale della persona stessa a realtà e contesti diversi.
Una istruzione “disinteressata”, per dirla con Gramsci (A. Gramsci, “Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura”, in Quaderni del carcere, Editori Riuniti, Roma, 1971), volta anche a valorizzare la persona, a riattivare le sue capacità relazionali, al fine di ricostruire la propria identità su basi diverse, concorrendo, così, a superare lo stigma.
Per raggiungere questo risultato è necessario il coinvolgimento della società civile, attraverso la contaminazione tra le istituzioni. Si tratta della comunità educante, evocata dagli artt. 17 e 78 della legge sull’ordinamento penitenziario, comprensiva degli enti del Terzo settore, ma non solo.
L’apprendimento attraverso l’intervento esterno, che si affianca allo studio tra le mura carcerarie, valorizza la formazione culturale dei detenuti per la pluralità delle esperienze cui possono essere esposti. È un elemento della rieducazione, compatibile con il dato costituzionale, rinvenibile nel combinato disposto degli artt. 27 e 34 Cost., letti insieme al principio di promozione della cultura da parte della Repubblica, di cui all’art. 9 Cost. La cultura quale elemento di rafforzamento della personalità individuale e, al contempo, generatrice di consapevolezza dei comuni valori della convivenza civile (P. Häberle, Per una dottrina della Costituzione come scienza della cultura, Carocci, Roma, 2001).
3. Il percorso di recupero sociale dei detenuti passa dunque per il concetto di educazione a tutela dei diritti umani, come enfatizzato a livello internazionale ed europeo. In linea con i principi stabiliti dalla Convezione Europea dei Diritti dell’Uomo, le Regole Penitenziarie Europee (EPR) affermano che ogni carcere deve garantire a tutti i detenuti la fruizione di programmi educativi in grado di assicurare una formazione quanto più completa possibile, capace di soddisfare le esigenze e le aspettative di ogni singolo detenuto. L’8 aprile 2026, il Comitato dei Ministri degli Stati membri del Consiglio d’Europa ha approvato la Raccomandazione sull’educazione in prigione, attualizzando i contenuti di un precedente atto del 1989.
Il nuovo testo rinforza e sottolinea l’importanza dell’educazione da garantire in prigione, la quale deve essere considerata elemento fondamentale del percorso riabilitativo del detenuto alla stessa stregua del lavoro (e forse anche di più). I principi che vengono declinati nel nuovo testo desiderano fornire una guida agli Stati membri, in grado di orientare le rispettive organizzazioni penitenziarie nel promuovere e assicurare che l’apprendimento sia realizzato in continuità e coerenza con il percorso didattico già acquisito e che prosegua, ove necessario, anche dopo la detenzione.
La Raccomandazione, prendendo atto dell’evoluzione del panorama educativo, sia per i nuovi temi sia per le metodologie didattiche, promuove una concezione olistica dell’educazione che comprende l’apprendimento formale, non formale e informale, riconoscendo che tutte e tre le modalità contribuiscono alla riabilitazione, all’inclusione sociale e allo sviluppo dell’autonomia personale. Riconosce l’importanza di realizzare all’interno non solo le attività sportive ma anche corsi d’arte, di teatro, di scrittura creativa e di ogni altra disciplina che possa stimolare e arricchire le persone in privazione della libertà. Pone particolare enfasi sulla digitalizzazione delle strutture e sull‘acquisizione di competenze digitali, competenze per la vita, formazione professionale e apprendimento permanente.
La Raccomandazione riveduta riconosce che l‘istruzione in carcere non possa essere erogata dalle sole amministrazioni penitenziarie. Un‘offerta formativa efficace richiede una stretta collaborazione con i ministeri competenti in materia di istruzione, gli istituti di istruzione superiore, le Università, gli enti di formazione professionale, le biblioteche, le istituzioni culturali, le organizzazioni della società civile e altri attori del territorio. Tali partenariati contribuiscono a garantire la diversità, la qualità e la continuità delle opportunità educative, rafforzando al contempo i legami dei detenuti con la comunità e favorendo il reinserimento.
Nei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa, nonostante una estesa e diffusa normativa sul tema, sono ancora molte le difficoltà che ostacolano l’applicazione dei principi introdotti dalle regole europee e trasferiti nelle normative nazionali.
L’educazione, in molti sistemi penitenziari, incontra difficoltà ad essere realizzata. Risorse economiche limitate, mancanza di docenti qualificati, insufficienti strumenti digitali, restrizioni di accesso ai servizi educativi per ragioni di sicurezza, oltre ai pochi limitati accordi di collaborazione delle amministrazioni penitenziarie con le istituzioni educative e formative, rendono in molti casi parziale, ove non impossibile, la realizzazione di percorsi educativi sostenibili.
Al tempo stesso, alcuni Stati membri sviluppano approcci didattici innovativi, che dimostrano il potenziale trasformativo che i percorsi educativi in detenzione possono produrre.
4. Appaiono significative in questo contesto le esperienze di apprendimento educativo in carcere portate avanti dalle Università italiane. Esse comprendono sia le attività dei Poli Universitari Penitenziari (PUP) per garantire il diritto allo studio, sotto il coordinamento della Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Penitenziari – CNUPP (che mette in luce l’aumento della formazione universitaria in carcere); sia l’offerta socio-culturale legata ai progetti di Terza missione sviluppate da altre strutture, attraverso attività di espressione creativa, promozione della legalità, riqualificazione dei luoghi della detenzione, cliniche legali.
La Terza missione, o più correttamente la “valorizzazione della conoscenza”, è un compito istituzionale degli atenei introdotto dalla legge n. 240/2010 su impulso della Raccomandazione (UE) n. 2022/2415. Nasce per divulgare il trasferimento tecnologico e la conoscenza, quale nuovo capitale alla base della struttura economica e dello sviluppo sociale (conoscenza produttiva). Nel tempo accentua la dimensione culturale e sociale attraverso le attività di Public engagement, in cui ricade la relazione con il carcere.
Tra le iniziative di valorizzazione della conoscenza dell’Università La Sapienza orientate al carcere figura, tra le best practice, il richiamato progetto “Contrasto alle Discriminazioni, Carcere ed Eguaglianza”.
Il progetto offre laboratori tematici attraverso un approccio interdisciplinare per dimostrare come il carcere coinvolga diversi ambiti di studio e di approfondimento. La modalità di apprendimento utilizzata è informale e basata sull’utilizzo di materiale audiovisivo integrato. Le attività sono rivolte a studenti detenuti della fascia giovani-adulti, affiancati da gruppi di studenti dell’Ateneo coordinati dai docenti della Sapienza e sono finalizzate ad un apprendimento tra pari (peer learning), capace di innescare delle relazioni tra persone provenienti da contesti diversi e favorire nei partecipanti la consapevolezza del valore della formazione come leva di emancipazione personale. L’esperienza offre agli studenti della Sapienza la possibilità di maturare una diversa visione della realtà del carcere. Grazie al contatto diretto con i luoghi e le persone detenute, nonché con tutti coloro che orbitano nel mondo penitenziario, gli studenti acquisiscono una conoscenza di quel mondo non mediata e non stereotipata che allarga il loro sguardo.
L’attività di “valorizzazione della conoscenza” legata alla realtà penitenziaria, in definitiva, mira a creare una diversa consapevolezza sociale circa le condizioni detentive e richiama ad un fattivo impegno civile per produrre un cambiamento del contesto, nell’ottica di ridurre le discriminazioni e le diseguaglianze.