Notizie dal Mezzogiorno: si vede la crescita, non la trasformazione
Negli ultimi anni l’economia del Mezzogiorno è cresciuta significativamente, ma non si è innescato un suo processo di trasformazione.
Dal 2021 l’aumento del PIL del Mezzogiorno è stato maggiore della media nazionale. Nel 2021-2023 si è avuto un tasso di crescita migliore anche della media europea; nel periodo più recente la velocità dell’economia nazionale, e con essa quella del Sud, si è ridotta. Dunque, risultati discreti. Niente a che vedere con gli anni del “miracolo economico”; non paragonabile, alle recenti dinamiche della Spagna. Ma, d’altro canto, dati assai diversi, molto più positivi, di quelli stentatissimi degli anni Dieci. In larga misura inattesi.
Il dato migliora ancora se espresso in termini pro-capite, dato che la dinamica totale della popolazione al Sud è peggiore della media nazionale, a causa dei fenomeni migratori; e ancor più di quella europea, e spagnola in particolare. Con i limiti da tempo ben noti, l’indicatore Pil pro-capite resta una misura di sintesi dei processi di crescita economica. Con una netta differenza rispetto ai primi venti anni del secolo, si è avuta una qualche riduzione del forte “divario” meridionale nei confronti dell’Italia e, per un periodo più breve, della media europea.
Questi dati vanno sottolineati. Da tempo il Mezzogiorno appare a tutti gli Italiani come un territorio che vive sulle spalle del resto del paese, incapace di risollevarsi. Questa diffusa percezione è molto importante. Può influenzare i comportamenti degli individui, disincentivando progetti di vita e di lavoro in territori ritenuti senza futuro; e così i progetti di investimento delle imprese. Influenza le scelte politiche, portando ad un forte scetticismo su interventi strutturali per lo sviluppo del Mezzogiorno e a favore di una minore disuguaglianza fra i cittadini, con il prevalere di azioni “caritatevoli”, o finalizzate principalmente ad acquisire consenso elettorale. Contribuisce alle tesi dei tanti che, da oltre trenta anni, esplicitamente o implicitamente, a destra come a sinistra, ritengono che occorra investire prioritariamente nei territori più forti.
L’ultimo quinquennio ci ricorda alcune semplici verità, scomparse da tempo nel dibattito pubblico. Il Sud non è un caso particolare e patologico, ma un “normale” territorio molto debole: che, sottoposto ai giusti stimoli, reagisce. Come è ovvio che sia, è fortemente sensibile all’indirizzo della politica economica nazionale. Il governo della domanda aggregata conta moltissimo. Negli anni Dieci ha patito le politiche di tagli (che sono stati anche più intensi nel Mezzogiorno); nella prima metà degli anni Venti si è giovato dell’approccio espansivo del Next Generation EU. Come in tutti i territori deboli, poi, la sua crescita economica innesca importazioni di beni e servizi da quelli più avanzati: e dunque è il Mezzogiorno a favorire l’attività economica nel resto del paese, mentre il contrario non accade. Da questo punto di vista, il futuro appare però gravido di preoccupazioni: per l’intonazione restrittiva delle politiche di bilancio, per la scelta di finanziare le spese militari a scapito di quelle civili; per le prospettive del prossimo bilancio dell’Unione Europea.
I risultati del Mezzogiorno sono legati in misura rilevante agli investimenti del PNRR. Come ben noto, essi sono stati destinati per il 40% al Sud: una percentuale maggiore del suo peso demografico e, ancor più, del suo peso economico. Per quanto quella percentuale si riferisca solo alle spese “territorializzabili” (escludendo ad esempio le misure 4.0 di incentivazione alle imprese affluite massicciamente nelle regioni più forti), e per quanto continuino a mancare dati ufficiali, sono stati anni di rilevanti interventi nell’area. Gli effetti del PNRR meritano di essere analizzati con cura nei prossimi mesi e anni. Per più motivi. Perché il Piano concluso a giugno 2026 è assai diverso da quello approvato ad aprile 2021, grazie alle otto riprogrammazioni operate dal governo Meloni, con procedure opache e senza che i cittadini e lo stesso Parlamento avessero contezza di motivazioni ed effetti; così come sono molto mutati obiettivi e traguardi. Perché, per la sua ben nota mancanza di visione territoriale, la distribuzione all’interno del Sud di queste spese potrebbe risultare sperequata. Sarà necessario poi capire dove e come saranno investiti i circa 25 miliardi allocati in “veicoli finanziari”, con spesa dopo la conclusione ufficiale del Piano, come nota Vinciguerra in questo numero del Menabò.
Andrà valutato ambito per ambito se e quanto gli interventi abbiano determinato un effettivo potenziamento delle dotazioni infrastrutturali al Sud, e quindi, in prospettiva, possibili miglioramenti nelle condizioni di vita dei cittadini e nella produttività delle imprese, anche grazie al finanziamento della loro operatività corrente. Il quadro è vario, interessante: dalla positiva, sorprendente, capacità di spesa degli enti locali del Sud al disastro delle case di comunità. Tuttavia, nulla è mosso in questi anni sul piano delle risorse correnti per regioni e enti locali, rilevante concausa dei fortissimi divari di cittadinanza, nonostante la piena attuazione del federalismo fiscale fosse una delle principali riforme previste dal PNRR. Nulla sulla effettiva fissazione dei livelli essenziali dei servizi, sul finanziamento delle regioni, sui fondi perequativi, sul riequilibrio infrastrutturale. Anzi con le possibili intese Stato-Regioni sull’autonomia differenziata (per quanto di costituzionalità molto dubbia), si prospettano grandi rischi in materia sanitaria. La carenza di risorse per i servizi può ridurre l’impatto degli investimenti.
Con il PNRR, in Italia e ancor più nel Sud, si è recuperata la forte caduta degli investimenti pubblici degli anni Dieci. Circostanza assolutamente positiva. Ma che non deve portare a sopravvalutarne l’impatto: se consideriamo gli ultimi 15 anni il potenziamento delle infrastrutture materiali e immateriali nel Mezzogiorno è stato assai più modesto di quello realizzato in altre aree deboli d’Europa.
Bisogna anche tener conto che il PNRR è stato sostitutivo e non aggiuntivo rispetto alle politiche di coesione nazionali ed europee, a loro volta sostitutive di spesa ordinaria in conto capitale. L’utilizzo dei fondi strutturali e del Fondo Sviluppo e Coesione è rimasto quasi fermo, anche per un comprensibile effetto di saturazione delle capacità amministrative dei soggetti chiamati a impiegarli, specie enti locali e grandi imprese pubbliche. Tuttavia, è proseguita con il governo Meloni la tendenza a ridurne la portata, distogliendoli dalle loro finalità e indirizzandoli, come un “bancomat”, verso le esigenze più varie, a cominciare dalle spese militari. Soprattutto, non vi sono programmi complessivi per finanziare con queste risorse completamento e prosecuzione degli investimenti PNRR. Le esigenze di investimento (nei sistemi idrici e dei rifiuti, nei trasporti, nelle attrezzature sociali, sanitarie e scolastiche, nelle aree urbane) nel Mezzogiorno rimangono colossali.
In conseguenza del PNRR (e prima dei bonus ristrutturazioni), negli ultimi anni al Sud è cresciuta molto l’edilizia. Non si tratta di un dato negativo. Fino al covid si era ridotta a dimensioni patologicamente basse; la sua attività innesca, almeno in parte, produzioni di manufatti dell’area; è opportuno che vi sia un settore delle costruzioni in salute per far fronte nei prossimi lustri, auspicabilmente, agli interventi di ammodernamento e di trasformazione energetica del patrimonio abitativo privato così come alla prosecuzione delle attività di investimento pubblico.
Contemporaneamente, negli ultimi anni alcune aree del Sud si sono giovate, anche grazie alla disponibilità di collegamenti aerei diretti “low cost”, del boom del turismo internazionale. Il tema merita una straordinaria attenzione. L’”esportazione di servizi” è un fenomeno positivo per l’economia del Sud. Ma i suoi impatti territoriali sono enormemente differenziati: non tocca vaste aree mentre in alcuni centri vi è un eccesso di turismo. Attiva molto lavoro, ma quasi sempre povero e precario; con un diffuso sommerso. Attraverso l’utilizzo delle abitazioni private per affitti turistici sta contribuendo ad un’economia della rendita immobiliare e al drammatico aggravamento, in molte città, della questione abitativa. Può determinare la privatizzazione di coste e ambiti urbani. Rischia così di accentuare le disuguaglianze sociali. Di trasformare parti dell’area in un parco divertimenti popolato da una sottoclasse di inservienti. Sarebbe tempo di passare da politiche di mera promozione ad una strategia di governo, di lungo termine, del fenomeno. Il tema non è naturalmente stato nell’agenda del governo Meloni, che in questo come in tutti gli altri ambiti della sua azione, si è caratterizzato per una totale incapacità di leggere i cambiamenti e per una totale mancanza di volontà di governarli. Attento solo a trasferire risorse verso i gruppi sociali e di interesse da cui trae consenso elettorale.
Questi andamenti settoriali spiegano in larga misura perché i salari medi al Sud sono rimasti molto bassi (perdendo potere d’acquisto in termini reali e contribuendo poco alla crescita dei consumi), le tendenze alla creazione di occupazione stabile e di qualità, così come di lavoro per le donne, molto modeste. Spiegano perché non si è arrestata l’emigrazione di giovani qualificati.
Sporadico è stato lo sviluppo di nuove attività avanzate, manifatturiere e terziarie, in grado di allargare lo spettro produttivo e di determinare occupazione di qualità e processi innovativi; al netto di qualche positiva dinamica nei servizi a matrice digitale nelle aree urbane di Napoli e di Bari. Certo, non sono cambiamenti che si possono innescare in un breve lasso di tempo, e si tratta di ambiti nei quali, specie nei territori deboli, le dinamiche spontanee di mercato sono insufficienti, ed è indispensabile una articolata politica industriale. Nell’attuale quadro internazionale, con le debolezze tecnologiche dell’Europa e ancor più dell’Italia, promuovere queste attività nel Mezzogiorno non è facile. E tuttavia vi sono filiere, dalla transizione verso tecnologie verdi all’economia del mare ai servizi che utilizzino l’ampio potenziale di giovani qualificati sui quali si può lavorare.
Ma complessivamente, non vi è traccia di una politica industriale. Non che ci sia stata nel recente passato, o che ci fosse nel PNRR di Draghi. Ma colpisce la totale insipienza dell’attuale esecutivo. Incapace anche di interventi difensivi, in grado di disegnare un futuro per antiche e rilevanti presenze manifatturiere al Sud oggi in difficoltà, dall’automobile alla siderurgia, alle chimiche. Invece, Melfi si svuota. La situazione di Taranto, anno dopo anno, si incancrenisce sempre più, senza l’avvio di quel percorso verso la decarbonizzazione, certamente lungo e difficilissimo ma forse ancora possibile, a patto di consegnarne pienamente la regia in mani pubbliche.
C’è solo la “ZES unica”. Si tratta di una intelligente operazione di marketing comunicativo, poco o nulla contestata dalle opposizioni (forse con la non lungimirante idea di non scontentare gli imprenditori beneficiari). Un credito d’imposta a pioggia come ve ne sono stati per lunghi periodi di questo secolo, con pregi (automatismo) e difetti (alto costo, mancanza di selettività e condizionalità) ben noti. Il cosiddetto Piano Strategico della ZES, che poteva somigliare ad un abbozzo di strategia, è rimasto un pezzo di carta. Numeri roboanti, ma senza dati che mostrino che si tratta di investimenti aggiuntivi in attività più innovative: l’unica chiave, che non porta lontano da sola, è ridurre il costo dell’investimento per tutti. Ad esso si associa un meccanismo di autorizzazione unica. Un tema da discutere. Può portare ad un positivo effetto di accorciamento dei tempi di approvazione dei progetti. Ma, dato che ora si applica non più a zone portuali o industriali ma all’intero Mezzogiorno, incluse coste e centri storici, può scavalcare normative urbanistiche e ambientali regionali e comunali. La tanto auspicata semplificazione può nascondere il desiderio di avere le mani libere da parametri e vincoli assai opportuni: il vecchio desiderio di parti delle società meridionale di un territorio senza regole.
Per evitare che questi anni, nei quali come si è visto non sono mancati segnali positivi, si rivelino una parentesi destinata a chiudersi, può essere opportuno trarne qualche lezione. Ci si limiterà in conclusione ad accennarne alcune, senza possibilità di argomentarle meglio in questa sede: 1) lo sforzo di investimento del PNRR è stato positivo ma certamente non ha potuto produrre, come non era difficile prevedere, un sostanziale miglioramento del quadro del Mezzogiorno; 2) politiche di cospicui investimenti pubblici vanno pertanto proseguite, sia per sostenere la domanda aggregata sia per modificare strutturalmente le condizioni di vita dei cittadini e l’efficienza delle imprese; 3) tuttavia, gli interventi straordinari hanno effetti duraturi solo se raccordati con un paziente, progressivo ridisegno delle politiche ordinarie di spesa corrente; 4) le dinamiche spontanee di trasformazione dell’economia in Italia (in misura assai più accentuata al Sud) sono deboli; incentivi a pioggia sono di scarso effetto.
Infine, l’ultima, più generale, che ne consegue: 5) per il futuro del Sud, sono necessari sia una forte volontà politica, sia un ruolo molto più incisivo e diretto degli attori pubblici. Va ricostruita una capacità di programmazione nazionale dello sviluppo, che sappia combinare competitività e coesione.