Finanza

Una vecchia ricetta danese contro l’evasione fiscale

Una delle maggiori difficoltà per costruire un sistema fiscale equo ed efficace è quella di accertare la base imponibile per redditi diversi da quelli di lavoratori dipendenti e pensionati, che sono abbastanza tracciabili. Non a caso, il Dipartimento delle finanze italiano stima che oltre l’80% dell’Irpef grava su queste due categorie nonostante rappresentino solo il 45% del reddito disponibile secondo l’Istat. Il problema principale è che una quota sempre maggiore di redditi può essere assimilata a rendimenti o guadagni di capitale su asset come le immobilizzazioni tecniche; il valore delle concessioni, come per i famigerati balneari; il portafoglio clienti di professionisti e imprese; gli affitti; ecc. Si tratta di redditi difficili da misurare e ancor più difficili da tassate equamente, nonostante le sofisticate strategie anti-evasione messe in atto dai governi nazionali.

Un problema simile era stato affrontato, e quasi risolto, quasi 500 anni fa. Quando Shakespeare scrisse l’Amleto probabilmente non sapeva che in Danimarca, oltre ad esserci del marcio, vigeva un ingegnoso modello di riscossione delle imposte. Sembra che il re Federico II di Danimarca, dopo la sua riforma fiscale del 1567, spiasse proprio dal castello di Elsinore il passaggio delle navi svedesi attraverso lo stretto di Øresund per vigilare sull’applicazione di un sistema di pedaggi semplice quanto efficace. Ogni capitano doveva dichiarare il valore del proprio carico ai fini del pagamento di una tassa compresa tra l’1 e il 5%, ma se il valore era ritenuto troppo basso dagli ispettori danesi, allora il re si riservava il diritto di acquistare il carico al prezzo dichiarato. Questo diritto di prelazione garantiva che l’autodichiarazione fosse abbastanza fedele, perché a nessuno conveniva rischiare di svendere il proprio carico per non pagare un pedaggio tutto sommato modesto. Sebbene non vi siano prove certe, si narra che questo sistema fosse stato ideato anni prima dalla madre di una delle amanti del re Cristiano II, una geniale mercante di nome Sigbrit Willoms a cui il sovrano aveva delegato l’amministrazione del regno per dedicarsi ad attività meno impegnative.

Il modello danese è stato studiato da Haan e al. come un gioco di strategia tra il capitano della nave e il re, o più realisticamente un suo ispettore. Il primo ovviamente conosceva il valore reale del carico V, mentre il secondo poteva solo formulare una stima V*, quindi doveva scegliere tra incassare un pedaggio pari al t% del valore dichiarato D, oppure esercitare il diritto di prelazione sperando di rivendere successivamente il carico nell’aspettativa di incassare la differenza (V*-D). Tuttavia il re poteva contare su un vantaggio simile a quello del banco di un casinò, cioè disputare un numero praticamente illimitato di partite contro dei giocatori ciascuno dei quali può invece effettuare solo poche puntate (…prima di rovinarsi). In queste condizioni il re era in grado di formulare la sua strategia fiscale basandosi sul valore medio delle stime V*, che, per un numero molto alto di ispezioni, verosimilmente approssimava il vero valore medio dei carichi. Così al re conveniva sempre riscuotere la tassa senza troppe complicazioni se D > V*/(1 + t), pur sapendo di potersi sbagliare su parecchi carichi, perché alla fine sapeva che avrebbe incassato dai pedaggi il gettito complessivo previsto. A questi introiti si aggiungevano quelli delle prelazioni. Seguendo questa strategia, però, è facile mostrare che il re doveva essere disposto a tollerare una sottodichiarazione pari in media a V – D = V t/(1+t).

Al capitano, che non poteva contare sulla legge dei grandi numeri come il re, conveniva pagare il pedaggio se la perdita attesa in caso di prelazione, pari a V – D, era superiore all’imposta dovuta t V, ovvero dichiarando un valore pari a D < V (1 – t), che per t molto piccolo coincideva proprio con la soglia di accettazione media del re. Il risultato di questo gioco era che il pedaggio era pagato su una base imponibile inferiore a V. In teoria, il capitano poteva sfruttare il proprio ineliminabile vantaggio informativo mascherando un carico di scarso valore sotto uno strato di merci preziose per indurre il re ad esercitare il diritto di prelazione ad un prezzo dichiarato che era comunque molto superiore al valore effettivo di quello del carico. Ma un simile stratagemma era molto rischioso e non poteva essere ripetuto troppe volte. Insomma, anche ai tempi di Federico II di Danimarca, l’evasore aveva sempre qualche carta in più del fisco, soprattutto se il re era disposto a fare uno sconto sul pedaggio per tener conto anche dei costi di gestione dei beni acquistati e della probabilità di sopravvalutare il carico. In compenso, è facile mostrare che il re poteva garantirsi lo stesso gettito adottando un approccio probabilistico, ma iniquo, che prevedeva un aumento del pedaggio ed un esercizio casuale del diritto di prelazione, senza procedere ad una valutazione puntuale, ma ciò avrebbe scoraggiato la fedeltà fiscale dei trasportatori, avviando un circolo vizioso di sottodichiarazioni e aumenti dei pedaggi.

Il metodo danese aveva anche interessanti conseguenze per la lotta alla corruzione. Supponiamo, infatti, che il diritto di prelazione fosse esercitato da un delegato del re e che il capitano volesse corromperlo. Se il delegato era compensato con una percentuale x del ricavo delle prelazioni, allora sarebbe stato disposto a chiudere un occhio solo se la tangente fosse stata superiore, in media, a x (V – D), ma se x era maggiore di t al capitano conveniva pagare il pedaggio. Quindi un premio per gli ispettori poco superiore all’aliquota del pedaggio bastava per incoraggiare sia la fedeltà dei contribuenti, sia quella degli ispettori.

Il metodo danese era talmente efficiente che garantì circa 2/3 delle entrate fiscali della corona per quasi tre secoli, fino alla Convenzione di Copenaghen del 1857. Una combinazione di auto-dichiarazione e prelazione fu introdotta in Nuova Zelanda nel 1891 per la tassazione dei terreni ed un modello simile fu proposto in Cina dopo la caduta dell’impero. Una versione del metodo danese è tuttora vigente in Italia per la tassazione delle transazioni sui beni culturali in base alla cosiddetta legge Bottai (L. 1089/1939), emanata in pieno regime fascista e ripresa dall’art. 60 del Codice dei beni culturali (Dlgs n. 42/2004). Lo stato si riserva infatti di acquisire opere ed edifici di pregio al prezzo indicato dalle parti come base imponibile. In nessuno di questi casi risulta che i legislatori abbiano riconosciuto il loro debito intellettuale nei confronti dell’antico fisco danese.

Al di là del suo interesse storico e del suo carattere piuttosto illiberale, il metodo danese potrebbe essere applicato anche alla tassazione dei redditi difficili da accertare come quelli da impresa. Ad esempio, l’agenzia delle entrate potrebbe proporre di acquistare e gestire quelle attività che, in base ai redditi dichiarati su un congruo numero di anni, avrebbero un valore attuale molto inferiore a quello del corrispondente prezzo di mercato. Un caso emblematico è quello delle licenze per l’esercizio di servizi come i taxi e quelli soggetti a concessioni, che sono scambiate normalmente a prezzi molto più elevati di quanto sarebbe giustificato dalle dichiarazioni fiscali dei proprietari. Si tratta di fattispecie abbastanza frequenti, visto che la quota di società che chiudono i bilanci in rosso per più di 3 anni consecutivi, stimata attono al 20% circa  tra il 2009 e il 2011, fa pensare a diffusi fenomeni di elusione, se non di vera e propria evasione, che sarebbero indubbiamente scoraggiati dal metodo danese. Per questo motivo il fisco italiano, ispirandosi forse al discutibile approccio probabilistico già a disposizione di Federico II, aveva previsto per queste imprese una maggiorazione dell’IRES, ora abrogata in nome della semplificazione.

Per rendere credibile la minaccia della prelazione si dovrebbero superare le difficoltà finanziare per l’acquisizione delle attività dei sospetti evasori, ma un sistema di aste e cartolarizzazioni potrebbe risolvere il problema senza incidere sull’ammontare del debito pubblico. La ricetta danese avrebbe anche il vantaggio di sfuggire alla disputa sulla famigerata tassa patrimoniale, perché la base imponibile resterebbe il reddito corrente, anche se quest’ultimo sarebbe stimato sulla base del valore di mercato della ricchezza del contribuente. Ovviamente non esistono soluzioni semplici a problemi complessi come quello dell’imposizione fiscale e il metodo danese è talmente aggressivo da risultare poco accettabile dal punto di vista politico. Tuttavia la lezione dei pedaggi sull’Øresund può essere ancora attuale, soprattutto per la tassazione di redditi scandalosamente inferiori a quelli reali.