Leggere la realtà attraverso il prisma della cittadinanza: l’Italia dopo la pandemia
Qual è la situazione del nostro Paese all’indomani della pandemia, un evento cruciale ad onta del desiderio di dimenticarlo? E che cosa emerge se, anziché assumere il punto di vista dello Stato, delle forze del mercato o di una generica opinione pubblica, si utilizza lo standpoint dei cittadini, o meglio della cittadinanza nella sua materialità? A queste domande ha cercato di rispondere la ricerca realizzata da Fondaca tra il 2022 e il 2024, i cui risultati sono documentati in un volume pubblicato di recente dall’editore Morlacchi e disponibile in open access (G. Moro, S. Amelio, E. Amiconi, M. Compagnin, R. Salzano, S. Taurelli, La cittadinanza tra crisi e resilienze. L’Italia dopo la pandemia, 2026).
Come quella precedente, realizzata prima della emergenza pandemica (La cittadinanza in Italia, una mappa, Carocci 2022, se ne è parlato anche sul Menabò), la ricerca è stata guidata da una precisa concettualizzazione della cittadinanza democratica non come modello normativo, come astratto ideale di “buon cittadino” o come generico senso di comunità, ma come fenomeno empirico, rilevabile nella condizione dei cittadini e nell’esercizio delle loro preroagtive: un dispositivo di inclusione, coesione, sicurezza e sviluppo delle comunità. Questo dispositivo è strutturato nelle componenti dell’appartenenza come status legale e sociale e come identità, dei diritti con i correlati doveri, della partecipazione; e si definisce e si modifica nelle norme di rango costituzionale; nel “deposito” di norme secondarie, procedure amministrative, politiche pubbliche, sentenze dei giudici, accordi di regolazione civile; e in modo sostanziale nelle pratiche di cittadinanza, sia di tipo operativo che comunicativo. Da alcune decadi il modello ereditato dal ‘900 ha visto messi in discussione i pilastri su cui si fondava, cosicché sono le trasformazioni del dispositivo della cittadinanza che oggi sono preminenti. Esse sono, a tutti gli effetti, l’oggetto del libro.
Una delle principali difficoltà che il gruppo di ricerca ha dovuto affrontare in questa, che è stata essenzialmente una operazione di identificazione e descrizione di fenomeni, è stata quella della mancanza di dati e informazioni. Questo deficit di materialità riguarda, solo per limitarsi a qualche esempio, il numero di iscritti ai partiti, la concreta realizzazione dei programmi di educazione civica nelle scuole, il numero dei caregiver familiari, il catalogo dei diritti operativi dei cittadini nei confronti dell’amministrazione, lo stato delle 124 aree interne, la condizione dei cittadini alle prese con l’accesso ai servizi sanitari, la consistenza e la situazione delle comunità Rom e Sinti, le attività di civic engagement promosse dalle università nel contesto della terza missione, la frequenza e le finalità delle forme di mobilitazione dei cittadini nei luoghi pubblici. A ciò si aggiunge la sistematica – e assai preoccupante – attitudine delle amministrazioni di ogni tipo a non fornire informazioni sull’attuazione delle proprie iniziative, limitandosi usualmente a dare conto di input, raramente di output e quasi mai di effetti diretti e indiretti. Tutto ciò ha imposto al gruppo di ricerca operazioni di raccolta di dati e informazioni sul campo, pur nel contesto di una indagine che è stata fondamentalmente di secondo grado e il cui valore sta anche nell’inserimento di elementi noti nel contesto definito sopra.
È impossibile riassumere in poche righe i contenuti di una ricerca che ha riguardato circa 280 fenomeni (un terzo dei quali derivanti da un’analisi della produzione di materiali sulla pandemia e per il resto i medesimi della ricerca precedente a fini di benchmarking), individuati e osservati attraverso indicatori quantitativi, qualitativi e narrativi e che ha coinvolto circa 130 studiosi ed esperti, rappresentanti di istituzioni e practitioner nella messa a disposizione di informazioni e materiali, ci sono alcuni elementi che, a mo’ di invito alla lettura e al buon uso del libro, possono essere menzionati qui.
Il più importante di questi elementi riguarda le rappresentazioni della società italiana. Anche semplicemente scorrendo il volume, si può cogliere la distanza tra le rappresentazioni correnti, date per scontate, e la realtà che emerge dalla ricerca. L’approccio utilizzato mette in evidenza criticità ignorate o, quando note, sottovalutate; e nello stesso tempo fenomeni e dinamismi non contemplati o misconosciuti. Qualche esempio delle une e degli altri: per le criticità, il 26,5% di maggiorenni che non hanno la identità digitale e quindi non possono accedere a diritti civili e sociali; i 4,9 milioni di persone (non solo studenti) che vivono lontano dal luogo di residenza e che non possono votare; alcuni stereotipi sulla violenza nella coppia condivisi più dai giovani che delle altre classi di età; 249 consultazioni realizzate nel 2022-23 da governo e authority che solo in due casi si sono concluse con un feedback delle istituzioni alle proposte dei partecipanti; alcune regioni del Centro e del Nord in cui è più frequente la rinuncia alle cure; la esclusione finanziaria che colpisce 1,1 milioni di famiglie, più della metà delle quali nel Sud; gli edifici scolastici che in due casi su tre non hanno l’agibilità.
Per i fenomeni e i dinamismi, invece, si possono citare il numero di concessioni della cittadinanza legale, che nel 2023 ha riguardato oltre 217mila persone, quasi la metà delle quali dai 30 anni in giù; la presenza di 4,7 milioni di volontari (più del 9% della popolazione), un quinto dei quali ha cominciato dopo il 2020 e 128mila dei quali sono stranieri; i giovani che sono i più attivi in forme di partecipazione digitale (12,7% di loro lo hanno fatto dopo la pandemia); le imprese di stranieri che sono oltre 660mila; il numero di chiamate al centralino antiviolenza 1522, triplicato per gli utenti generici e raddoppiato per le vittime dopo la pandemia; la esistenza di più di 130mila organizzazioni di cittadinanza attiva (quelle cioè impegnate in tutela di diritti, cura di beni comuni, empowerment di individui e gruppi sociali) a cui collaborano circa 2,4 milioni di persone, cioè quasi dieci volte di più di coloro che fanno lo stesso con i partiti; i luoghi pubblici in cui le persone si incontrano (dagli edifici scolastici alle feste patronali ai centri sociali) che sono più di 100mila; nuovi doveri di cittadinanza, come quelli connessi alla sostenibilità ambientale, alla qualità urbana e all’economia circolare, che si stanno diffondendo sia in chiave di atteggiamenti che di comportamenti.
Per segnalare questa compresenza di situazioni critiche e fenomeni dinamici, il gruppo di ricerca ha deciso di intitolare il volume “crisi e resilienze”: per quanto enfatica possa apparire questa espressione, essa segnala che una parte consistente della realtà sfugge alle rappresentazioni vigenti, non solo di politici, influencer, sondaggisti e predicatori di vario tipo, ma talvolta anche dei ricercatori. Si può – e si dovrebbe – discutere sul senso dei fenomeni documentati nella ricerca, di cui ho offerto solo qualche esempio; ma è più urgente e a suo modo più importante non ignorarli.
In ogni caso, niente di quanto detto finora significa che nel nostro Paese le cose vadano bene. Ciò è fin troppo ovvio, ma ancora una volta osservare la realtà attraverso il prisma della cittadinanza è utile. Se la cittadinanza si può considerare come un regime dei rischi, cioè come un sistema di norme legali e sociali, standard di comportamento, strutture e responsabilità, processi e strumenti volti a gestire situazioni di pericolo incombente, si può affermare che nel nostro Paese, entrato in crisi il tradizionale regime (che copriva molti rischi ma non certo tutti), oggi l’Italia è sottoposta a una quantità di pericoli potenziali o attuali, gravi e diffusi, per fronteggiare i quali non è stato approntato un adeguato regime del rischio. O, più semplicemente, nel nostro Paese ci sono molti rilevanti pericoli fuori controllo. Tuttavia, dalla ricerca emerge anche che al progressivo abbandono di responsabilità istituzionali e al restringimento dello spazio pubblico (un processo di lungo periodo, ben noto) risponde sempre di più un ruolo crescente di attori non pubblici, cioè sociali, civici e privati.
A tutto ciò non è estranea la esperienza della emergenza pandemica, con i suoi 197mila morti e il cambiamento repentino della vita individuale e collettiva durato due anni, durante la quale il Paese ha mostrato una capacità di reazione di cui ci si è stupiti ma che non è certo una novità. Oggi si tende a dimenticare quel periodo come una parentesi o con sentimenti di delusione per una occasione di cambiamento mancata. Tuttavia, sollievo e delusione non possono cancellare quello che è stato un evento periodizzante: c’è un “prima” e un “dopo” la pandemia che deve essere considerato anche nei suoi “effetti di cittadinanza”. Essa ha infatti funzionato come acceleratore di processi in corso (come nel caso delle condizioni e delle forme di lavoro), come generatore o co-generatore di nuovi fenomeni (ad esempio la digitalizzazione della vita pubblica e privata), come rivelatore di fenomeni esistenti ma ignorati o sottovalutati (è il caso della crisi della medicina territoriale), come fase di flessione a cui è seguita una ripresa (si può cogliere nelle forme di partecipazione ma purtroppo non nei risultati dei testi Invalsi in italiano e matematica). Certo, non tutto è riconducibile direttamente alla emergenza pandemica; ma, ad esempio, gli investimenti infrastrutturali previsti nel PNRR senza la pandemia non vi sarebbero stati. In generale, il post hoc e il propter hoc della emergenza da Covid-19 risultano spesso mescolati nella realtà; ma, ancora una volta, non si possono ignorare.
La produzione di materiali sulla pandemia in Italia è molto ampia. Fondaca ha costruito un database pubblico che raccoglie oltre 2.000 documenti che però riguardano quasi esclusivamente la fase della emergenza e non quello che è avvenuto dopo in termini di continuità e discontinuità con l’Italia di prima. In quella che è a tutti gli effetti un’ampia agenda di ricerca che il volume propone, questo tema non può essere in nessun caso trascurato. L’Italia ha una lunga tradizione di eventi drammatici che vengono archiviati come parentesi. In questo caso proprio non ce lo possiamo permettere.