Risiko bancario, tra Stato e mercato
Perché le banche si fondono? Nel settore bancario (come in altri) la spinta verso la crescita dimensionale deriva da quelle che gli economisti chiamano “economie di scala” ed “economie di scopo”. Le prime sono relative ai risparmi di costo che si possono ottenere “spalmando” determinati costi fissi su di un volume più ampio di attività, riducendo così i costi unitari di produzione. I costi fissi su cui risparmiare sono tipicamente quelli che una banca sostiene per mantenere la sua direzione centrale: servizio legale, servizio del personale, gestione della tesoreria, compliance, sistemi informatici. Alcune di queste voci, in particolare il controllo che l’attività della banca sia conforme con la regolamentazione bancaria (sempre più complessa) e l’adeguatezza dei sistemi informatici alla tecnologia (in rapida evoluzione) richiedono ingenti investimenti: questi costituiscono una formidabile spinta verso la crescita dimensionale. Ma risparmi di costo si possono ottenere anche dalla razionalizzazione della rete di sportelli, ad esempio quando due banche si fondono e presentano sovrapposizioni relative alla loro presenza sul territorio. Queste razionalizzazioni, che in pratica si traducono nella chiusura e accorpamento di alcune filiali, sono ancora più necessarie oggi che in passato, dato il crescente utilizzo dei canali telematici di distribuzione dei servizi finanziari. Questo aspetto delle fusioni bancarie è quello che desta preoccupazioni dal lato dell’occupazione, poiché implica una riduzione del personale. Va però riconosciuto che in Italia gli esuberi nel settore bancario sono stati finora sempre gestiti in modo non traumatico, anche grazie agli ammortizzatori sociali tipici del settore.
Le “economie di scopo” derivano dalla possibilità di combinare attività in parte diverse e complementari tra di loro, realizzando le cosiddette “sinergie”. Un esempio può essere quello di due intermediari, di cui uno sia maggiormente specializzato nella produzione di fondi di investimento (“fabbrica-prodotto”) e l’altro nella distribuzione di servizi alla clientela, grazie alla sua rete di sportelli e/o di consulenti finanziari. Sotto questo profilo, va considerato che le banche sono ormai intermediari complessi, che fanno molte attività: da quella tradizionale di raccolta di depositi ed erogazione di prestiti, a quella di gestione del risparmio e servizi di investimento, di servizi all’impresa (quotazione in borsa, operazioni societarie), di assicurazione.
A fianco di queste motivazioni “nobili”, alla base della crescita dimensionale vi può essere quella meno nobile di accrescere il potere di mercato di un intermediario finanziario. Come in altri settori, anche in quello bancario l’acquisizione di una larga quota di mercato consente ad un’impresa di “fare il prezzo” dei suoi prodotti (price setter) ed estrarre così rendite di monopolio dalla sua posizione dominante sul mercato. C’è quindi un tema di tutela della concorrenza, che si pone ogniqualvolta vi siano rilevanti operazioni di concentrazione. Le autorità competenti (antitrust), chiamate ad autorizzare tali operazioni, spesso impongono condizioni, ad esempio la cessione di sportelli, per evitare che un intermediario acquisisca un eccessivo potere di mercato in una specifica area geografica.
Il confine tra Stato e mercato. Qual è il ruolo dello Stato nelle operazioni di concentrazione bancaria? Lo Stato dovrebbe limitarsi a definire il quadro di regole all’interno delle quali le operazioni possono svolgersi e a vigilare affinché esse non facciano danni in termini di stabilità degli intermediari e di trasparenza nei confronti degli investitori. Sulla correttezza delle procedure e sulla trasparenza l’autorità competente è la Consob. Sulla stabilità vigilano la Banca Centrale europea e la Banca d’Italia. Sono queste le autorità che devono dare le necessarie autorizzazioni, oltre (come già detto) alle autorità antitrust (italiana ed europea).
Le prese di posizione dei governi, sia quello italiano sia quello tedesco, su alcune recenti operazioni bancarie sembrano perciò fuori luogo: esse travalicano il confine tra Stato e mercato. Entrambi i governi hanno una loro idea sul destino di alcune banche e vorrebbero imporlo al mercato. Il governo italiano (o meglio parte di esso, il MEF) ha un suo disegno: fare del Monte dei Paschi di Siena il perno del “terzo polo” bancario italiano, attraverso la sua aggregazione con Mediobanca (andata in porto l’anno scorso) e con BancoBPM (al momento in stallo, nonostante la mano tesa dal vertice di BancoBPM nel giugno di quest’anno). L’uso spregiudicato del “golden power” (potere di veto esercitabile dal governo su operazioni societarie in settori strategici) per bloccare l’offerta di acquisizione di BancoBPM da parte di Unicredit (offerta ritirata nel luglio 2025) risponde a questa logica: tale acquisizione avrebbe infatti interferito con il disegno governativo. Oltre a essere di dubbia legittimità giuridica e a basarsi sulla strampalata argomentazione che Unicredit sarebbe una banca straniera, questo uso del golden power è stata una pesante e ingiustificata ingerenza dello Stato in una partita tra soggetti privati.
In Germania, il governo si è sempre dichiarato contrario al fatto che una importante banca tedesca, Commerzbank, cada sotto il controllo di una banca italiana: Unicredit. Dopo avere per anni guardato con sufficienza le banche italiane e diffidato della loro solidità, tanto da rifiutarsi di fare una assicurazione comune dei depositi a livello europeo, questa prospettiva – ormai ineluttabile dato il successo della operazione lanciata da Unicredit – appare come una sconfitta per la Germania. In realtà, le banche italiane sono oggi mediamente più solide di quelle tedesche. Non dimentichiamo che la stessa Commerzbank ha usufruito di un costoso salvataggio pubblico.
L’ostilità all’operazione Unicredit-Commerzbank appare fuori luogo anche per un altro motivo. I governi europei e le autorità sovranazionali (Commissione UE, Bce) dicono da tempo che bisogna completare l’unione bancaria e dei capitali in Europa: rimuovendo le barriere tra un paese e l’altro, favorendo la creazione di banche presenti in più stati membri e di dimensione tale da competere con le grandi banche internazionali (americane). L’operazione Unicredit – Commerzbank va proprio in questa direzione, quindi va vista con favore. Al contrario, il management di Unicredit si troverà a gestire l’integrazione tra i due istituti in un ambiente ostile: dal lato sia della banca target e dei sindacati che rappresentano i lavoratori della banca stessa, sia dell’ambiente politico con cui il management della nuova entità bancaria dovrà confrontarsi. Solo di recente il governo Merz ha dato segnali di apertura, essendosi probabilmente reso conto che a questo punto non resta che trattare.
Quali prospettive? Fino all’inizio di giugno, l’attenzione degli analisti del settore bancario era concentrata sui dettagli operativi della integrazione tra MPS e Mediobanca e sulla partita in corso tra Unicredit e Commerzbank: operazione che si è poi chiusa con successo, dato che la banca italiana ha raggiunto una quota prossima al 50% nell’azionariato di quella tedesca. Dal 7 giugno, il panorama è cambiato. Nel giro di poche ore, Intesa Sanpaolo (IS) lanciava una offerta di acquisizione su MPS e BancoBPM avanzava allo stesso MPS una proposta, volta ad avviare un dialogo per una eventuale fusione tra i due istituti. Proviamo ad analizzare queste due operazioni, anche alla luce delle considerazioni precedenti.
Partiamo dalla offerta lanciata da IS su MPS. Dal punto di vista societario, si tratta di una operazione ben definita: una offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS), che prevede il pagamento di un corrispettivo in denaro e azioni di IS agli azionisti di MPS che aderiranno all’offerta. Questa prevede un premio per gli azionisti di MPS che consegneranno le loro azioni: da un lato, questo premio dovrebbe favorire il buon esito dell’operazione, dall’altro comporta un costo (circa 30 miliardi di euro) non indifferente persino per un istituto delle dimensioni di IS. Contestualmente al lancio dell’offerta, IS ha siglato un accordo per la cessione di circa la metà degli sportelli di MPS a Unipol Assicurazioni, che a sua volta ne ha pianificato l’integrazione con BPER, di cui è azionista di maggioranza. La cessione di sportelli risponde ad una necessità antitrust e consentirà a IS di recuperare una piccola parte (3,5 miliardi) dei costi dell’OPAS lanciata su MPS. IS manterrà invece Mediobanca e il suo marchio, insieme all’altra metà degli sportelli di MPS.
Quanto alla governance, è chiaro che il comando dell’istituto, che nascerà dall’operazione, resterà saldamente nelle mani dell’attuale vertice di IS, che è il soggetto acquirente. Sotto il profilo politico, la finanza milanese si prende la soddisfazione di riprendere sotto le sue ali Mediobanca. Quest’ultima porta in dote la sua partecipazione (13%) in Assicurazioni Generali, a cui si aggiunge la partecipazione diretta (3%) di IS nella compagnia assicurativa. Il fatto che IS entri nella partita che si sta giocando su Generali può rappresentare un elemento di tranquillità per il Governo (in particolare per la Presidenza del Consiglio) che ha sempre tenuto alla “italianità” del controllo di Generali, dato l’importante ruolo della compagnia assicurativa come gestore del risparmio delle famiglie e acquirente di titoli del debito pubblico.
Dal punto di vista industriale, l’operazione proposta da IS fa leva sull’integrazione delle sue attività con quelle di MPS in tre aree: wealth management, corporate e investment banking, credito al consumo. A valle del processo di integrazione, il gruppo IS si presenterà come l’istituto bancario nettamente primo in Italia per rete di filiali (circa 3.000), con una massa di risparmio gestito nell’ordine dei 1700 miliardi di euro e con una rete di consulenti di 21.000 persone (di cui 2.000 provenienti da MPS). L’operazione consentirà così a IS di rafforzare la sua presenza e il suo potere di mercato in Italia. D’altra parte, non rappresenta un passo avanti sul piano del profilo internazionale, europeo in particolare, di IS. Sotto questo profilo, appare più meritevole l’operazione portata avanti da Unicredit su Commerzbank.
L’iniziativa presa da BancoBPM è ad uno stadio meno avanzato e quindi presenta contorni più sfumati di quella avviata da IS. Dal punto di vista societario, il vertice di BancoBPM ha proposto di avviare una trattativa per una operazione “tra pari”, senza prefigurare una operazione societaria precisa. La definizione della governance è problematica:chi comanderebbe il nuovo istituto? Quale ruolo avrebbe Credit Agricole, attuale azionista di maggioranza relativa di BancoBPM e probabile primo azionista del soggetto che nascerebbe dall’integrazione con MPS? Si noti che lasciare un gruppo come BancoBPM – MPS – Mediobanca sotto il controllo di una banca francese sarebbe una forte contraddizione, dopo avere fermato Unicredit sostenendo che si tratta di una banca straniera! Infine, dal punto di vista industriale l’operazione prefigurata dal vertice di BancoBPM presenta un rischio di esecuzione non indifferente. Secondo il comunicato del 7 giugno, “l’operazione si innesterebbe sul processo di integrazione di Mediobanca (in MPS) attualmente in corso”. Al di là degli annunci, questo processo è ancora tutto da realizzare: aggiungere in corso d’opera l’integrazione con un terzo operatore è una bella sfida organizzativa. La principale motivazione, all’origine dell’operazione BancoBPM – MPS, sembra essere di natura difensiva: quella di mettere i due istituti al riparo dalle iniziative di attori di maggiore dimensione, a cominciare da quella lanciata da IS.