Finanza

So di non sapere… e non mi piace! L’avversione per la tassazione progressiva è una questione di (poca) chiarezza

«Le tasse progressive sono ingiuste!» . Quante volte lo abbiamo sentito dire, o lo abbiamo pensato noi stessi, magari di sfuggita, leggendo un titolo di giornale o ascoltando un dibattito televisivo? La resistenza alla tassazione è diffusa, trasversale, quasi viscerale. Eppure, la tassazione progressiva, quel sistema per cui chi guadagna di più paga percentualmente di più, è uno degli strumenti più efficaci di cui disponiamo per ridurre le disuguaglianze economiche e costruire una società più equa (Piketty, Capital and Ideology, 2020). Non è un caso che il principio di progressività fiscale sia sancito dalla stessa Costituzione Italiana, all’articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Allora perché così tanta antipatia? Le spiegazioni tradizionali guardano all’interesse personale (Brown-Iannuzzi et al., in Journal of Experimental Social Psychology, 2021), alle ideologie politiche, come le convinzioni sul ruolo del merito nel successo economico (Jedinger e Burger, in European Journal of Social Psychology, 2019), o alla percezione della disuguaglianza economica nel proprio contesto sociale (Salvador Casara et al., in British Journal of Social Psychology, 2023). Nonostante siano tutte spiegazioni legittime, in questo articolo vogliamo portare l’attenzione su un fattore spesso trascurato: la difficoltà di comprensione del sistema di progressività fiscale.

Perché la psicologia sociale può aiutarci a capire gli atteggiamenti verso le tasse. A prima vista, lo studio delle politiche fiscali potrebbe sembrare un territorio esclusivo dell’economia e del diritto tributario. Ma le decisioni collettive sulla progressività fiscale, che rende equo il sacrificio per realizzare la redistribuzione, non sono guidate soltanto da modelli macroeconomici o dall’analisi costi-benefici: passano attraverso le menti delle persone, con la loro cognizione, le loro emozioni e le loro percezioni soggettive. È qui che la psicologia sociale può offrire strumenti preziosi per comprendere perché i cittadini si oppongono a politiche che, nei fatti, li avvantaggerebbero.

La ricerca che presentiamo, pubblicata di recente sul Journal of Community & Applied Social Psychology, adotta proprio questa prospettiva. Integrando processi cognitivi, metacognitivi ed emotivi, abbiamo esplorato come la complessità del sistema fiscale, e del linguaggio con cui viene comunicato, influenzi il giudizio delle persone. Abbiamo quindi affiancato all’analisi economica una lente complementare: quella dei processi psicologici che mediano tra l’informazione fiscale e il consenso dei cittadini.

L’importanza della comprensione. La progressività è, nel suo principio, un meccanismo semplice: le aliquote aumentano al crescere del reddito, fermo restando che deduzioni e detrazioni possono ridurre sensibilmente il carico effettivo, rendendo il sistema più progressivo di quanto le sole aliquote nominali suggeriscano. In Italia, nel 2026, i redditi fino a 28.000 euro sono tassati al 23%, quelli tra 28.001 e 50.000 euro al 33%, e quelli oltre i 50.000 euro al 43%. Ma c’è un equivoco molto comune: molte persone pensano che passando ad uno scaglione superiore si paghi quell’aliquota più alta sull’intero reddito, non solo sulla parte che supera la soglia. Un errore comprensibile, ma con conseguenze concrete, in quanto comporta una sovrastima del carico fiscale.

E se il problema non fosse dunque solo cosa pensiamo delle tasse, ma quanto (e se) le capiamo? Attraverso tre studi, due correlazionali (519 partecipanti) e un esperimento (400 partecipanti), abbiamo esplorato se e come la complessità del sistema fiscale e del linguaggio con cui viene spiegato influenzino il sostegno alla tassazione progressiva.

Tre vie verso il consenso (o la divergenza). La complessità può ridurre il sostegno alla tassazione progressiva attraverso tre vie psicologiche distinte, sebbene interconnesse.

La prima è cognitiva: riguarda il capire davvero come funziona la progressività. Alle e ai partecipanti veniva posta una domanda tecnica che richiedeva di identificare quale importo di tasse fosse coerente con una logica progressiva. Chi rispondeva correttamente tendeva a sostenere di più il sistema. Non si tratta di essere più o meno istruiti in generale: è la comprensione specifica del meccanismo a fare la differenza. Quando si capisce che le aliquote più alte si applicano solo alla porzione di reddito che supera una certa soglia, come sopra richiamato, il giudizio cambia.

La seconda è metacognitiva, ovvero quanto ci si sente di capire, a prescindere da quanto si capisce oggettivamente. Questa distinzione è fondamentale e spesso sottovalutata. Quando un testo è scritto in modo accessibile, le persone hanno la sensazione di aver compreso, e questa sensazione — indipendentemente da quanto abbiano effettivamente compreso — le rende più favorevoli alla politica descritta. È il principio della fluidità cognitiva (cognitive fluency; Alter e Oppenheimer, in Personality and Social Psychology Review, 2009): elaborare informazioni facilmente genera familiarità e fiducia. Fare fatica a capire qualcosa, invece, attiva un istintivo senso di sospetto, una risposta che ha radici tanto cognitive quanto emotive, e che anticipa in parte la terza via che descriveremo.

La terza è emotiva: riguarda la rabbia e l’ansia che emergono di fronte a spiegazioni complesse e tecniche. Queste emozioni, a loro volta, riducono significativamente il sostegno alla tassazione progressiva. L’analisi mostra quindi che non è solo una questione legata alla comprensione, ma dipende anche dalle emozioni che scaturiscono mentre si cerca di capire un’informazione complessa.

Il ruolo del pensiero analitico. Nei primi due studi abbiamo misurato il pensiero analitico attraverso il Cognitive Reflection Test (Frederick, in Journal of Economic Perspectives, 2005): tre domande che richiedono di resistere alla risposta intuitiva. Un esempio: «Una mazza da baseball e una palla costano in totale 1,10 euro. La mazza costa 1 euro in più della palla. Quanto costa la palla?». La risposta intuitiva è 10 centesimi. Quella corretta è 5 (Kahneman, Thinking Fast and Slow, 2011).

Chi otteneva punteggi più alti tendeva a capire meglio anche il sistema fiscale, a provare meno emozioni negative e a sostenere di più la progressività. Attraverso analisi statistiche di mediazione, abbiamo poi indagato che processo lega il pensiero analitico e l’atteggiamento verso le tasse progressive. Abbiamo identificato un effetto domino: chi ha alti punteggi nel pensiero analitico prova maggiore comprensione e minori livelli di emozioni negative e quindi maggiore supporto verso la tassazione progressiva. Gli effetti erano, tuttavia, di piccola dimensione, a indicare che il pensiero analitico è un tassello del quadro, non l’intera spiegazione. È interessante notare che questi meccanismi cognitivi ed emotivi agivano in modo relativamente indipendente dall’orientamento politico e dal reddito dei partecipanti.

Sentire di aver capito: quando la percezione conta più della comprensione effettiva. Nel terzo studio abbiamo costruito un test più stringente della causalità in un esperimento. Abbiamo chiesto a 400 partecipanti di immaginare di essere cittadini di una società fittizia con un sistema di tassazione di tipo progressivo, e di leggerne una descrizione in versione tecnica oppure accessibile. I testi erano stati generati con l’ausilio di un’intelligenza artificiale e poi rifiniti dagli autori.

Chi aveva letto il testo nella sua versione semplice riportava una maggiore sensazione di comprensione, meno rabbia e ansia, e un maggiore sostegno alla progressività. Il dato più rilevante riguarda, però, l’aspetto percettivo: la versione semplificata non migliorava la comprensione effettiva del sistema di tassazione, ma cambiava la percezione di aver compreso. In altre parole, il sostegno aumentava non perché le persone avessero capito di più, ma perché sentivano di aver compreso e provavano meno disagio. Ciò che è difficile da elaborare diventa difficile da accettare (Briñol e Petty, Self-validation Theory, in Psychological Review, 2022).

Un dato interessante è che l’effetto della manipolazione sperimentale rendeva irrilevanti alcune differenze individuali che si erano invece mostrate rilevanti nello studio precedente, in cui non c’era stato un intervento di spiegazione: quando la comunicazione veniva resa più accessibile, le differenze individuali legate al pensiero analitico o al livello di comprensione perdevano potere esplicativo, lasciando il posto alla percezione soggettiva e alle emozioni. Questo suggerisce che una comunicazione chiara può attenuare l’influenza delle differenze cognitive individuali.

Comunicare non è un dettaglio cosmetico. Questa ricerca aggiunge un tassello importante al ben noto ruolo dell’orientamento politico, dell’interesse personale e della percezione della disuguaglianza nel modellare gli atteggiamenti verso la tassazione progressiva, suggerendo che accanto a questi fattori, esiste uno spazio in cui la comunicazione può fare la differenza. Semplificare il modo in cui le politiche vengono presentate ai cittadini offre un guadagno reale e misurabile: produce chiarezza, riduce le emozioni negative e, in ultima analisi, promuove il consenso per misure che molte persone potrebbero sostenere non appena hanno la percezione di comprenderle.

In conclusione, il problema, spesso, non è che le persone siano contrarie alla progressività in sé, è che stiamo chiedendo loro di esprimersi su qualcosa che abbiamo reso inutilmente difficile da capire. Per questo la comunicazione conta: non come dettaglio cosmetico, ma come condizione per una partecipazione reale. Se i cittadini non riescono a seguire la logica di una politica, non possono contribuire a plasmarla — e la progressività diventa qualcosa che si subisce, anziché la modalità di partecipazione a un processo di redistribuzione.