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Finanza

Un sistema di transizione scuola-lavoro liberale è davvero più «meritocratico»?Sovra-istruzione, origine sociale e mobilità a inizio carriera in Germania e nel Regno Unito

I primi passi nel mercato del lavoro costituiscono un momento cruciale per il futuro professionale dei giovani. La transizione scuola-lavoro può rappresentare un trampolino di lancio oppure un freno per la carriera lavorativa, indipendentemente dai titoli di studio e dalle competenze acquisite. In particolare, l’ingresso nel mercato del lavoro con un titolo di studio superiore a quello richiesto per l’occupazione che si andrà a svolgere — fenomeno noto come sovra-istruzione — è generalmente ritenuto penalizzante dal punto di vista socioeconomico.

Prima di entrare nel merito delle evidenze e delle implicazioni del fenomeno, è utile accennare al dibattito in merito al mismatch tra istruzione e occupazione. Negli ultimi decenni in particolare, alla crescente espansione educativa ha fatto seguito una partecipata discussione sul valore dell’istruzione terziaria in un contesto economico e sociale sempre più segnato dal disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. L’esistenza stessa del fenomeno della sovra-istruzione smentisce l’idea che il solo investimento nell’istruzione terziaria possa bastare a ottimizzare le chance di successo lavorativo — teoricamente, “al netto” di vantaggi assegnati alla nascita — contribuendo a plasmare un’idea di “meritocrazia competitiva” che troppo spesso cela il ruolo di condizioni “di partenza” socialmente privilegiate.

In questo quadro, le configurazioni istituzionali giocano un ruolo centrale per l’incidenza del fenomeno prima e per le conseguenze sulle carriere degli individui poi. In questo contributo, prendendo spunto dai risultati di un nostro recente lavoro, esaminiamo gli svantaggi associati alla sovra-istruzione e le conseguenze per la mobilità sociale nei primi anni di carriera, comparando i casi di Germania e Regno Unito. Definiamo la sovra-istruzione confrontando il titolo di studio individuale con la moda del livello di istruzione per occupazione (definita in base alla classificazione ISCO 3-digit), stimata annualmente per i neoassunti in Germania e Regno Unito, utilizzando i dati dell’indagine europea sulle forze lavoro EU-LFS. La scelta della moda riduce l’impatto degli outlier e l’uso di benchmark specifici per contesto e periodo limita il rischio di bias legati all’inflazione delle credenziali educative e, più in generale, ai cambiamenti nei requisiti educativi per occupazione.

L’incidenza complessiva della sovra-istruzione in Germania e Regno Unito è rispettivamente del 18,1% e del 30,4%. Questo divario riflette la differenza tra due sistemi di istruzione — il primo vocational-oriented e duale, il secondo più marcatamente generalista — e di transizione scuola-lavoro. Anche sul fronte delle prospettive di mobilità occupazionale, i due contesti differiscono notevolmente. Il mercato del lavoro tedesco appare più rigido e caratterizzato da una forte stratificazione educativa e occupazionale, che premia maggiormente il titolo d’istruzione posseduto al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro — e le competenze che esso certifica — rispetto a quanto avviene nel Regno Unito. Quest’ultimo è invece un esempio di mercato maggiormente flessibile, che offre opportunità di mobilità sociale anche a fronte di condizioni all’ingresso meno favorevoli, rendendole così meno penalizzanti per le transizioni e lungo le traiettorie occupazionali successive.

Riflettere sull’impatto di differenti configurazioni istituzionali significa interrogarsi sul modo in cui vengono determinate la struttura occupazionale, l’incidenza e la persistenza di disuguaglianze tra i lavoratori nel corso della loro carriera.

In questo scenario, ci siamo chiesti: al netto di una penalizzazione socioeconomica iniziale, in quale misura, in quale assetto istituzionale e a quali condizioni, la sovra-istruzione costituisce effettivamente una barriera per la mobilità sociale e contribuisce al mantenimento di disuguaglianze sociali ascritte?

Questa domanda è particolarmente significativa se letta alla luce delle aspettative sul ruolo che l’istruzione può avere nell’equalizzazione delle opportunità. Tale ruolo può essere compromesso, tra le altre cose, proprio dal mancato allineamento tra il titolo di studio conseguito e la domanda di lavoro. In particolare, quando questa mancanza di corrispondenza si traduce in sovra-istruzione, la penalizzazione che ne deriva rischia non solo di persistere, ma anche di amplificare le disparità sociali iniziali, con effetti differenziati sulle traiettorie occupazionali di giovani provenienti da contesti diversi. In sintesi, anziché ridurre l’effetto dei vantaggi ascritti, la sovra-istruzione rischia di rinforzarli.

Lo studio utilizza dati panel su individui e famiglie: SOEP per la Germania e UKHLS (integrato con BHPS) per il Regno Unito, coprendo il ventennio 1999-2019. L’analisi si concentra sui primi 10 anni di carriera, mettendo a confronto le traiettorie occupazionali di lavoratori sovra-istruiti con quelle di chi ha un’istruzione adeguata all’occupazione al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro.

In particolare, il focus è sullo status socioeconomico (ISEI) determinato dalla posizione occupazionale dei lavoratori, una misura standard che riflette prestigio e rendimento delle diverse occupazioni e che la letteratura considera una proxy del reddito da lavoro.

Figura 1: Andamento dello status socioeconomico (ISEI) nei primi dieci anni di carriera per lavoratori adeguatamente istruiti e sovra-istruiti, per origine sociale e livello di istruzione, in Germania e Regno Unito.

Come evidenzia la Figura 1, la sovra-istruzione all’ingresso nel mercato del lavoro è generalmente associata a una penalizzazione socioeconomica. Tuttavia, l’entità e la persistenza di tale svantaggio dipendono in misura significativa dal contesto istituzionale. In un mercato del lavoro flessibile e caratterizzato da maggiore mobilità occupazionale, come quello del Regno Unito, le opportunità di recupero (anche se parziali) non sono limitate ai soli figli delle classi sociali più alte: anche i giovani lavoratori provenienti da contesti socialmente meno privilegiati e in possesso di un diploma riescono a migliorare la propria posizione nel corso dei primi dieci anni di carriera – pur faticando a recuperare completamente il gap con i pari non sovra-istruiti provenienti dallo stesso contesto sociale. In Germania, invece, dove il mercato del lavoro è più rigidamente strutturato, la stratificazione di classe è più persistente, le transizioni occupazionali sono più vincolate, e il recupero è marcatamente più selettivo. Tra i diplomati sovra-istruiti, solo coloro che provengono da famiglie di classe alta (borghesia) riescono a recuperare la penalizzazione economica iniziale, mentre i figli della classe media e della classe lavoratrice tendono invece a rimanere ‘intrappolati’ in posizioni occupazionali relativamente peggiori rispetto a quelle dei pari non sovra-istruiti appartenenti alla medesima classe sociale. Per i laureati sovra-istruiti, invece, emerge un quadro più simile tra i due Paesi: lo svantaggio iniziale appare persistente, indipendentemente dall’origine sociale dei lavoratori.

I risultati dello studio mostrano, dunque, che l’ingresso nel mercato del lavoro con un titolo di studio superiore a quello richiesto può avere conseguenze che si protraggono nel tempo, amplificando le disuguaglianze sociali, e nel complesso, mettono in discussione l’idea di una meritocrazia basata sul titolo di studio, evidenziando come il mercato del lavoro non premi automaticamente e necessariamente i lavoratori più istruiti. Le traiettorie occupazionali, infatti, dipendono non solo dal livello di istruzione formale, ma anche dalle condizioni di ingresso, dal contesto istituzionale e dalle risorse familiari a disposizione. Queste ultime, in particolare, possono rivelarsi determinanti in un mercato del lavoro più rigido, che limita la mobilità sociale e rende più difficile recuperare lo svantaggio iniziale derivante dalla sovra-istruzione. In altre parole, il conseguimento di una laurea non garantisce di per sé migliori rendimenti: conta come e dove si entra nel mercato del lavoro e, ancora, di chi si è figli. 

Queste evidenze indicano che le politiche pubbliche dovrebbero concentrarsi su più fronti.

In primo luogo, va riconosciuto che il fenomeno della sovra-istruzione rappresenta una condizione di serio rischio per chi ne è soggetto oltre che uno spreco di capitale umano per la collettività. Il confronto tra la Germania e il Regno Unito evidenzia come il contesto tedesco sia più virtuoso sotto il profilo dell’incidenza del fenomeno, suggerendo che, anche in altri contesti istituzionali, potenziare l’istruzione professionale potrebbe contribuire a contenerlo. Tuttavia, la cautela è d’obbligo: la letteratura mostra infatti che i sistemi di istruzione di tipo duale/professionale tendono a riprodurre, più di quanto avvenga nei sistemi di istruzione generalisti, le diseguaglianze sociali – rafforzando la stratificazione di classe d’origine esistente. Ne consegue che è fondamentale garantire che i percorsi professionali non costituiscano l’esito ‘obbligato’ dei giovani provenienti da contesti sociali svantaggiati, con il rischio di cristallizzare un sistema di diseguaglianze sociali a base educativa, successivamente irrecuperabili. È dunque di primaria importanza assicurare a tutti i giovani meritevoli, indipendentemente dalla loro origine sociale, un accesso il più ampio ed universalista possibile – già dalla scelta della scuola secondaria – ad un’istruzione che non ne ipotechi lo sviluppo delle carriere lavorative. Si tratta cioè di liberare le scelte di istruzione dei giovani dal condizionamento della posizione di classe dei loro genitori attraverso politiche che rendano effettivo il diritto allo studio – politiche che oggi mancano anche nel nostro Paese – come alloggi, borse di studio, percorsi di istruzione e formativi di qualità.

In secondo luogo, tuttavia, è necessario prendere atto che il fenomeno della sovra-istruzione non può essere ricondotto esclusivamente a un eccesso di laureati in termini assoluti. Esso emerge piuttosto dall’interazione tra un modello di sviluppo economico-strutturale che non genera adeguata domanda di lavoro qualificato e istituzioni del mercato del lavoro che non garantiscono la flessibilità necessaria per uscire da condizioni di sovra-istruzione. L’analisi svolta fornisce indicazioni rilevanti anche per il caso italiano, dove queste dinamiche appaiono particolarmente accentuate. Da un lato, infatti, la struttura produttiva — caratterizzata da bassa intensità innovativa e dalla quantità di micro-imprese presenti — non è in grado di assorbire pienamente capitale umano altamente istruito, contribuendo così alla diffusione della sovra-istruzione. Dall’altro, un mercato del lavoro irrigidito e segmentato, anche a seguito dei processi di dualizzazione, non offre sufficienti possibilità di mobilità occupazionale, impedendo agli individui di recuperare nel tempo gli svantaggi derivanti da un iniziale mismatch tra istruzione e occupazione. In questo senso, il lavoro suggerisce che le politiche educative, da sole, non sono sufficienti: è necessario intervenire anche sulla struttura produttiva e sulle istituzioni del mercato del lavoro che contribuiscono alla riproduzione delle disuguaglianze sociali, particolarmente forti nei paesi dell’Europa meridionale.