Finanza

IL FENOMENO TRUMP. Il METODO DIETRO LA FOLLIA

Importanti e autorevoli critici di Trump e delle sue politiche ne evidenziano la “pazzia”, o per usare una parola più consona, la sua irrazionalità in quanto in contrasto coi princìpi basilari della scienza economica – un po’ come il suo ministro della sanità Robert Kennedy jr. nei confronti della scienza medica. Giudizio che inevitabilmente si estende anche agli elettori. L’irrazionalità è il peccato mortale per la scienza economica vigente. Questa chiave di lettura rischia però di essere parziale e fuorviante, soprattutto in vista delle possibili cure. Nel libro La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarkos, 2026) cerco di spiegare perché.

Il punto di partenza è una diversa lettura di ciò che negli USA ha aperto la strada a Trump: una crisi della fiducia. Chi segue i dettami della teoria economica vigente, o non “vede” la fiducia, o la vede come ossigeno autoprodotto da un capitalismo “ideale”, ben funzionante sia a livello micro che macro perché basato su mercati concorrenziali, in cui i prezzi sono flessibili, gli agenti assomigliano a Robinson Crusoe — l’emblema dell’agente razionale che “sa tutto” — e gli eventi si ripetono in modo prevedibile secondo leggi “naturali”, che riflettono il ruolo dominante dei “fondamentali” (tecnologia, preferenze e fattori produttivi) del lato dell’offerta nella determinazione del livello di produzione e benessere.

Perché allora, secondo questa visione, Trump sembra pazzo? Il motivo è semplice: le sue politiche violano leggi naturali del capitalismo, come la tendenza del libero mercato a produrre risultati ottimali sia a livello interno (ad esempio, piena occupazione), che internazionale (ad esempio, crescita per tutti i paesi coinvolti negli scambi).

Oggi, tuttavia, gli economisti teorici convinti che il modello ideale sia la copia affidabile, se non fedele, del capitalismo reale sono una minoranza. La maggior parte, facente riferimento in qualche misura alla cosiddetta scuola neokeynesiana, si occupa dei problemi che ostacolano il funzionamento ottimale del capitalismo reale, e delle possibili terapie. Si tratta di “anomalie”, patologie che intervengono in un organismo altrimenti perfettamente sano, come imperfezioni di mercato (potere di mercato e altre violazione della concorrenza) o “vizi” delle persone (come l’irrazionalità). Tra questi vizi vengono enfatizzate patologie psicologiche in grado di provocare crisi di fiducia in termini di “errori di percezione”, ossia stati mentali –- come ottimismo, pessimismo o illusione monetaria (gli “animal spirits” della behavioural economics, un approccio che sta influenzando in maniera sempre più marcata la macroeconomia contemporanea, si veda ad esempio Ridolfi, “Behavioral Macroeconomics: A Systematic Review for Policy Insights,” Journal of Behavioural Economics for Policy, 2024) — che portano gli agenti a non percepire correttamente il reale andamento dell’economia, catturato dai principali indicatori. Tuttavia queste frictions interferiscono con le “leggi fondamentali” soltanto nel breve periodo, in linea con la visione tradizionale della Sintesi neoclassica di autori come Hicks, Modigliani e Samuelson, secondo cui quelle leggi tendono invece ad imporsi nel lungo periodo.

Il premio Nobel Paul Krugman rappresenta un importante esempio di questo approccio. In numerosi post comparsi recentemente su Substack (ad esempio,Vibecessions, 23 novembre 2025) egli enfatizza la “dissonanza cognitiva” tra l’insoddisfazione espressa dalla maggioranza degli elettori e il buono stato dell’economia USA al momento del voto presidenziale del 2024 (mostrato da indicatori quali crescita buona del PIL, bassa disoccupazione, inflazione in calo e aumento dei salari reali). Dall’altro lato, critica costantemente la “pazzia” di vari soggetti, tra cui lo stesso Trump, che con le sue politiche viola le leggi dell’economia, o gli investitori finanziari, che continuano a dargli fiducia nonostante le sue follie (ad esempio, Why Aren’t Markets Freaking Out? Of Trump, Keynes and Wile E. Coyote, 28 agosto 2025).

Un altro autore che merita di essere citato è Martin Wolf (La crisi del capitalismo democratico, Einaudi 2024). Pur partendo da un quadro concettuale analogo a quello di Krugman, Wolf sviluppa un’analisi più articolata:

  1. oltre agli indicatori macro, mette in luce anche debolezze strutturali dell’economia USA, come forti diseguaglianze e deindustrializzazione;
  2. considera la crisi di fiducia quale “risentimento persistente” nei confronti dell’”élite”, responsabile di aver truccato il gioco del capitalismo “ideale”, fin dalla crisi del 2008;
  3. giudica il risentimento — se non razionale sul piano economico (il lavoratore rappresentativo della teoria standard non soffre le diseguaglianze) — almeno giustificato sul piano morale e politico da vari indicatori di malessere — diseguaglianze, incertezza, crescita lenta e crisi finanziarie — innescati da fattori, quali:
    • “trend inevitabili” (tra cui, bassa produttività, cambiamenti demografici e tecnologici e affermarsi della Cina);
    • “errori della politica”, come non aiutare chi rimane indietro;
    • l’affermarsi del “capitalismo della rendita” in USA, cioè il fatto che i ‘potenti’ (soprattutto grandi imprese e banche) riescono — agendo in modo spesso fraudolento – ad estrarre rendite dall’economia e ad impiegarle per controllare il regime politico, mettendo fatalmente a rischio i valori morali fondativi del capitalismo: il senso del dovere, l’equità, la responsabilità e la rispettabilità.
  4. considera Trump pazzo non solo perché non tiene conto dei trend inevitabili, proponendo ricette economiche populiste, come il protezionismo, che fanno aumentare l’incertezza degli investitori (ad esempio, Andrew Keen, Episode 2524: Martin Wolf on whether Trump’s tariffs are as dumb as they seem, 5 maggio 2025), ma anche perché, con il suo campionario di vizi personali e aspirazioni autocratiche, egli erode ulteriormente le basi morali del capitalismo.

Nel libro, Trump non viene certo giustificato, ma si sostiene che sembra seguire una logica: cerca di rispondere alla crisi di fiducia negli USA, vista come reazione degli elettori, tanto giustificata quanto comprensibile in termini di “razionalità economica”. Per sostenere questa tesi, il libro fa riferimento all’unica teoria che “prende la fiducia sul serio”: la Teoria Generale di Keynes. Egli definisce le variabili della domanda aggregata proprio a partire dal comportamento reale degli agenti basato sulla fiducia. Tuttavia, non considera le crisi di fiducia un’aberrazione temporanea. Il motivo è che Keynes, procedendo in modo “intuitivo”, non parte da un benchmark di capitalismo ideale per spiegare quello reale, ma isola fin da subito alcuni “difetti strutturali” di questo. Tali difetti si rivelano non semplici “anomalie”, ma fenomeni che:

  1. risultano “emergenti” o intraducibili nella teoria standard — come, ad esempio, il ruolo negativo della speculazione, la difficoltà ad investire in condizioni di incertezza e, aggiungo io, garantire un “salario giusto” ai lavoratori — che inficiano le leggi “naturali’ del capitalismo ipotizzate da tale teoria;
  2. sono spiegabili in base al comportamento “normale” degli agenti reali, i quali appaiono: a) razionali, anche se in senso limitato, fanno cioè “quel che possono” per sopravvivere in un contesto incerto; b) bisognosi di fidarsi di altri per prendere le decisioni (il ricorso alla fiducia è una “strategia di sopravvivenza”; una risorsa, non un difetto).

Giudicando l’approccio intuitivo di Keynes oggi improponibile, il libro cerca di attualizzare la sua analisi attraverso la “Nuova Macroeconomia Politica”, un approccio che studia come la fiducia –intesa come la ‘colla’ che tiene insieme l’economia e la società — influenzi il comportamento degli agenti economici, che per prendere decisioni devono fidarsi sia di altri agenti, che di istituzioni e policy-maker (il cui compito fondamentale è proprio quello di sostenere attivamente la loro fiducia)

La difficoltà della teoria standard a trattare il tema della fiducia è dovuta al suo tentativo di spiegare tutto partendo da Robinson Crusoe, un naufrago solitario che non ha bisogno di creare fiducia con nessuno. Per meglio intendere tale tema, il libro propone un’altra metafora, più in sintonia con Keynes: quella del turbolento viaggio di Ulisse, nel quale gli agenti appaiono come marinai che affrontano sfide e pericoli in condizioni di grande incertezza. In questo contesto, la fiducia si manifesta negli stratagemmi (o “trucchi”), che Ulisse e i suoi marinai elaborano per sopravvivere. Tali stratagemmi si caratterizzano per due aspetti: non solo sono razionali rispetto a questo scopo, ma rappresentano anche sforzi collettivi. Mentre Robinson riesce a cavarsela da solo, la logica del viaggio costringe invece i naviganti a collaborare, a fidarsi l’uno dell’altro.

Tra le conclusioni del libro, segnalo le seguenti:

  1. La fiducia è come Giano bifronte: funziona “bene” a livello micro (per decisioni di “routine”, come acquistare il latte, in cui la fiducia è il prodotto spontaneo di un rapporto tra persone, ad esempio tra compratore e venditore su un certo mercato); funziona invece “male” a livello macroeconomico (per decisioni “strategiche”, come investire, risulta più fragile e bisognosa di àncore istituzionali, perché entrano in gioco variabili come aspettative e tassi d’interesse, che sono il frutto di interazioni tra agenti e altre caratteristiche del sistema come le stesse teorie economiche).
  2. Dietro gli aggregati di Keynes, come consumi, investimenti e decisioni di carattere monetario, e finanziario, non ci sono agenti ottimizzanti che sanno tutto, ma gruppi di agenti reali diversi, che adottano stratagemmi utili a colmare i loro vuoti di potere e conoscenza (nel viaggio non accade tutto “subito” come nel modello di equilibrio generale, ma vi è una sequenza di eventi). Basti pensare, ad esempio, che i lavoratori (che si aspettano di ottenere un salario “giusto”) “partono” conoscendo solo i salari monetari — anziché i salari reali, come ipotizzato dalla teoria standard, poiché i prezzi sono fissati dalle imprese — e sono quindi costretti a fidarsi di istituzioni come il sindacato, per difendere il salario monetario e i differenziali salariali, della Banca centrale per controllare l’inflazione e del governo per ottenere un pacchetto di servizi essenziali.
  3. La crisi di fiducia può essere spiegata in termini razionali, quale frutto di meccanismi interni del viaggio, capaci di far saltare stratagemmi, come quelli connessi al “salario giusto” dei lavoratori americani (concetto che richiama il “sogno americano”, della cui crisi ha parlato ad esempio Lucio Caracciolo nel suo intervento al Festival di Limes, Genova, 19 marzo 2026). In particolare, questi lavoratori hanno ragione ad arrabbiarsi per i seguenti motivi:
    • l’inflazione alta prima delle elezioni — che li ha colpiti al di là delle medie statistiche (si pensi al forte aumento del prezzo delle uova; su questo punto. si veda, ad esempio, “How Inflation Shpaed Voting” New York Times, 11 novembre 2024) — ha minato la fiducia nella FED;
    • l’impoverimento relativo causato dalle diseguaglianze.
  4. Le diseguaglianze danneggiano l’economia perché intaccano la fiducia dei lavoratori-consumatori agendo sul lato della domanda (al contrario, nel modello standard basato sull’offerta esse hanno addirittura un effetto positivo in quanto creano, sul mercato dei capitali, un eccesso di risparmio e un abbassamento del tasso d’interesse reale che stimola gli investimenti).
  5. La “pazzia” di Trump ha un fondamento razionale (mentre molti economisti concordano con Krugman e Wolf — ad esempio, Jacob Frenkel, “America’s Mad Emperor”, Project Syndicate, 3 febbraio 2026 – vi sono anche autori come gli studiosi di management a Yale, Jeffrey Sonnenfeld e Steven Tian, che, nel libroTrump’s Ten Commandments (Worth/Simon& Schuster), 2026, sostengono una tesi in parte simile alla nostra). In particolare, le politiche di Trump ci sembrano un possibile tentativo (quello autoritario) di porre rimedio alla crisi di fiducia prodotta dai difetti strutturali del capitalismo, che i mercati da soli non curano. Ad esempio,
    • il modello del “deal” con le grandi imprese e il capitalismo bellico è una risposta alla difficoltà a realizzare gli investimenti privati;
    • i dazi sono un (tentativo di) soluzione agli squilibri commerciali e alla deindustrializzazione, a cui i mercati globali non pongono rimedio (ad esempio, perché gli enormi flussi finanziari in entrata impediscono l’aggiustamento dei tassi di cambio),
    • le politiche ispirate dal movimento MAGA (punire membri dell’élite, gli scrocconi e gli immigrati) compensano, anche se solo sul piano ideologico, l’erosione del “salario giusto” dei lavoratori prodotta dal mercato (ad esempio, instillando l’idea che la stagnazione dei salari è dovuta alla concorrenza degli immigrati).
  6. Il compito degli economisti oggi non è di continuare a prendere Trump e i suoi elettori per pazzi nascondendo l’incapacità dei modelli standard di discutere i problemi strutturali del capitalismo e la crisi di fiducia che provocano, ma denunciare che la soluzione autoritaria di Trump a tali problemi è velleitaria proprio perché dimentica il ruolo della fiducia, e proporre l’unica soluzione che invece ne tiene conto: quella ‘consensuale’ traducibile, ad esempio, in nuove forme di “patto sociale” capaci di rimediare all’erosione del salario giusto e alle disuguaglianze insostenibili.