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Federico Caffè, zio Vinicio

Quando ho ricevuto l’invito a condividere qualche ricordo su mio zio, invito di cui sono profondamente grata, mi sono sorpresa non solo per il numero di episodi che mi venivano alla mente, ma per la loro vividezza, come se fossero tutti accaduti solo poco tempo fa. Per i casi della vita, la mia prima area di studio quando ho iniziato a lavorare in università è stata proprio la memoria autobiografica, che ha costituito uno dei cavalli di battaglia della psicologia agli esordi del suo sviluppo dalla matrice filosofica da cui originava. Tra gli aspetti più affascinanti di queste prime ricerche classiche è l’idea, proposta nel 1932 da Frederic Bartlett, che il ricordo sia un’esperienza molto complessa, che inizia ancor prima della rievocazione, con il riaccendersi dell’ “orma affettiva” che la preannuncia. Prima  ancora dei contenuti, infatti, i ricordi realmente importanti per noi ci riportano al clima relazionale in cui eravamo immersi al momento in cui quel passato accadeva. Come una luce ci aiuta a distinguere una forma che man mano emerge dal buio, così l’emozione scaturita da questi ricordi ci guida a ritroso nel ritrovare il clima di quell’attimo che ormai è scomparso, ma che è ancora vivo nelle conseguenze profonde che ha lasciato in noi stessi.

Il riaffacciarsi di questa risonanza affettiva è tanto più forte, quanto più il passato che rievochiamo è all’origine della nostra stessa esistenza, per episodi avvenuti in un momento in cui lo sviluppo della mente prende le sue mosse attraverso la decisione di base su come ci appare il mondo: un posto abbastanza buono e amichevole, oppure cupo e minaccioso. Questa sensazione, così difficile da descrivere perché provata in una fase ancora preverbale, è destinata a determinare quella che è chiamata in psicologia “fiducia di base”: un affidarsi o un diffidare nei rapporti umani che decide di tutte le  fasi successive del nostro sviluppo, così come lo scavo delle fondamenta decide della costruzione e della futura tenuta di una casa.

Ho incontrato per la prima volta questo concetto della fiducia di base durante le mie lezioni a San Lorenzo nel 1973, in uno dei primi esami che dovevo preparare nel corso di laurea in Psicologia, appena inaugurato. Il corso era allora ospitato nella sede di un birrificio ancora in funzione, che iniziava la sua attività alle 9 di mattina. Potevamo dunque ascoltare nel dovuto silenzio solo le lezioni di Adriano Ossicini che, iniziato il suo corso su Kurt Lewin alle otto in punto, ne usciva immediatamente dopo per recarsi vestito in grande eleganza al Senato, dove dopo decenni di sforzi riuscì a far finalmente approvare una legge di tutela della professione di psicologo. L’esame in cui si parlava della centralità di queste primissime fasi dello sviluppo mentale si chiamava “psicologia dell’età evolutiva”, perché supponeva che la mente arrivasse al suo culmine all’inizio dell’età adulta (cioè durante l’età evolutiva) mentre in seguito nient’altro di importante poteva accadere, se non un declino. Si accettava così tacitamente che a questa fase di completa maturità seguisse una fase di tenuta più o meno lunga, destinata infine a terminare in un’involuzione parallela e contraria, che riportava la mente verso una situazione simile all’impotenza tipica del momento della nascita. Come sempre accade, anche per quest’area del suo studio la psicologia era infatti partita da uno slancio intuitivo, che ricalcava le rappresentazioni già mirabilmente descritte dall’arte e dalla letteratura. E l’intuitive leap dello sviluppo mentale come un percorso parabolico che cresce dalla nascita fino alla fioritura adulta per poi decrescere nel declino dell’anziano, era lo stesso per cui Shakespeare componeva il famoso di monologo di Come vi piace, in cui Jaques malinconicamente compara l’esistenza umana a una recita teatrale, che si svolge secondo un copione diviso in sette atti, rappresentativi delle sette età dell’uomo: dal primo atto, in cui il bambino frigna e rigurgita tra le braccia della nutrice, al settimo e ultimo atto, in cui il protagonista torna a una “seconda infanzia e un puro oblio”.

Una delle belle sorprese che ho avuto grazie al procedere delle ricerche è che oggi, cinquantatré anni dopo l’ascolto di quella lezione del professor Ezio Ponzio, tenuta come il suo solito percorrendo in lungo e in largo l’aula affollatissima, in cui avevo scoperto per la prima volta il concetto di fiducia di base, la psicologia ha cambiato completamente idea. Conseguentemente,  anche quell’esame ha cambiato nome, e oggi viene studiato come “psicologia dello sviluppo”. Sappiamo infatti che, se non intercorrono danni che davvero preludono a una seconda infanzia e un puro oblio, la mente continua ad evolvere durante tutto il corso della vita, affrontando degli “appuntamenti evolutivi” diversi e via via più alti. Se tutto va bene, il primo appuntamento del bambino è la fiducia di base, la decisione di affidarsi alla vita e alle relazioni, e l’ultimo appuntamento dell’anziano è la conquista dell’integrità dell’Io, in cui l’esperienza vitale compiuta permette di accogliere con profonda simpatia i dubbi e le fragilità dei più giovani, consigliandoli per il meglio nelle scelte difficili con cui sono alle prese.  

Una seconda bella sorpresa è l’aver scoperto che, al trascorrere degli anni, l’orma affettiva del ricordo delle persone con cui hai trascorso gli anni importanti della tua vita passata non solo non si appanna, ma acquista un alone diverso, mentre tu stesso entri nella fase evolutiva che quella persona ha attraversato prima di te. I pochi episodi che cercherò di condividere si propongono di descrivere in che modo la vita trascorsa con zio ha aiutato me e mio fratello Enzo ad avere fiducia nel futuro e ad affrontare le sue sfide.

Come dicevo, le lezioni di Ossicini, di Ponzo, di padre Valentini, di De Grada che  mi introducevano allo studio della psicologia le ascoltavo a San Lorenzo ben sapendo che, a poca distanza da me, zio era nella sua stanza ad Economia. Eravamo usciti dalla stessa casa la mattina e ci saremmo rientrati a sera. Lui portava con sé il pranzo preparato da Giulia, la persona che mia nonna aveva accolta da bambina a casa quando, costretta a lasciare la famiglia che non poteva sfamarla, era capitata nel suo lungo camminare in cerca di rifugio fino a Pescara e alla casa dei miei nonni, che allora avevano appena avuto la loro primogenita Nina, mia mamma. Nonna e nonno l’avevano presa con loro, lei aveva aiutato mamma a muovere i suoi primi passi (facendola abbondantemente cadere quando nonna non guardava) e ricordava sempre l’allegria di casa dopo le paure sofferte, il fatto che “si cantava sempre”. Nonna l’aveva accudita come se fosse una creatura sua, come testimoniava il fatto che le aveva ricamato un corredo di biancheria che potesse usare a casa sua nella sua vita adulta, cosa che aveva fatto per tutti i suoi figli. Ma Giulia non aveva mai voluto sposarsi, con disapprovazione di nonna, ed era rimasta a vivere con noi, accudendoci ma anche mettendoci in riga quando ce n’era bisogno. Ricordo solo lo sguardo di fuoco che mi indirizzò quando io, non sapendo come presentarla a una ragazza che avevo conosciuto al mare, avevo detto che era la mia “tata”. Che razza di parole, mi disse  quando rimanemmo a quattr’occhi. Non sapevo come dire, le avevo spiegato. E lei mi aveva risposto, Giulia dovevi rispondere, così mi chiamo io. Giulia dunque preparava a zio un pranzo da portare a lavoro, e un termos col caffé. Io andavo a mensa e poi, a un certo momento, anche alla mensa di Economia, quando la aprirono, perché non controllavano e anche perché era più buona. La sera gli raccontavo quello che c’era, un po’ anche per punzecchiarlo, e lui diceva sconsolato “Ma perché non ci posso andare perché sono un professore”. Lo stesso diceva per la sua abitudine di andare in autobus che, secondo alcuni, era una caduta di status. “Quanti provincialismi”, diceva.  Anche l’insistenza del non fumare per non impestare l’aria nella biblioteca era un suo cavallo di battaglia. Capisco ora che era molto più moderno dei suoi critici, e quando vado a mangiare con un collega di qualche università europea, gomito a gomito con studenti e dottorandi, mi viene da pensare a lui, a quando gli raccontavo cosa c’era nella sua mensa.

Quando ho avuto la mia prima figlia i miei genitori non potevano essere con me. Papà stava lottando con una leucemia, consapevolmente e serenamente, come sempre con tutte le gravi contrarietà della sua vita (la perdita del padre, l’espulsione dal partito fascista e l’impossibilità conseguente di lavorare e di andare all’università, la morte precoce del figlio primogenito). Mia madre gli era vicino. Mio marito era stato presente alla nascita ma poi lo avevano cacciato, perché l’ospedale, il Fatebenefratelli sull’isola tiberina che in quell’anno era quasi magicamente coperto di neve, ammetteva le visite dei parenti solo in orari rigidamente prefissati. Ma la mattina presto, prima di andare all’università, zio era arrivato vicino al mio letto, dopo aver convinto le rigide puericultrici del nido dove la neonata aveva trascorso la sua prima notte a fargliela vedere, e aveva detto alcune cose molto interessanti “Ha un’aria di famiglia, guardala e vedrai che nei primi giorni il viso cambia moltissimo” (cosa vera) “Sembra come una ricapitolazione dei tratti ereditari”. Io gli avevo detto che avevamo deciso di chiamarla Giulia e lui aveva approvato, guardandomi profondamente, poi aveva aggiunto “non spiegare perché, di’ solo che è un nome che ti piace, è difficile per gli altri capirci”. Mi aveva lasciato senza che mi accorgessi che aveva fatto scivolare un assegno sotto il cuscino, con un bigliettino che diceva “per il sonno della mamma”, la vecchia formula abruzzese dei regali di nascita.

Ora che sono anch’io anziana, ripenso non solo ai ricordi diretti della mia vita con zio, ma anche a tutto quello che mi hanno raccontato della vita della mia famiglia prima della mia nascita, e del ruolo che mio zio ha avuto in quel tempo. A come il primogenito di mamma, Piero, cui saremmo seguiti Enzo e io, aveva scoperto da solo come chiamare in interurbana a casa degli zii a Roma per recitare le poesie che aveva imparato, con delizia di tutti e imprevista impennata nelle bollette telefoniche. A quando mia madre ha scoperto che questo bambino bellissimo e precoce stava molto male, e a come la mia nascita inaspettata avesse complicato le cose, perché io non vocalizzavo come tutti gli altri bambini. Le ricerche attuali sanno che questo accade, molto raramente, per bambini particolari, che possono esercitarsi interiormente senza emettere suoni all’esterno. Ma all’epoca la ricerca non era ancora arrivata a capirlo, e l’intuitive leap stavolta  era disastroso, perché preconizzava che io sarei stata “contagiata” dalla malattia. Di fronte al pregiudizio dell’epoca (non bisogna dimenticare che quello che oggi è chiaramente un pregiudizio, ieri poteva essere il giudizio dominante) gli zii avevano tenuto consiglio, ed avevano deciso di accogliere a casa di zio nostro fratello Piero, che è sopravvissuto oltre le aspettative perché accudito con amore dallo sforzo congiunto di nonna Erminia, di Giulia, di zio Alfonso e soprattutto di zio Vinicio, come a casa noi chiamavamo lo zio Federico.

Ora che sono anziana so che non poteva andare altrimenti, perché l’accoglienza e la cura sono sempre stati il tratto distintivo della famiglia in cui Enzo e io siamo nati. E penso che zio ha lasciato un segno non solo nell’intelligenza, ma nel cuore di chi ha studiato con lui perché veniva da questo tipo di famiglia, e dalla fiducia di base nella forza delle relazioni umane che lo contraddistingue.