Rodrik, la democrazia e la predistribuzione
Correva l’anno 2011 quando Dani Rodrik si servì di un fortunatissimo trilemma per manifestare la propria avversione alla globalizzazione per il modo in cui era stata concepita e realizzata, un modo ‘estremo’ che lo spinse a parlare di ‘iperglobalizzazione’. Il trilemma decretava l’impossibilità che questa globalizzazione potesse coesistere con la democrazia e con la sovranità nazionale; ad almeno una delle due occorreva rinunciare se si voleva quella globalizzazione.
Negli anni successivi Rodrik è ripetutamente intervenuto sul tema aggiungendo a questa critica quella si imponeva con gli eventi: la globalizzazione era un fallimento rispetto all’obiettivo promesso, quello di portare una diffusa prosperità nel mondo. Il suo ultimo libro (Shared Prosperity in a Fractured World, Princeton University Press, 2025) costituisce un tentativo organico di indicare una strada diversa al mondo, una strada che conduca verso desiderabili obiettivi e nella quale non circolano le idee che hanno dominato negli ultimi decenni e che, quanto meno, hanno fatto perdere tempo prezioso.
I desiderabili obiettivi sono tre ma non configurano alcun trilemma, con appropriate strategie sono tutti raggiungibili. Quei tre obiettivi sono racchiusi in tre parole: democrazia, prosperità e sostenibilità. Si tratta di obiettivi quasi ovvi ma i termini utilizzati si prestano a interpretazioni plurime e quindi necessitano di una delimitazione che Rodrik non manca di offrirci. Per due di essi, devo limitarmi a una drastica sintesi: la prosperità è riferita soprattutto ai paesi in via di sviluppo e alla lotta alla povertà (estrema) che li caratterizza; la sostenibilità è, naturalmente, riferita soprattutto al problema del surriscaldamento e del cambiamento climatico. Sulla democrazia, invece, mi soffermerò perché ritengo che le riflessioni e le proposte di Rodrik a questo riguardo meritino grande attenzione, siano o meno sempre convincenti.
Per definire più precisamente l’obiettivo della democrazia, Rodrik chiama in causa la classe media. Lo fa, forse, ispirato da Aristotele che considerava la classe media essenziale per la democrazia perché credeva che, per ragioni diverse, i poveri e i ricchi non avrebbero saputo governare bene. L’idea di Rodrik non è esattamente questa: «per dirla senza mezzi termini, la classe media è la spina dorsale di una democrazia. È molto difficile mantenere un sistema di governo democratico senza un ampio gruppo di cittadini che condividano livelli di vita ragionevolmente simili – né troppo ricchi né troppo poveri – e, cosa non del tutto estranea a ciò, alcuni valori e aspirazioni comuni. Le società polarizzate in termini di reddito e valori tendono o a disgregarsi nell’anarchia e nel conflitto, oppure a finire sotto un regime autoritario». Tornerò su questa visione del rapporto tra classe media e democrazia. Ora va ricordato che Rodrik attribuisce alle politiche che hanno dominato negli scorsi decenni la responsabilità di avere eroso la classe media e di averlo fatto principalmente perché hanno favorito l’evaporazione di molti lavori buoni (good jobs) che egli considera la porta di accesso alla classe media, soprattutto se – e questo è un punto che ritorna nel libro – si dispone di un limitato capitale umano e di bassa istruzione.
Ovviamente occorre definire, anche soltanto in termini approssimativi, i lavori buoni (e, per induzione, la classe media). Rodrik a proposito del lavoro buono scrive (p. 13): «Potremmo considerarlo un lavoro che garantisce un tenore di vita non molto inferiore al livello medio di reddito del Paese e che offre prospettive di avanzamento di carriera e diritti fondamentali dei lavoratori, quali il diritto alla contrattazione collettiva e norme contro il licenziamento arbitrario». Non è difficile criticare per una certa vaghezza questa definizione e anche per quanto essa implica rispetto alla classe media. In termini di reddito la classe media è normalmente delimitata da un intervallo imperniato sul reddito mediano, e non da “un reddito non molto inferiore a quello medio”. Ma quanto Rodrik ha da dirci resiste certamente a queste – direi inevitabili – approssimazioni.
A maggior ragione è così se consideriamo l’importanza che egli assegna a quella che possiamo chiamare la qualità del lavoro. Quest’ultima deve essere tale da soddisfare la domanda di senso, di dignità, nonché di riconoscimento sociale, che le persone rivolgono al loro lavoro. Di tutto ciò beneficia non solo il complessivo benessere individuale, ma anche l’insieme dei comportamenti sociali che certamente influenzano – anche se non necessariamente determinano da soli – il funzionamento della democrazia. «Buoni lavori creano una classe media e la classe media è il pilastro della democrazia». SI può concordare con questa affermazione di Rodrik anche se forse sarebbe meglio sostituire «il pilastro della democrazia» con «uno dei pilastri necessari alla democrazia». E si può certamente concordare, per le ragioni poco sopra dette, che un trasferimento monetario per integrare il reddito, cioè una classica politica redistributiva, non potrebbe avere questo effetto.
Al di là delle limitate vaghezze delle definizioni è senz’altro nel giusto Rodrik quando afferma che negli ultimi decenni i good jobs sono diminuiti e la classe media – si sia ristretta o meno in base al criterio del reddito – certamente ha subito una perdita di benessere a causa del peggioramento della qualità del lavoro. Ciò, chiarisce, tra l’altro che non necessariamente le due condizioni (quella relativa al reddito e quella relativa alla qualità del lavoro) si verificano simultaneamente. Ma entrambe verosimilmente concorrono a indebolire il ruolo della classe media come uno dei pilastri della democrazia.
Se le politiche degli scorsi decenni hanno portato a una contrazione (netta) di buoni lavori, non solo in Usa ma anche in Europa, ‘svuotando’ la classe media, occorre ricreare quei lavori nell’ambito di una complessiva espansione dell’occupazione, e il primo problema è: dove? E su questo Rodrik rende esplicita la convinzione cui è giunto di recente: non nella manifattura ma nel settore dei servizi.
La ragione è presto detta: la manifattura da tempo non crea più occupazione e di certo non riprenderà a farlo in futuro. In Usa dal 1980 si sono persi 6 milioni di posti di lavoro nella manifattura mentre in altri settori (soprattutto nei servizi) ne sono stati creati circa 73 milioni. In Europa le tendenze sono simili. Tra le ragioni per cui questo avviene vi è, naturalmente, l’aumento della produttività ma probabilmente anche la composizione della domanda a favore di segmenti meno labour intensive.
Nei servizi le prospettive in termini quantitativi sono migliori ma non sono facilmente disponibili i good jobs di cui siamo alla ricerca. Non che manchino, ma sono assai diffusi i non-good jobs se così vogliamo chiamarli, caratterizzati in generale da una bassa produttività. Rodrik fa al riguardo molti esempi e si sofferma in particolare sui servizi di cura alle persone e sull’assistenza di lungo termine. In generale egli ritiene, anche sulla base di vari interessanti esempi, che rispetto a questi servizi siano possibili innovazioni in grado di migliorare la produttività (e, quindi, le retribuzioni erogabili) nonché la qualità del lavoro, il che permetterebbe di avvicinare le condizioni richieste da un good job. Dunque, vi è, in generale, la possibilità di accrescere la produttività (e la qualità) del lavoro in questi servizi anche se chi li eroga non ha una elevata formazione professionale – e ciò, sottolinea Rodrik, permette di non dover attendere i tempi lunghi che un percorso formativo richiede. Infine, benché Rodrik non menzioni questo aspetto, il benessere sociale potrebbe crescere anche per il beneficio che da questi cambiamenti possono trarre i destinatari del servizio, in particolare quando si tratta di cure.
Per aiutare le imprese di non grandi dimensioni e principalmente operanti nel settore dei servizi a creare buoni lavori occorre un profondo cambiamento anche nel modo di condurre le politiche pubbliche. Rodrik si misura con questo problema in modo accurato, delineando un approccio che chiama productivism, che dovrebbe superare le carenze sia delle politiche neoliberiste (che nutrono troppa fiducia nel mercato) sia di quelle keynesiane (che puntano troppo sulla redistribuzione ex post). Occorrono micro interventi che non possono essere calati dall’alto e che, invece, richiedono estesa collaborazione dei policy maker con le imprese, gli innovatori, e altre parti interessate. Data la natura dei problemi – ed in particolare le asimmetrie informative e la necessità del coinvolgimento di altre parti – queste politiche non si prestano a un approccio tecnocratico. Serve invece un approccio ’sperimentale’ in linea con l’experimentalist governance di Sabel e Zeitlin (in The Oxford Handbook of Governance a cura di Levi-Faur, Oxford University Press, 2012) e servono soluzioni non centralizzate, ispirate al criterio del trial and errors e a quello del second best. Non posso approfondire la questione, ma per illustrare l’approccio che ha in mente Rodrik è utile richiamare la metafora dei pesci che chiude il cap. 6 del libro: « Se vuoi aiutare qualcuno a uscire dalla povertà, insegnagli a pescare invece di dargli un pesce. L’approccio redistributivo consiste nel distribuire un pesce, mentre le politiche di predistribuzione, come l’istruzione, consistono nell’insegnare alle persone a pescare. L’approccio produttivista, d’altra parte, si preoccupa innanzitutto che nel lago vi sia pesce a sufficienza» (pp. 175-76). Dunque occorrono più politiche tra loro coordinate, non solo quelle di creazione del capitale umano su cui, invece, in genere si insiste molto. Di rilievo in questa frase è anche l’esplicita menzione del termine ‘predistribuzione’.
Parlando di predistribuzione viene da chiedersi se essa non possa (o debba?) essere rilevante nel dibattito sul futuro delle politiche europee, che sembra imperniata su quella che potremmo chiamare la coppia semantica “competitività/semplificazione (delle regole)”.
A far sorgere quella domanda è anche ciò che Draghi scrive nel suo Rapporto sulla competitività e nel suo recente libro (Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo, Rizzoli, 2026, p. 97), a proposito dei valori fondamentali dell’Europa che sarebbero: democrazia, libertà, pace, equità, prosperità, sostenibilità. Una lista di 6 termini, di cui 3 identici a quelli di Rodrik. La domanda, forse banale, è: se i valori, e quindi gli obiettivi, sono gli stessi non sarà per caso possibile conciliare i due approcci? Al riguardo vale la pena di considerare che Draghi menziona l’importanza dell’inclusione sociale, ma non fornisce – per qualsivoglia motivo – dettagliate indicazioni su come realizzarla all’interno del suo piano. Le sue affermazioni consentono, però, di ritenere che la consideri compatibile con quest’ultimo ed allora appare giustificato chiedersi se la soluzione non potrebbe essere rappresentata proprio dalla strategia predistributiva di Rodrik – naturalmente con i necessari adattamenti e naturalmente contando su solidi criteri per decidere l’allocazione tra i diversi obiettivi delle risorse comunque necessarie.
Volendo, un incoraggiamento ad andare in questa direzione è nascosto in quanto Rodrik, anche se en passant, scrive a proposito del rapporto Draghi in un recente articolo su Project Syndicate. Concorda che le sfide geopolitiche richiedono che l’Europa agisca all’unisono in materia di difesa e sicurezza nazionale, ma ritiene che non vi sia alcun danno, ma piuttosto un potenziale beneficio significativo, nel lasciare che i paesi agiscano autonomamente in campo economico – da soli o in raggruppamenti di loro scelta. Interpreto questo, dopo nulla più che una frettolosa riflessione, come il riconoscimento da parte di Rodrik della compatibilità tra (buona parte del) Rapporto Draghi e la sua preoccupazione per il futuro dei good jobs e di tutto ciò che ad essi è collegato. Di sicuro, come dice Rodrik, l’Europa deve proporre un modello alternativo a Usa e Cina e se i valori dell’Europa sono quelli che indica Draghi si può ipotizzare che potrebbe esservi spazio per la predistribuzione. Ma la questione richiede, ovviamente, ben più approfondite analisi.
Mi avvio a concludere. Rodrik solleva questioni di grandissima rilevanza e apre il campo a riflessioni non usuali nel dibattito contemporaneo. Si può discutere della definizione di classe media e di good jobs, si può discutere se una solida classe media sia necessaria e sufficiente o magari soltanto necessaria per una ben funzionante democrazia che, peraltro, è tale non solo perché è al riparo dalle degenerazioni di cui parla Rodrik ma anche perché limita la concentrazione di potere e il suo uso personalistico. E non solo si può ma si dovrebbe discutere dell’opportunità, sotto vari aspetti, di un responsabile ricorso a politiche predistributive ( da intendere in senso ampio) per correggere alcune delle più preoccupanti tendenze in atto. Sarebbe bene che ne discutessero di più (almeno) gli economisti anche per chiarire se un eventuale rigetto della predistribuzione è una questione di preferenza per altre strategie rispetto allo stesso obiettivo (contenere la polarizzazione di reddito e ricchezza per far funzionare meglio anche la democrazia) ovvero di rigetto di quell’obiettivo. E questa chiarezza potrebbe, di per se stessa, aiutare la democrazia a funzionare meglio.