Finanza

Magnifica Humanitas: quale umanità stiamo costruendo?

Una domanda inattesa per gli economisti. Quando un Papa pubblica un’enciclica sociale, molti economisti la considerano un documento interessante per la storia delle idee o per la riflessione etica, ma raramente una lettura necessaria per comprendere il presente. Eppure, Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Leone XIV, merita di essere presa sul serio anche da chi non condivide la fede cristiana.

La ragione non è che il documento offra soluzioni tecniche ai problemi dell’economia digitale o dell’intelligenza artificiale. Non lo fa. Né potrebbe farlo. La sua rilevanza nasce piuttosto dal fatto che pone una domanda che l’economia contemporanea tende sempre più spesso a eludere: quale idea di essere umano è implicita nelle istituzioni, nelle tecnologie e nei sistemi economici che stiamo costruendo?

L’enciclica, infatti, non si limita a interrogarsi sull’assetto istituzionale e organizzativo della società. Essa richiama anche una questione antropologica: quale idea di essere umano, di dignità e di convivenza venga alimentata dalle istituzioni e dalle pratiche sociali. Per lungo tempo l’economia è stata anche una disciplina che rifletteva sui fini. Da Adam Smith a Keynes, da Marx a Schumpeter, le grandi domande economiche sono state inseparabili dalle domande sulla convivenza umana. Negli ultimi decenni, invece, la disciplina ha sviluppato strumenti analitici sempre più sofisticati per comprendere incentivi, mercati e comportamenti, lasciando progressivamente sullo sfondo una domanda fondamentale: verso quale futuro vogliamo orientarci? È precisamente qui che l’enciclica interpella gli economisti, spostando il baricentro del dibattito su questioni più radicali, il cui filo rosso è la forma assunta dal potere nel XXI secolo.

Con un tempismo che ricorda quello della pubblicazione della Rerum Novarum, l’enciclica interviene nel dibattito sull’intelligenza artificiale in un momento in cui l’attenzione pubblica oscilla tra entusiasmo tecnologico e paura apocalittica. Leone XIV rifiuta entrambe le posizioni. L’IA non è né una promessa di salvezza né una minaccia in sé, perché appartiene alla categoria degli strumenti. Tuttavia, il suo essere uno strumento non la rende né innocua né neutrale; al contrario, ne evidenzia la dimensione inevitabilmente normativa. La vera questione riguarda dunque il modo in cui essa redistribuisce potere, trasforma il lavoro, modifica le relazioni sociali e, soprattutto, contribuisce a ridefinire ciò che consideriamo umano.

La nuova questione sociale: chi governa l’innovazione? Se al tempo della Rerum Novarum i conflitti fra benessere individuale, istituzioni democratiche e potere si configuravano all’interno della dialettica capitale-lavoro dell’industria nascente, oggi la questione sociale assume una forma ancora più complessa: alle storiche disuguaglianze, tutt’altro che superate, si aggiunge la concentrazione di dati, conoscenza, capacità computazionale e potere normativo nelle mani di pochi soggetti globali. L’alienazione del lavoratore moderno, la “spersonalizzazione” denunciata dalla Rerum Novarum, trova oggi un nuovo riflesso nell’alienazione descritta da Leone XIV. Una spersonalizzazione ancora più pervasiva, che si manifesta anche attraverso l’innovazione e l’intelligenza artificiale, poiché investe la capacità stessa degli individui di accedere e partecipare al mondo che già abitiamo. Infatti, laddove l’innovazione viene sottratta alla deliberazione democratica e trasformata in uno strumento di concentrazione del potere, insieme all’intelligenza artificiale che ne costituisce una delle espressioni più avanzate, emerge una domanda che è prima antropologica e politica che tecnologica: in che modo la potenza tecnica contribuisce allo sviluppo integrale della persona?

Il Papa non parla esplicitamente o, quantomeno diffusamente, di moneta e finanza ma, mutatis mutandis, la sua riflessione si indirizza anche a questi strumenti lasciati nell’ombra. L’enciclica coglie con lucidità un fenomeno che molti economisti studiano da tempo: la concentrazione di conoscenza, dati e capacità computazionale nelle mani di pochi attori privati globali. La questione assume quindi una natura eminentemente politica. Trasparenza degli algoritmi, accountability, controllo democratico, tutela della concorrenza e governo delle piattaforme non sono dettagli tecnici. Sono condizioni necessarie affinché il progresso tecnologico non si traduca in una progressiva riduzione della sovranità democratica.

Oltre il paradigma tecnocratico. Benché l’argomentazione sia condotta in modo pacato e senza riferimenti espliciti agli autori più noti agli economisti, non può sfuggire che, se nell’enciclica non vi è una condanna morale del capitalismo in quanto tale, emerge tuttavia una presa di posizione netta rispetto al paradigma normativo implicato dalla Dottrina Sociale della Chiesa e a quello tecnocratico che caratterizza una parte significativa dell’attuale mainstream economico.

La tabella seguente sintetizza alcune delle principali divergenze metodologiche tra queste due prospettive.

Paradigma tecnocratico Magnifica Humanitas
La tecnologia determina il cambiamento La società può scegliere
L’efficienza è il criterio principale La dignità è il criterio principale
I dati sono una proprietà privata I dati hanno una rilevanza pubblica
L’innovazione si autoregola L’innovazione va governata
La crescita è il fine Il bene comune è il fine
Il potere è una conseguenza Il potere è il problema centrale

Uno dei contributi più originali dell’enciclica riguarda l’estensione del principio della destinazione universale dei beni all’economia digitale. Se nella tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa tale principio riguardava principalmente la terra, l’acqua e le risorse naturali, oggi la riflessione si estende ai dati, agli algoritmi, alla conoscenza e alle infrastrutture digitali.

La questione è cruciale. I dati non vengono prodotti esclusivamente dalle imprese che li raccolgono. Essi derivano dall’interazione quotidiana di milioni di individui, dalle relazioni sociali, dal lavoro, dai consumi e dai comportamenti collettivi. Per questa ragione il loro utilizzo non può essere valutato esclusivamente secondo criteri proprietari.

Qui emerge una critica che investe il cuore di una particolare interpretazione dell’economia moderna. Leone XIV osserva che “la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità”. Applicata all’economia digitale, questa affermazione mette in discussione l’idea che la ricerca privata dell’efficienza o del profitto possa automaticamente produrre benefici collettivi.

Un altro tema significativo dell’enciclica è la trasparenza. Nel dibattito contemporaneo si tende spesso a identificarla con la pubblicazione dei codici sorgente o con l’accesso agli algoritmi. Ma il problema è più profondo. Un algoritmo può essere formalmente trasparente e restare incomprensibile per la maggioranza dei cittadini: la vera questione è la contestabilità del potere.

Visione tecnocratica Visione dell’enciclica
Pubblicare il codice Rendere contestabile la decisione
Efficienza Responsabilità
Automazione Supervisione umana
Funzionamento dell’algoritmo Giustificazione della decisione
Potere opaco Potere controllabile

Se una decisione automatizzata determina l’accesso al credito, a un lavoro, a un servizio pubblico o a una prestazione sociale, il cittadino deve poter conoscere i criteri fondamentali della decisione, contestarla e ottenere una revisione umana. La trasparenza non è dunque il fine ultimo. È il prerequisito affinché il potere tecnologico torni a essere politicamente discutibile e democraticamente controllabile.

Oltre il capitalismo: la domanda sull’umano. Sarebbe tuttavia riduttivo leggere Magnifica Humanitas soltanto come una critica del capitalismo digitale o del potere delle Big Tech. La domanda più radicale dell’enciclica non riguarda il capitalismo. Riguarda l’essere umano.

L’enciclica non chiede anzitutto se il capitalismo sia buono o cattivo. Chiede quale tipo di esseri umani stiamo diventando attraverso questa forma di economia. Per questo il documento insiste su categorie apparentemente estranee al dibattito economico: fragilità, vulnerabilità, dipendenza reciproca, cura e limite. A queste dimensioni si accompagna un principio positivo che attraversa l’intera enciclica: la dignità universale della persona.

La critica non è rivolta alla tecnologia in quanto tale, ma all’idea che il valore di una persona possa essere misurato esclusivamente attraverso criteri di efficienza, prestazione, produttività o adattabilità. In una società dominata dalla logica della performance, il rischio non è soltanto l’aumento delle disuguaglianze. Il rischio è che gli esseri umani finiscano per interpretare sé stessi secondo le categorie delle macchine che hanno costruito.

È qui che il tema del limite assume un significato decisivo. La storia umana è una storia di superamento dei limiti, fatta di esplorazione, scoperta e innovazione. Ma esiste una differenza fondamentale tra attraversare un limite e negarlo: la prima è una forma di creatività; la seconda rischia di trasformarsi in una forma di autosufficienza.

Quando il limite viene considerato un semplice difetto da eliminare, la vulnerabilità diventa inefficienza, la dipendenza reciproca diventa debolezza e la fragilità diventa scarto. Per Leone XIV, al contrario, proprio da queste dimensioni emergono alcune delle esperienze più profondamente umane: la solidarietà, la compassione, la responsabilità e la capacità di costruire relazioni significative.

È in questa prospettiva che l’enciclica affronta anche il tema del lavoro, non soltanto come fattore economico ma come dimensione essenziale dello sviluppo umano.

Il lavoro come partecipazione al mondo. Uno dei passaggi più significativi dell’enciclica riguarda il lavoro. Leone XIV afferma che “il lavoro non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita” e aggiunge che gli aiuti economici possono essere necessari nelle emergenze, ma non possono diventare l’unica risposta alla povertà e all’esclusione.

Queste affermazioni risultano particolarmente interessanti perché mostrano come l’enciclica entri in dialogo con alcune tradizioni del pensiero economico spesso marginalizzate nel dibattito contemporaneo. Gli economisti, infatti, non costituiscono una comunità intellettuale omogenea. Se molte delle tesi di Magnifica Humanitas appaiono in tensione con il paradigma tecnocratico dominante, esse risultano invece sorprendentemente vicine a quelle correnti eterodosse che hanno continuato a interrogarsi sul rapporto tra istituzioni, lavoro, dignità e trasformazione storica.

Tra queste figure, Hyman Minsky occupa una posizione particolare. Non soltanto perché ha attribuito al lavoro un ruolo centrale nella costruzione dell’identità individuale e della cittadinanza, ma perché ha individuato nella rinuncia all’obiettivo del pieno impiego una delle principali cause della persistenza della povertà nelle economie contemporanee.

Per Minsky la povertà non rappresenta semplicemente una condizione individuale o una conseguenza inevitabile del cambiamento economico. È anche il risultato di precise scelte collettive e, talvolta, di precise omissioni della politica economica. Quando una società rinuncia a perseguire il pieno impiego come obiettivo prioritario, non produce soltanto una perdita di reddito. Produce una perdita di partecipazione, di riconoscimento sociale e di possibilità umane.

È qui che la convergenza con Leone XIV diventa particolarmente significativa.

Hyman Minsky Leone XIV
Il lavoro genera reddito Il lavoro esprime dignità
Il lavoro crea identità sociale Il lavoro sviluppa la persona
Il lavoro costruisce competenze Il lavoro favorisce la comunione
La piena occupazione è un bene pubblico Lo Stato deve promuovere il lavoro
La povertà è una responsabilità collettiva Gli aiuti non possono essere l’unica risposta

Per entrambi il lavoro non è riducibile a una variabile economica. È una forma di partecipazione alla vita della comunità. L’intuizione acquista una rilevanza ancora maggiore nell’epoca dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Se le macchine saranno in grado di svolgere una quota crescente delle attività produttive e cognitive, il problema non riguarderà soltanto la distribuzione del reddito. Riguarderà la possibilità stessa di preservare forme di partecipazione sociale capaci di dare significato all’esperienza umana.

La questione assume allora una portata più ampia della semplice organizzazione del mercato del lavoro. Quando una società priva una parte dei suoi membri della possibilità di contribuire, non perde soltanto produzione. Perde relazioni, competenze, iniziativa e creatività. Perde idee che non verranno sviluppate, opere che non verranno realizzate, possibilità che non avranno occasione di emergere.

In questo senso la povertà non è soltanto privazione materiale. È anche impoverimento delle possibilità umane e del futuro stesso. La domanda che emerge dall’enciclica è quindi più radicale di quanto appaia a prima vista. Se il lavoro rappresenta una delle principali modalità attraverso cui gli esseri umani partecipano alla costruzione del mondo comune, che cosa accade quando questa funzione viene progressivamente erosa? Quali nuove forme di partecipazione potranno sostenerne il significato?

L’economia può contribuire a comprendere il problema, ma non è in grado di risolverlo da sola. A questo livello il lavoro cessa di essere soltanto una categoria economica e torna a essere una categoria antropologica. Diventa una domanda sul posto che l’essere umano occupa nell’opera che sta costruendo insieme agli altri.