Finanza

Chi vince facilmente vincerà ancora: competizioni ripetute e insidie della meritocrazia

Le economie avanzate aspirano a presentarsi come meritocrazie, società nelle quali il successo premia chi ha talento, chi si impegna, chi sa cogliere l’opportunità. Curiosamente, fu Michael Young nel 1958 a coniare il termine “meritocrazia” con intenti satirici, per denunciare le derive classiste del sistema educativo britannico. Da allora, la parola ha percorso un cammino opposto a quello previsto dal suo inventore, trasformandosi in ideale positivo, ampiamente condiviso dalla retorica pubblica delle democrazie occidentali. Maurizio Franzini e Michele Raitano, nel loro recente libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi, 2026), inseriscono il merito fra le giustificazioni narrative più insidiose della disuguaglianza. Resta però aperto il dibattito su quanto i nostri sistemi economici ed educativi siano effettivamente meritocratici.

Se è vero che una qualche “parità dei punti di partenza” dovrebbe precedere la competizione (Roemer, 2018), questa premessa non basta a risolvere il problema. Come ricorda Robert Frank nel suo Success and Luck (2016), in ogni competizione – per una cattedra universitaria, per un finanziamento alla ricerca, per un seggio parlamentare – il caso gioca un ruolo decisivo accanto al merito. E se la competizione si ripete nel tempo, gli effetti del caso rischiano di moltiplicarsi: chi vince una prima gara può accedere a risorse, reti, reputazione che aumentano le sue probabilità di vincere anche la successiva. In questa logica, la competizione, per quanto apparentemente meritocratica ad ogni stadio, potrebbe non risultarlo mai fino in fondo, con la vittoria di oggi che genera quella di domani.

Le situazioni di questo tipo sono ovunque. Essere ammessi a un’università prestigiosa apre l’accesso a docenti, infrastrutture e reti professionali che agevolano i successi successivi (S.Zimmerman, “Elite Colleges and Upward Mobility to Top Jobs and Top Incomes”, American Economic Review, 2019). Una borsa di studio può liberare lo studente dal lavoro salariato e consentirgli di investire davvero nello studio. Un’impresa che vince un primo bando di ricerca possiede un curriculum più solido per aggiudicarsi i finanziamenti successivi da capitali di rischio (S. Howell, “Financing Innovation: Evidence from R&D Grants”, American Economic Review, 2017). Lo stesso vale per le gare tecnologiche – le cosiddette patent races – o per la rielezione di chi già detiene una carica politica. In tutti questi casi, vincere una volta cambia la struttura della competizione successiva, e non in modo neutrale. Dal punto di vista di chi progetta le “regole del gioco”, l’interrogativo è netto: cosa succede ai comportamenti competitivi, e agli sforzi profusi dai partecipanti, quando la vittoria iniziale conferisce un vantaggio nelle competizioni successive? 

Infatti, questo vantaggio potrebbe semplicemente aumentare il valore della prima competizione senza intaccare la meritocraticità della competizione ripetuta. La presenza di vantaggi andrebbe, con ogni probabilità, ad aumentare le disuguaglianze, ma non dovrebbe necessariamente mettere in crisi un assunto meritocratico. Non potremmo neanche escludere che una sconfitta ad una prima competizione spinga i perdenti ad una reazione comportamentale di rivalsa, che vada a livellare l’esito della competizione nelle iterazioni successive alla prima. Certo, già il caso introduce una complicazione intorno a questi ragionamenti, perché ovviamente rende non meritocratica la competizione. Si potrebbe però controbattere che il caso, di per sé, colpisce tutti in modo indistinto, e quindi non vada troppo preso in considerazione. Però, e qua veniamo al cuore del nostro ragionamento, nell’eventualità in cui, contemporaneamente, il caso abbia un ruolo nella prima competizione e gli sforzi successivi fossero determinati dalla prima competizione, le vittorie successive risulterebbero del tutto viziate dall’esito ingiusto della prima competizione.

In un esperimento recente condotto da un gruppo di ricerca a cui partecipo, svolto con studenti all’Università del Wyoming,  si affronta questo problema (D. Bruner et al., “Repeated Competition with Winner Advantages”, mimeo, 2025). I risultati sono ancora preliminari, visto che sono ancora in attesa di una validazione peer reviewed, e sono di esclusiva responsabilità degli autori, ma ne anticipo una parte in questa sede. Il setting è semplice. Due persone, identiche nelle risorse iniziali, competono in due gare consecutive: investono “gettoni” per acquistare biglietti di una lotteria, il biglietto vincente viene estratto a sorte e il vincitore di ciascuna gara è colui che possiede il biglietto vincente. Quindi, le probabilità di vittoria sono proporzionali ai biglietti posseduti.

Confrontiamo tre condizioni. Nella Baseline, le due gare sono indipendenti: chi vince la prima non ottiene alcun vantaggio nella seconda. Nelle due condizioni alternative, invece, la vittoria iniziale si traduce in un vantaggio nella seconda gara – un vantaggio che rende lo sforzo del vincitore otto volte più produttivo (condizione Productive) o, simmetricamente, rende lo sforzo del perdente otto volte più costoso (condizione Cost). Il disegno sperimentale cattura così tre aspetti fondamentali: lo sforzo (quanti gettoni investire), la fortuna (l’estrazione) e la possibilità che la prima competizione modifichi le regole della seconda.

La teoria dei giochi fornisce previsioni chiare. Nella prima gara dovrebbe manifestarsi un effetto incoraggiamento in Productive o Cost: sapendo che vincere oggi significa partire avvantaggiati domani, i concorrenti dovrebbero investire più sforzo che nella Baseline. Nella seconda gara dovrebbe invece manifestarsi un effetto scoraggiamento: lo squilibrio introdotto dal vantaggio rende l’investimento meno attraente per entrambi i giocatori. In particolare, il perdente ha meno motivi per impegnarsi, ma anche il vincitore – sapendo che l’avversario si impegnerà meno – ha incentivi a sua volta a ridurre lo sforzo. La teoria prevede quindi uno scoraggiamento simmetrico tra i due contendenti. I risultati del nostro esperimento confermano l’esistenza dei due effetti, ma mostrano che la realtà comportamentale è molto meno simmetrica di quanto la teoria suggerisca.

Il primo risultato è che, quando la vittoria iniziale conferisce un vantaggio, gli investimenti nella prima gara aumentano in modo significativo rispetto alla Baseline. L’effetto incoraggiamento, dunque, esiste: i concorrenti percepiscono il valore aggiuntivo del vincere e si sforzano di più.

Il secondo risultato è più preoccupante. L’effetto scoraggiamento non solo si manifesta, ma eccede ampiamente le previsioni teoriche – e lo fa in modo profondamente asimmetrico. Nella seconda gara, più del 30% dei perdenti della prima offre zero gettoni, rinunciando sostanzialmente a competere. Circa il 60% investe meno di quanto prescriva la teoria. Per fare un paragone: nella Baseline, appena l’1% dei giocatori investe zero, e meno del 30% si colloca al di sotto della previsione teorica. Per contro, i vincitori della prima gara non mostrano lo scoraggiamento previsto dalla teoria. Al contrario, continuano a investire tanto quanto nella Baseline – anzi, tendono a investire anche un po’ di più rispetto all’equilibrio con vantaggio. In altri termini, i vincitori gonfiano i loro investimenti, mentre i perdenti si ritirano dal campo.

La combinazione dei due effetti ha una conseguenza di peso: il vantaggio iniziale finisce per tradursi quasi automaticamente nella vittoria della seconda gara. Non si tratta solo del vantaggio “meccanico” concesso dalle regole: vi si aggiunge il supplemento di arrendevolezza di chi parte svantaggiato. Abbiamo verificato se l’asimmetria possa dipendere da un effetto ricchezza – chi ha vinto è più ricco, e dunque può permettersi di rischiare di più – ma i dati non supportano questa spiegazione. Il fenomeno sembra piuttosto un effetto comportamentale: la percezione stessa di essere svantaggiati scoraggia al di là di quanto un calcolo freddo giustificherebbe.

Questi risultati offrono un monito alle retoriche meritocratiche ingenue. Se le competizioni si ripetono nel tempo e conferiscono vantaggi ai vincitori, l’iniquità si cumula. E si cumula ancora di più se, al vantaggio strutturale, si somma lo scoraggiamento eccessivo degli svantaggiati. In fondo, tutto ciò non sarebbe troppo drammatico se la gara iniziale fosse realmente meritocratica. Ma non lo è mai del tutto: nel nostro esperimento – nel quale i due contendenti sono identici e l’estrazione è casuale – circa il 30% delle prime gare è vinto da chi ha investito di meno. Il caso, cioè, decide la sorte di una quota non trascurabile di competizioni. E ogni volta che ciò accade, il “fortunato” della prima gara si trova con una probabilità quasi certa di vincere anche la seconda, aggiungendo al capitale iniziale una rendita che nulla ha a che vedere con il merito.

La conseguenza è chiara: anche quando le gare sono, almeno formalmente, aperte e paritarie, l’interazione tra caso ed effetti di spillover può generare disuguaglianze strutturali e persistenti. La pari dignità delle opportunità, insomma, non si garantisce una volta per tutte prima dello “starter”; va ricostruita continuamente, o perlomeno periodicamente.

Interventi di questo tipo non sono esotici. Le leghe sportive americane, come la NBA e la NFL, prevedono da decenni che le squadre con le peggiori stagioni abbiano la precedenza nel draft dei giovani talenti, ridistribuendo così risorse dalla coda alta a quella bassa della distribuzione. Il principio – rendere più competitiva la lega complessiva, evitando che i forti lo restino per sempre – è trasferibile ad altri contesti: dalla competizione tra atenei per finanziamenti e iscritti, alle politiche industriali per la ricerca, fino, in una logica più ampia, alla tassazione dei redditi da capitale e al disegno delle imposte di successione.

Anche in politica il meccanismo che descriviamo non è astratto. Il vantaggio dell’incumbent nelle elezioni statunitensi (D. Lee, “Randomized experiments from non-random selection in U.S. House elections”, Journal of Econometrics, 2008) è un caso da manuale: chi ha vinto una volta dispone di visibilità, reti di donatori e infrastrutture di campagna che rendono la rielezione assai più probabile, a parità di qualità individuale. Limiti di mandato, finanziamento pubblico delle campagne e regole sull’accesso ai media vanno intese, in questa luce, non come correttivi di dubbia legittimità, ma come strumenti necessari affinché la competizione elettorale resti tale. Analogamente, nel dibattito italiano, le regole sul cumulo dei mandati dei sindaci o governatori o sull’accesso ai finanziamenti della politica andrebbero valutate non soltanto sul piano dei costi amministrativi, della demagogia anti-politica o della sovranità popolare, ma in rapporto al rischio concreto che, in loro assenza, la competizione si trasformi rapidamente in rendita.