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Finanza

Crescere o non crescere, questo è il dilemma

L’Europa si trova davvero in una fase di declino economico rispetto agli Stati Uniti? E, se così fosse, da cosa dipenderebbe questo rallentamento relativo? Per molti osservatori la risposta è chiara. L’Europa cresce meno degli Stati Uniti e la causa principale è il rallentamento della produttività. Da alcuni anni il tema del “declino europeo” è diventato quasi un luogo comune del dibattito economico. Ogni volta che si confrontano crescita, innovazione o produttività, il paragone con gli Stati Uniti sembra inevitabilmente sfavorevole all’Europa. La diffusione delle grandi piattaforme digitali americane, il predominio statunitense nell’intelligenza artificiale e il rallentamento dell’economia europea dopo la crisi finanziaria hanno rafforzato l’idea che il Vecchio Continente abbia perso dinamismo.

In questo contesto, il rapporto presentato da Mario Draghi sulla competitività europea ha avuto un impatto particolare, perché ha dato autorevolezza a una diagnosi ormai molto diffusa: l’Europa cresce meno degli Stati Uniti soprattutto perché la sua produttività rallenta. Nelle prime righe del suo celebre rapporto, Mario Draghi sostiene infatti che, a partire dal 2000, “Se si considerano diversi indicatori, tra il  PIL dell’UE e quello degli Stati Uniti si è creato un ampio divario, determinato principalmente da un rallentamento più marcato della crescita della produttività in Europa”. La Figura 1 sembra confermare questa interpretazione.

Figura 1: PIL, PTF e produttività oraria del lavoro: US vs Area Euro  (in PPA, a prezzi costanti del 2020).

Fonte: OCSE e AMECO

Le linee nel grafico rappresentano il rapporto tra Pil, produttività totale dei fattori (PTF) e produttività del lavoro degli Stati Uniti e quello dell’Area dell’euro. Un valore pari ad 1 significa che la grandezza considerata (Pil, produttività del lavoro, PTF) assume un valore uguale nelle due aree.

La serie relativa al PIL indica che, mentre nel 2000 le due economie avevano dimensioni simili, nel corso del tempo gli Stati Uniti hanno accumulato un vantaggio superiore al 25 per cento: l’ampio divario richiamato dal rapporto Draghi e l’andamento della produttività del lavoro e della PTF sembrano confermare la sua analisi. Entrambe mostrano infatti un’elevata correlazione con il divario di crescita tra le due aree e appaiono quindi come spiegazioni naturali del rallentamento europeo.

Il premio Nobel 2008 Paul Krugman propone una lettura diversa. In una serie di interventi molto recenti sulla piattaforma Substack, Krugman sostiene che non vi è alcun vero declino relativo dell’Europa rispetto agli Stati Uniti. Certo, gli USA erano più ricchi all’inizio del secolo e continuano a esserlo oggi. Ma il divario non si sarebbe ampliato in modo significativo. Anzi, si sarebbe ridotto seppure di poco. 

La sua argomentazione si fonda su un elemento apparentemente controintuitivo: il confronto dovrebbe essere effettuato a prezzi correnti e non a prezzi costanti. A prima vista la tesi sembra contraddire uno dei principi fondamentali insegnati nei corsi introduttivi di economia, secondo cui i confronti nel tempo richiedono prezzi “fermi”. Il punto è che, se i beni IT (informazione e comunicazione) diventano molto più economici nel tempo, misurare tutto a prezzi costanti può amplificare artificialmente il vantaggio produttivo di chi quei beni li produce. 

Per capire il punto, possiamo pensare ai computer o agli smartphone. Oggi dispositivi molto più potenti costano spesso meno — in termini reali — di prodotti tecnologici molto inferiori di vent’anni fa. Se un paese produce questi beni e ne abbassa rapidamente i prezzi grazie al progresso tecnico e alla concorrenza, le statistiche tradizionali della produttività a prezzi costanti tendono a registrare aumenti molto elevati. Ma questo non significa necessariamente che gli altri paesi siano rimasti “indietro” nella possibilità di utilizzare quelle stesse tecnologie; proprio la riduzione dei prezzi rende possibile l’opposto. 

Vediamo allora cosa accade adottando il punto di vista di Krugman.

Figura 2: PIL e produttività oraria del lavoro: US vs Area Euro (in PPA, a prezzi correnti). 

Fonte: OCSE

La Figura 2 mostra un quadro molto diverso di quello della precedente figura. Il divario del PIL tra Europa e Stati Uniti appare sostanzialmente stabile: gli USA risultavano più ricchi di circa il 25 per cento nel 2000 e mantengono un vantaggio simile alla fine del periodo. Anche il divario nella produttività del lavoro rimane pressoché invariato, con un lieve recupero europeo negli ultimi anni. Inoltre, il legame tra produttività e PIL sembra molto meno evidente rispetto a quanto è emerso dalla Figura 1. Come si spiegano allora queste differenze? 

Secondo Krugman, il paradosso è solo apparente. Stati Uniti ed Europa producono panieri di beni differenti e questa eterogeneità tende a scomparire nelle misure convenzionali della produttività. La divergenza riguarda soprattutto il settore IT cui oggi si aggiunge l’intelligenza artificiale. In questo ambito gli Stati Uniti mantengono un netto vantaggio (legato anche ad altri fattori come il venture capital, le cosiddette superstar firm, le piattaforme digitali, i mercati finanziari profondi, le economie di scala) e proprio da qui deriva gran parte della crescita della PTF americana. Un contributo della Federal Reserve di Chicago, citato dallo stesso Krugman, mostra che tra il 1988 e il 2023 il settore IT — pur rappresentando appena l’8 per cento del valore aggiunto — ha contribuito a circa metà della crescita della PTF statunitense. Tuttavia, i benefici di questa innovazione non sarebbero rimasti confinati agli USA. La forte riduzione dei prezzi dei beni IT avrebbe infatti consentito anche all’Europa di adottare tecnologie analoghe. Nello stesso periodo, sempre secondo la Fed di Chicago, i prezzi dei beni IT sono diminuiti di circa il 70 per cento. È questo, per Krugman, il motivo per cui l’Europa non avrebbe subito alcun vero declino relativo né in termini di produttività né di PIL.

Naturalmente il ragionamento apre ulteriori questioni. Una riguarda il motivo per cui gli Stati Uniti restino comunque più ricchi dell’Europa. Krugman attribuisce questa differenza soprattutto a una diversa scelta tra lavoro e tempo libero. In questa prospettiva, una parte del divario di PIL rifletterebbe non minore efficienza, ma una diversa preferenza sociale.

Qui, però, interessa soffermarsi su un altro aspetto, che Krugman lascia in secondo piano: l’Europa è davvero un blocco omogeneo? Tutti i paesi europei hanno beneficiato nello stesso modo della diffusione delle tecnologie IT provenienti dagli Stati Uniti? I dati suggeriscono di no.

Figura 3: Produttività oraria del lavoro: Germania, Francia, Italia e Spagna rispetto all’area dell’euro (in PPA, a prezzi correnti)

Fonte OCSE

Se accettiamo l’idea che il calo dei prezzi dell’IT abbia favorito la diffusione delle nuove tecnologie anche fuori dagli Stati Uniti, allora occorre chiedersi come questa diffusione sia avvenuta all’interno dell’Europa. La Figura 3 mostra l’andamento della produttività del lavoro in quattro grandi paesi dell’area euro rispetto alla media europea. Come in precedenza, nel grafico sono rappresentati i rapporti tra il valore della produttività del lavoro in Europa (area dell’euro) e il valore che assume in ciascuno dei paesi considerati.

Il risultato più evidente riguarda l’Italia. Mentre Germania, Francia e Spagna mantengono livelli relativamente stabili (e superiori) rispetto alla media dell’area euro, l’Italia registra un progressivo deterioramento della produttività relativa, accumulando nel periodo una perdita di produttività di circa 15 punti percentuali.

Ma supponiamo di non essere convinti dell’argomentazione di Krugman e di voler continuare a misurare la produttività nei paesi europei rispetto alla media dell’area dell’euro in modo tradizionale, cioè a prezzi costanti. Cambierebbe qualcosa nelle conclusioni che abbiamo appena raggiunto? La risposta che la Figura 4 ci fornisce è evidentemente negativa. L’Italia è l’unico paese a soffrire una perdita rilevante di produttività. È l’unico paese con una struttura produttiva che non sembra in grado di assimilare l’innovazione tecnologica; al contrario, sembra allontanarsene sempre di più. Naturalmente questa è un’analisi aggregata che meriterebbe di essere approfondita in più direzioni. Per esempio, indagando il tessuto produttivo e la struttura sociale che lo sostiene, la quale sembra essersi cristallizzata e non in grado di sopportare i cambiamenti necessari all’introduzione di innovazioni.

Figura 4: Produttività oraria del lavoro: Germania, Francia, Italia e Spagna rispetto all’area dell’euro (in PPA, a prezzi costanti)

Fonte OCSE

L’ostacolo principale al rafforzamento della crescita in Europa potrebbe non risiedere nella scelta tra lavoro e tempo libero ma nella capacità dei singoli paesi di adottare e assorbire le nuove tecnologie — e, in prospettiva, l’intelligenza artificiale — all’interno del proprio sistema produttivo. In altre parole, il problema europeo potrebbe essere meno legato alla produzione dell’innovazione e più alla sua diffusione. Le tecnologie digitali create negli Stati Uniti sono oggi disponibili praticamente ovunque. Tuttavia, la capacità di integrarle nei processi produttivi dipende da fattori nazionali: struttura delle imprese, qualità manageriale, dimensione aziendale, mercato del lavoro, sistema finanziario, istruzione e pubblica amministrazione. Da questo punto di vista, parlare genericamente di “Europa” rischia di essere fuorviante. Le differenze interne all’area euro appaiono infatti molto profonde.

Alla luce di queste considerazioni, il caso italiano appare particolarmente significativo. A differenza degli altri grandi paesi europei, l’Italia mostra un deterioramento persistente della produttività relativa lungo quasi tutto l’arco temporale considerato. È difficile attribuire questo andamento esclusivamente a fattori ciclici o congiunturali. Piuttosto, i dati sembrano suggerire una difficoltà più strutturale nell’assorbimento delle innovazioni tecnologiche. La ridotta dimensione media delle imprese, la debole dinamica degli investimenti, il limitato sviluppo del venture capital e la lenta diffusione delle competenze digitali potrebbero avere ostacolato la trasformazione del sistema produttivo italiano.

Se questa interpretazione fosse corretta, allora il dibattito sulla crescita europea assumerebbe contorni diversi. Il punto non sarebbe produrre nuove tecnologie, ma creare le condizioni perché l’innovazione circoli rapidamente nell’economia. In questo senso, la sfida europea non riguarda soltanto la frontiera tecnologica, ma anche la capacità delle istituzioni, delle imprese e dei mercati del lavoro di adattarsi ai cambiamenti tecnologici. Ed è forse proprio qui che si gioca la vera differenza tra i paesi europei.