Interrogarsi sul Mezzogiorno, dopo il Referendum*
I risultati del referendum del 22-23 marzo scorso sono stati sorprendenti e importanti, ed ampiamente sottolineati nei commenti dei giorni successivi. Tra di essi vi è stato il fortissimo contributo degli elettori meridionali all’esito finale. Vediamo prima alcuni fatti, e poi qualche ipotesi e valutazione su quanto è accaduto.
Fra il NO e il SÌ ci sono stati due milioni di voti di scarto: di questi, 1,6 milioni vengono dal Mezzogiorno. Al Nord hanno prevalso i SI: di 400mila voti in Veneto e di 350mila in Lombardia; le regioni rosse hanno contribuito a compensarli; i NO sono stati circa 300mila in più in Emilia-Romagna e in Toscana. Ma è dal Sud che arrivano i numeri più rilevanti: i NO hanno prevalso di quasi 700mila in Campania, di quasi 400mila in Sicilia, di quasi 250mila in Puglia. A livello provinciale, è impressionante lo scarto a favore dei NO di Napoli (495mila), seguita da Roma, Torino, Firenze, Bologna, Palermo.
Ma quanti elettori hanno votato al Sud? Nel Mezzogiorno si vota molto meno: sia per le difficoltà a votare che incontra la consistente popolazione residente ma non fisicamente presente (che potrebbe essere in aumento, come nel caso degli anziani segnalato da un recente rapporto Svimez), sia per la presenza di una ampia fascia di persone disinteressate alla politica: due elementi di difficile quantificazione relativa. Dopo il grande successo del Movimento 5 Stelle alle consultazioni del 2018, già alle successive politiche del 2022 si era verificato un fortissimo aumento dell’astensione, maggiore che nella media nazionale; tendenza continuata con le europee del 2024. Fra il 2018 e il 2022 i votanti al Sud erano diminuiti di due milioni (-19% contro -11% del Centro-nord) e di un altro milione e mezzo nel 2022-24 (-18% contro -15%). Un prevalere dell’”exit” rispetto alla “voice”, per usare la famosa terminologia di Albert Hirschman. Al referendum i votanti sono aumentati di 700.000 rispetto al 2024: del 10%; lievemente di più che al Centro-nord; i voti validi in misura ancora maggiore, dato che sono molto diminuite le schede bianche e nulle. Un recupero solo parziale: stiamo parlando di poco più di metà del corpo elettorale (50,5%). Ma un segnale interessante: niente affatto scontato, e che interrompe una tendenza di alcuni anni. Soprattutto considerando che si trattava di un voto referendario, che tradizionalmente vede al Sud una minore partecipazione, anche in occasioni importanti, come i referendum del 2001, del 2006, del 2016.
Circostanza altrettanto interessante, i votanti sono aumentati non solo rispetto alle europee, ma anche rispetto alle recenti regionali (2024-2025). Questo è avvenuto in Campania e, più nettamente, in Puglia; I votanti sono diminuiti molto lievemente in Abruzzo; si sono ridotti un po’ in Sardegna e, significativamente solo in Calabria; tutto ciò mette in discussione la tradizionale ipotesi di un minor voto al Sud quando non c’è da esprimere una preferenza per uno specifico candidato (da cui magari attendersi “favori” in futuro). I voti per il NO, comparati a quelli per il candidato presidente di centrosinistra, sono ovunque di più: 20mila in Puglia, 30mila in Abruzzo, 70mila in Calabria, 80mila in Sardegna e addirittura 170.000 in Campania. I voti per il SI, comparati con quelli per il candidato Presidente di centrodestra, presentano invece andamenti alterni: crollano in Calabria (-150.000), flettono in Abruzzo e Sardegna, ma crescono in Campania (+20.000) e soprattutto in Puglia (+200.000). È possibile, ancora, rapportare i voti per il NO al totale degli elettori, per capire quanta parte dei cittadini maggiorenni si è recata ai seggi per esprimere questo orientamento: se la media italiana è del 31%, quella meridionale è del 30%; con punte più elevate nelle province più grandi e urbane: 35% a Napoli, 32% a Bari e Cagliari, Pescara. Valori lontanissimi da quelli di Bologna e Firenze (45%), ma non così distanti da quelli di Roma e Milano (35%). Insomma, pare che questa volta ci sia stata più “voice” che “exit”.
Il NO ha prevalso in tutte le province del Mezzogiorno tranne L’Aquila e Reggio Calabria. Nell’insieme del Sud il NO ha sfiorato il 60%. Ma con significative differenze. Lo scarto è stato lieve in Abruzzo e Molise. Netto, ma inferiore alla media meridionale, in Puglia e Calabria (circa 56%), anche se con punta più alte a Bari (60%) e Cosenza (63%). Ancora più netto, intorno al 60%, in Basilicata e nelle Isole. La grande sorpresa è stata la Sicilia, dove non si scende in nessuna provincia sotto il 55% e si tocca il 64% a Palermo. Infine, il NO ha trionfato in Campania: un esito trainato dalla grande provincia di Napoli, dove si è arrivati al 71%, di gran lunga lo scarto maggiore in tutta Italia (a Firenze e Bologna il NO ha raggiunto il 64%). Napoli è stata la capitale del NO.
Ciò che si può dire è che il voto del Sud si conferma fluido; non necessariamente “governativo”, come è stato a lungo in passato. Il centrosinistra sembra avere radici forti in Campania e Puglia. Ma come spiegare l’aumento dei votanti e un consenso così forte per il NO? L’unica risposta onesta a questa domanda è che non lo sappiamo con certezza. Il Sud è dimenticato da molti anni; non viene studiato, ancor meno capito; non sappiamo che cosa si agiti al suo interno. Le classi dirigenti nazionali, gran parte della politica e degli intellettuali si crogiolano ancora con letture stereotipate: il regno dell’arretratezza, della spesa pubblica, dell’assistenzialismo, del clientelismo. I risultati certamente si inseriscono in una tendenza nazionale. Il voto ha avuto una chiara dimensione politica: i SI e i NO sono stati correlati in misura molto elevata alla fiducia e al sostegno, o meno, degli elettori nel governo Meloni, come evidente da analisi del Cise/Luiss; sono stati correlati alla percezione di una occasione importante di difesa della Costituzione. Ma non era affatto ovvio che il Sud partecipasse a questa tendenza, ampliandone addirittura la portata. Gli elettori che già lo avevano fatto nel 2022, alle europee del 2024 e persino alle regionali avrebbero potuto rimanere a casa.
Invece, come si accennava, vi è stato quel che sembra un nuovo tentativo di “fare sentire”. Un voto forse leggibile, come quello del 2018, nella chiave della ”vendetta delle regioni che non contano”: di territori in difficoltà, e con un deficit di riconoscimento da parte della politica. Il governo Meloni ha fatto molto per meritarselo: tanta comunicazione sulle ZES e sul mitico Ponte sullo Stretto, ma nulla per migliorare le oggettive, peggiori, condizioni in cui si vive nel Mezzogiorno. Come primo simbolico atto, la cancellazione del reddito di cittadinanza che, con tutti i suoi difetti, contribuiva ad alleviare una povertà estesa nel Mezzogiorno. All’opposto, pieno sostegno – anche se tenuto il più possibile nascosto – alla ”secessione dei ricchi” promossa dalla Lega. Certo, la domanda è: perché ora, e non nelle precedenti elezioni? Perché non alle europee? È vero che il centrosinistra ha dominato nelle regionali in Campania e Puglia, ma non in Abruzzo e Calabria; e ha vinto solo di un soffio in Sardegna. Forse, perché questo è stato molto più un voto “contro” mentre in quelle occasioni veniva chiesto un voto “per”; non è stata una delega alla rappresentanza. In ogni caso è interessante, perché in molte regioni europee in difficoltà il voto “di protesta” si polarizza molto di più verso formazioni sovraniste, a vantaggio di un’offerta politica di destra, anche estrema: dal Nord dell’Inghilterra all’Est della Germania, dal Nord-est della Francia al Sud della Spagna.
Può darsi che abbia contato il ricambio generazionale degli elettori. In tutta Italia, i più giovani (18-28 anni) che si erano astenuti nelle precedenti consultazioni, hanno votato molto (67%) e largamente per il NO (al 58,5% stando a stime Ipsos-Doxa). Potrebbe essere una conseguenza anche delle recenti vicende internazionali, e delle mobilitazioni degli ultimi mesi, molto più rilevanti che nel recente passato. Può darsi che i giovani del Sud, particolarmente penalizzati da lavori precari e sottopagati, dalle difficoltà dell’abitare, da una maggiore rinuncia obbligata alla procreazione, abbiano deciso di farsi sentire. Sarebbe una ottima notizia.
Certamente, come per la verità sottolineato da molti, è difficile immaginare che questi voti confluiscano semplicemente sui candidati dell’opposizione. Perché, se è indiscutibile che il governo Meloni abbia fatto poco o nulla dal fronte opposto non sono venute particolari iniziative. Sembra permanere, in particolare, un ”divorzio” fra il tradizionale centrosinistra e il Mezzogiorno; nessuna proposta concreta è stata ad esempio avanzata per provare a ridurre le forti disuguaglianze fra i cittadini esistenti su base territoriale, nel campo della sanità, dell’istruzione, dell’assistenza, della mobilità, e dei meccanismi di finanziamento di regioni ed enti locali. E come dimenticare il forte sostegno di Bonaccini e Gentiloni, all’autonomia regionale differenziata, poi fortunatamente rientrato?
L’auspicio è che, anche grazie a questi dati, nei prossimi mesi si avvii quantomeno una discussione. Sembra emergere una “domanda” di iniziative politiche da parte degli elettori del Sud; per provare a incrociarla, lo schieramento oggi all’opposizione dovrebbe prenderla sul serio, e presentarsi con una prima “offerta” di politiche concrete, attuabili, misurabili, di rapido impatto.
* Tutti i dati che compaiono in questo testo sono elaborazioni di quelli scaricati dalla piattaforma Eligendo (e dal sito della regione Sardegna) fra il 25 e il 27 marzo. Si ringrazia Silvana Federighi (Università di Bari) per la collaborazione nelle elaborazioni.