Il capitalismo dei fondatori e il monopolio della conoscenza. Impresa, potere e democrazia nell’età delle piattaforme
Il capitalismo sta cambiando di nuovo forma. È questa la tesi che ho provato ad argomentare in Capitalismo carismatico. Il potere dei fondatori e la sfida alle democrazie (Bocconi University Press, 2026), un libro che parte da un fatto evidente ma ancora sottovalutato: nell’economia digitale il potere non si concentra soltanto nel capitale o nella scala produttiva, ma nella conoscenza. E quando la conoscenza diventa la risorsa decisiva, la domanda su chi la controlla smette di essere economica e diventa politica.
Perché quando la capacità di organizzare la conoscenza e di orientare il futuro si concentra in poche mani, il problema non è più soltanto quello della concorrenza, ma quello del potere. E quindi, inevitabilmente, della democrazia.
Per gran parte del Novecento, il capitalismo occidentale ha retto su un equilibrio istituzionale che oggi appare quasi naturale: la separazione tra proprietà e controllo. Le grandi imprese non erano governate dai fondatori, ma da manager professionisti inseriti in organizzazioni complesse, sottoposti a regole impersonali e a controlli incrociati. La public company descritta da Berle e Means (1932) sembrava offrire una sintesi virtuosa tra capitalismo e democrazia: proprietà diffusa, potere relativamente “freddo”, possibilità di sostituire il management senza traumi, disciplina di mercato e, almeno idealmente, un certo pluralismo degli interessi.
Quell’equilibrio non era solo economico. Era una forma di ordine politico-economico. La grande corporation manageriale del dopoguerra, integrata in mercati regolati e in Stati sociali robusti, contribuiva a un compromesso democratico fondato su crescita, occupazione e investimenti di lungo periodo. Il potere non spariva, ma veniva incanalato. L’autorità carismatica dell’imprenditore veniva assorbita dall’autorità razionale-legale dell’organizzazione.
Dagli anni Ottanta questo assetto ha iniziato a incrinarsi. Deregolamentazione finanziaria, globalizzazione dei capitali e primato dello shareholder value hanno rafforzato ulteriormente il mercato dei capitali come meccanismo di disciplina delle imprese: maggiore pressione sui manager, maggiore contendibilità, centralità del valore per l’azionista. Ma proprio mentre il capitalismo finanziario sembrava imporsi come paradigma, maturava una trasformazione più profonda, che riguarda non solo la governance, ma la natura stessa del potere privato nell’economia della conoscenza.
Con il XXI secolo siamo entrati nell’era del capitalismo dei fondatori.
Le grandi imprese tecnologiche non sono più governate da manager sostituibili, ma da fondatori che mantengono un controllo personale duraturo, spesso anche dopo la quotazione. Mark Zuckerberg conserva il controllo di Meta; Larry Page e Sergey Brin hanno strutturato Alphabet in modo da mantenere un peso decisivo; casi analoghi si osservano in molte società con architetture di voto diseguali. Strumenti come le dual-class shares consentono di detenere la maggioranza dei diritti di voto pur possedendo una quota minoritaria del capitale. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una rottura culturale: per decenni la regola implicita del capitalismo azionario era one share, one vote. Oggi i mercati accettano, sempre più spesso, la presenza di un sovrano privato dentro la public company.
Non è un incidente. Tre trasformazioni convergenti lo spiegano. La prima è la crescita della finanza privata: venture capital, private equity, fondi sovrani e investitori “pazienti” permettono alle imprese di rimanere private più a lungo, accumulando scala e potere prima di quotarsi. La seconda è la metamorfosi dell’antitrust e della cultura regolatoria: se la concorrenza viene misurata quasi esclusivamente in termini di prezzo, i mercati a prezzo zero appaiono innocui, favorendo acquisizioni seriali e la costruzione di ecosistemi chiusi. La terza riguarda la natura delle tecnologie contemporanee: in molti settori il valore non deriva da un prodotto isolato, ma da architetture in evoluzione continua che integrano utenti, dati e apprendimento. In questo contesto, la direzione strategica appare difficilmente separabile da chi ha concepito quell’architettura, e il fondatore viene percepito come garante della sua coerenza nel tempo.
Una parte decisiva è che il capitalismo dei fondatori non è soltanto un cambiamento di governance. È una trasformazione nella struttura stessa della conoscenza.
Per comprendere questo passaggio è utile distinguere tra due dimensioni che tendono a essere confuse: la visione e la conoscenza. La visione è un attributo del fondatore. È la capacità di anticipare una possibile configurazione futura del mercato, della tecnologia o dell’esperienza degli utenti. Non è ancora potere economico. È un atto originario che orienta la progettazione: quali problemi contano, quali relazioni costruire, quale architettura immaginare.
La conoscenza privata, invece, non è una qualità individuale ma un esito sistemico. Non dipende dal fondatore in quanto tale, ma dall’architettura organizzativa e tecnologica che quella visione contribuisce a costruire. È l’architettura, non l’intuizione, che genera accumulazione di conoscenza.
Questo chiarimento è essenziale. Nel capitalismo industriale, la privatizzazione della conoscenza passava soprattutto attraverso strumenti giuridici: brevetti, segreti industriali, diritti di proprietà intellettuale. Nel capitalismo contemporaneo, invece, la conoscenza diventa privata in un modo diverso. Non perché è protetta formalmente, ma perché è incorporata in sistemi che altri attori non possono ricostruire. Dati, infrastrutture, modelli di apprendimento e interazioni continue generano traiettorie cumulative difficilmente replicabili. Il brevetto protegge un’invenzione. L’architettura protegge un processo di apprendimento.
È in questo quadro che il potere delle grandi piattaforme va compreso. Non deriva soltanto da economie di scala o da effetti di rete, ma dalla capacità di trasformare flussi di interazione in conoscenza cumulativa e, quindi, in potere durevole. Non siamo di fronte a un monopolio tradizionale, ma a una forma più profonda di concentrazione: un monopolio cognitivo.
La risorsa chiave non è la proprietà di un impianto o di una filiera, ma il controllo di quattro elementi interconnessi: dati, modelli, standard e capacità di coordinamento. I dati sono la materia prima. Piattaforme come Google e Amazon raccolgono flussi continui di informazione su ricerche, acquisti, spostamenti e preferenze. La loro posizione privilegiata non consiste nel vendere un prodotto, ma nell’essere il luogo in cui l’esperienza prende forma. Da qui nasce un vantaggio cumulativo: più utenti generano più dati, più dati migliorano i modelli, e modelli migliori attraggono nuovi utenti.
I modelli costituiscono il secondo elemento. Algoritmi, sistemi di raccomandazione e infrastrutture di intelligenza artificiale trasformano i dati in previsione. E la previsione è potere: seleziona ciò che vediamo, orienta le scelte, definisce priorità. Nell’economia dell’attenzione, decidere cosa appare equivale spesso a decidere cosa esiste.
Gli standard rappresentano il terzo elemento. Le piattaforme competono su ambienti: sistemi operativi, app store, protocolli, API. Apple e Google definiscono le condizioni di accesso a mercati globali; Microsoft ha mostrato quanto il controllo dello standard possa tradursi in controllo dell’intero ecosistema. Chi definisce lo standard definisce il perimetro del possibile.
Infine, la capacità di coordinamento. La piattaforma organizza una molteplicità di attori – sviluppatori, inserzionisti, creatori di contenuti, venditori, consumatori, e li rende compatibili tra loro. La conoscenza più preziosa non è quella posseduta dai singoli, ma quella che emerge dal funzionamento complessivo del sistema e che la piattaforma è in grado di centralizzare.
Le piattaforme non sono una condizione logicamente necessaria del capitalismo dei fondatori, ma ne rappresentano la forma organizzativa più potente. È qui che la sequenza si compie pienamente: la visione iniziale si traduce in un’architettura, e l’architettura genera un processo continuo di accumulazione di conoscenza privata. Il fondatore immagina il sistema. L’architettura lo rende persistente e difficilmente contendibile.
Questo insieme produce una rendita di controllo: controllo dei flussi informativi, dei canali di accesso, delle condizioni di interoperabilità e delle metriche che misurano il successo. Il monopolio della conoscenza è più insidioso del monopolio dei prezzi perché può crescere senza essere immediatamente visibile. Se il prezzo resta basso o nullo, la percezione del danno concorrenziale è debole. Ma la chiusura si manifesta altrove: nella dipendenza tecnologica, nella cattura dell’innovazione, nella marginalizzazione dei concorrenti.
È qui che la figura del fondatore assume un ruolo specifico. Il fondatore non è tanto l’origine del monopolio cognitivo quanto il suo garante: il soggetto che ne preserva la coerenza nel tempo. Il controllo personale consente di proteggere una traiettoria di innovazione e, insieme, di difendere rendite cognitive. La conoscenza critica tende a diventare opaca, non solo verso l’esterno ma anche verso l’interno: meno accountability, meno contestazione, meno pluralismo decisionale. L’impresa rischia di diventare un’estensione della volontà individuale.
La legittimazione del fondatore è di natura carismatica. Non deriva da regole impersonali, ma dalla credibilità della visione che incarna. Questa forma di legittimazione attraversa più livelli: attrae investitori, mobilita dipendenti, costruisce fiducia negli utenti e influenza il discorso pubblico. Tuttavia, è nel rapporto con gli azionisti che il carisma assume una forma istituzionale. Gli investitori accettano di rinunciare a parte rilevante dei loro diritti di governance in cambio della partecipazione a una promessa di futuro. È uno scambio implicito: meno controllo formale, maggiore fiducia nella traiettoria.
Quando questa forma di controllo si combina con infrastrutture cognitive globali, il problema non è più soltanto di governance, ma di sovranità. Le piattaforme esercitano una forma di sovranità privata: definiscono regole, standard, priorità; selezionano ciò che è visibile e ciò che non lo è. In parte sostituiscono funzioni tradizionalmente pubbliche. Ma questa sovranità non ha mandato democratico. È legittimata dalla performance, non dalla possibilità di essere contestata.
L’economia delle piattaforme è anche un’economia di selezione: selezione di ciò che appare, di ciò che conta, di ciò che circola. Questa selezione produce effetti sulla sfera pubblica e sulla costruzione della realtà. È, in senso pieno, una funzione politica.
La questione allora non è soltanto come regolare le imprese, ma come ricostruire contropoteri nell’età del monopolio cognitivo. L’antitrust resta fondamentale, ma deve misurare danni che non si esauriscono nel prezzo. La regolazione della governance è necessaria, ma insufficiente. Il nodo centrale è riaprire la conoscenza: intervenire sui meccanismi che la rendono non contendibile, rendere accessibili le traiettorie di apprendimento, limitare la chiusura degli standard quando funzionano come barriere sistemiche. Interoperabilità e trasparenza non sono obiettivi tecnici, ma condizioni per ricostruire spazi di competizione e di controllo.
C’è infine un problema di tempo democratico. Le piattaforme operano in una logica di anticipazione: prevedono, orientano, chiudono traiettorie. La democrazia decide discutendo e correggendo, cioè con tempi lunghi. Quando l’anticipazione diventa potere, la deliberazione si riduce.
Il capitalismo dei fondatori non è un ritorno al passato, ma l’emergere di una forma di potere coerente con un’economia in cui la conoscenza è incorporata in infrastrutture globali. È un capitalismo capace di innovare, ma anche di chiudersi; di creare futuro, ma anche di sottrarlo al dibattito.
Capire questa trasformazione non significa prendere posizione a favore o contro i fondatori. Significa riconoscere che, quando la capacità di organizzare la conoscenza e di orientare il futuro si concentra in poche mani, il problema non è più soltanto economico. È un problema di potere, e quindi di democrazia.
È su questo terreno che si colloca Capitalismo carismatico: l’idea che l’impresa non sia più soltanto un luogo di produzione, ma un luogo di sovranità privata fondata sulla conoscenza. E che la sfida centrale del nostro tempo non sia scegliere tra mercato e Stato, ma ricostruire le condizioni istituzionali perché la conoscenza torni a essere terreno contendibile, aperto, discutibile.