Finanza

Quando il medico prescrive arte e cultura

La prescrizione di arte e cultura sta emergendo come strumento concreto di welfare anche in Italia. Si tratta di una pratica in cui un operatore sanitario o sociale orienta una persona verso esperienze non mediche, come quelle artistiche e culturali, in risposta a bisogni di salute e ben-essere. Il 12 maggio 2026, il Cultural Welfare Center e la Fondazione Compagnia di San Paolo hanno presentato la prima indagine nazionale su questa pratica, che ha permesso di individuare 918 organizzazioni attive. La ricerca offre la prima fotografia sistematica di chi opera in questo ambito, con quali metodi, con quali risultati e con quali risorse. E pone con forza la domanda centrale per chi si occupa di disuguaglianze: questa infrastruttura emergente raggiunge davvero chi ne ha più bisogno?

Un nuovo strumento di welfare. Da circa trent’anni nel Regno Unito, e più recentemente in Italia, si va consolidando l’idea che la partecipazione ad attività artistiche e culturali produca effetti misurabili sulla salute delle persone. La prescrizione sociale ne è la forma più strutturata: un dispositivo attraverso cui un medico, uno psicologo o un assistente sociale indirizza una persona verso risorse comunitarie non mediche — culturali, artistiche, sociali — in risposta a bisogni di salute mentale e fisica, solitudine, fragilità psicosociale, cronicità. In questa logica, la cultura diventa ingrediente attivo di un sistema di welfare più ampio. Ne abbiamo parlato sul Menabò per la prima volta nel 2023.

Il fondamento scientifico è robusto: una rassegna pubblicata nel 2019 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ha analizzato oltre 3.000 studi clinici che documentano effetti significativi sulla salute mentale, sul sistema immunitario, sulla coesione sociale, sul decadimento cognitivo. I benefici maggiori si osservano nelle persone più vulnerabili. In Inghilterra, Scozia e Galles operano oggi circa 3.500 link worker — gli operatori di collegamento tra medicina e risorse di comunità — e dal 2019 hanno generato oltre 5,5 milioni di invii a programmi territoriali, con riduzioni fino al 42% delle visite al medico di base e tra il 15 e il 23% degli accessi al pronto soccorso tra i pazienti più fragili. Nel 2019, il National Health Service ha adottato la prescrizione sociale come politica strutturale.

L’Italia ha impiegato più tempo, ma negli ultimi anni il campo si è mosso velocemente. Il Piano Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 elenca la prescrizione sociale tra i suoi strumenti strategici. La Legge di Bilancio 2026 ha istituito il primo Fondo Cultura Terapeutica e Cura Sociale, con una dotazione iniziale di un milione di euro annui. Il 22 aprile 2026 il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute hanno firmato un Protocollo d’Intesa che riconosce formalmente la prescrizione culturale come strumento di prevenzione e cura. Ma prima di costruire politiche, occorre capire che cosa esiste già e come funziona. A questo risponde la ricerca di cui sintetizziamo e analizziamo il contenuto in questa nota.

La ricerca: un campo più ampio di quanto si potesse immaginare. 

L’indagine del Cultural Welfare Center, condotta in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo, ha analizzato in profondità più di 900 esperienze attive sul territorio nazionale, integrando rilevazione quantitativa e qualitativa, con approfondimenti territoriali e casi studio.

Il primo dato è sorprendente per la sua dimensione: 918 organizzazioni attive in Italia che orientano attività di arte e cultura a obiettivi di salute mentale, sociale e fisica. Per confronto, il progetto europeo Culture for Health ne aveva censite, tra il 2021 e il 2023, 675 in tutta l’Unione Europea. Circa due terzi di esse lavorano su prescrizione del medico, dello psicologo o dell’assistente sociale. Il campo italiano è dunque eccezionalmente denso rispetto alla media europea. Vi operano soggetti appartenenti a sistemi diversi: aziende ospedaliere e servizi delle ASL, musei e istituzioni culturali, cooperative sociali, associazioni di terzo settore, reti di comunità. Questa eterogeneità restituisce la realtà di un campo sviluppatosi in modo plurale, a partire da logiche e tradizioni profondamente diverse.

La ricerca ha identificato tre modelli organizzativi prevalenti: il modello sanitario, in cui la regia è interna al sistema della salute e i professionisti clinici svolgono un ruolo centrale; il modello culturale, in cui sono le istituzioni della cultura ad assumere una funzione proattiva; il modello comunitario, sviluppato a partire dal Terzo Settore e dalle reti territoriali, con forte attenzione alla prossimità. Questa articolazione riflette la varietà degli ecosistemi culturali e sociali italiani, che costituisce un patrimonio di cui tenere conto e da valorizzare nella costruzione di un modello integrato.

I dati sull’efficacia sono incoraggianti. Il tasso di completamento dei percorsi raggiunge il 96% — un dato eccezionale anche rispetto a molti interventi sanitari tradizionali. Il 75% dei progetti raggiunge gli obiettivi di ben-essere dichiarati, con effetti documentati sul piano mentale e sulle capacità relazionali. Gli effetti più solidi si producono quando le persone partecipano attivamente — quando danzano, scrivono, costruiscono qualcosa insieme — più che quando partecipano in forma solo ricettiva.

Le diseguaglianze: il nodo più urgente. Se i dati sull’efficacia parlano di un campo che funziona, quelli sulla distribuzione parlano di un campo segnato da diseguaglianze, che si sovrappongono a quelle preesistenti e talvolta le amplificano.

La prima diseguaglianza è territoriale. La densità di organizzazioni attive varia in modo netto tra le aree del Paese: il Nord-Ovest conta 2,22 organizzazioni per 100.000 abitanti, le Isole ne contano 0,59. Il Sud e le Isole insieme ospitano solo il 14% delle organizzazioni, a fronte del 34% della popolazione italiana. Questo divario riflette una minore infrastruttura disponibile nelle regioni meridionali: meno risorse, meno reti consolidate, minore capacità istituzionale di produrre e sostenere interventi. Il rischio, in assenza di politiche specifiche di investimento, è che la prescrizione di arte e cultura si consolidi come strumento di welfare del Nord.

La seconda diseguaglianza riguarda l’accesso economico. Il 19% delle organizzazioni prevede un costo a carico del partecipante. I costi diretti, anche quando contenuti, funzionano come barriere selettive. La ricerca nel Regno Unito ha mostrato che i cosiddetti frequent users (M. Polley et al., “A review of the evidence assessing impact of social prescribing on healthcare demand and cost implications” University of Westminster, 2017) — le persone che più frequentemente accedono ai servizi sanitari, spesso le più vulnerabili sul piano sociale ed economico — sono anche quelle che beneficiano maggiormente dalla prescrizione sociale. Progettare sistemi di accesso che raggiungano queste persone è al tempo stesso una questione di equità e di efficienza del sistema.

La terza diseguaglianza è di sistema. In Italia, solo l’8% degli invii proviene dal medico di medicina generale — una percentuale inferiore persino alla scelta autonoma della persona beneficiaria (12%). La figura che prescrive più frequentemente è lo psicologo (32%), seguita dall’assistente sociale e dall’insegnante. Il pediatra, con il 20%, è la figura medica più presente nel sistema. Lo è attraverso la “raccomandazione relazionale” — un consiglio autorevole sulla lettura o sulle attività musicali nel corso della visita, in un dialogo con la famiglia costruito su anni di fiducia. È il meccanismo che ha già consentito alle iniziative Nati per Leggere e Nati per la Musica di radicarsi in migliaia di studi pediatrici italiani.

La bassa quota (quell’8%) di medici di medicina generale segnala che il modello attuale non è adattato al contesto operativo del medico di base, che gestisce mediamente 1.500 pazienti. Le esperienze più avanzate hanno risposto con piattaforme digitali integrate nel software di studio medico: dove questa infrastruttura manca, il medico di base resta fuori per impossibilità operativa. La posta in gioco è alta: il medico di base è il punto di contatto privilegiato con le popolazioni più vulnerabili — anziani, persone con patologie croniche, chi è socialmente isolato.

Il nodo del link worker. Un elemento ricorrente nella ricerca è la figura del link worker, l’operatore di collegamento incaricato di mettere in relazione le persone con le risorse culturali e sociali del territorio. L’86% delle organizzazioni italiane la considera essenziale, ma solo il 24% la ha effettivamente a disposizione. L’accesso alla prescrizione culturale dipende oggi in larga misura dalla capacità della persona di orientarsi autonomamente: chi ha reti sociali, competenze digitali, tempo disponibile riesce ad arrivare; chi è più isolato o alle prese con fragilità multiple resta fuori. Il link worker è precisamente la figura che può colmare questo divario. Il già citato Protocollo tra i due Ministeri impegna a definire formalmente questa figura e a costruire un quadro di competenze condiviso tra operatori culturali, sanitari e sociali: tradurlo in figure stabili e strutture di supporto riconosciute è il passaggio più urgente.

Verso un sistema, oltre le sperimentazioni. La ricerca restituisce il quadro di un campo che ha superato la fase sperimentale. 918 organizzazioni attive, tassi di completamento altissimi, obiettivi di ben-essere raggiunti in tre quarti dei casi, un riconoscimento politico che cresce. La sfida è costruire su queste basi in modo da colmare le diseguaglianze ancora presenti.

C’è una dimensione che il dibattito italiano sulla prescrizione culturale non deve sottovalutare: quella del vantaggio per la finanza pubblica. Le risorse mobilitate dalla prescrizione — musei, biblioteche, teatri, associazioni culturali — esistono già, e sono in gran parte finanziate dalla collettività. La loro attivazione a fini di salute non richiede nuova infrastruttura, ma una regia che metta in connessione ciò che c’è. Il potenziale di risparmio è reale: le riduzioni degli accessi sanitari documentate nel modello britannico hanno un valore stimato in miliardi di sterline l’anno (cfr. M. Polley cit.; C. Dayson, N. Bashir, “The social and economic impact of the Rotherham Social Prescribing Pilot”, CRESR Sheffield Hallam University, 2014) . In Italia, dove la solitudine cronica interessa percentuali crescenti di popolazione — anziani, giovani, caregiver — e si traduce in un carico enorme sui servizi sanitari, la prescrizione culturale può diventare uno strumento di prevenzione con costi aggiuntivi molto bassi rispetto alla domanda di salute che è in grado di assorbire.

Resta un nodo istituzionale che la lettura del Protocollo rende evidente. Il riconoscimento nazionale è un passo politico importante, ma la governance della salute e della cultura in Italia è essenzialmente regionale e locale: la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 — espressamente richiamata nel preambolo del Protocollo — ha attribuito alle Regioni la competenza legislativa in materia di salute, e le differenze tra sistemi regionali sono già ampie. Entro la cornice nazionale convivono situazioni molto disomogenee: Regioni che già investono in welfare culturale, Regioni in cui il sistema è da costruire e le dotazioni culturali (per esempio le biblioteche) sono più rare. Il punto è dotare il Paese di obiettivi minimi condivisi, strumenti di monitoraggio e standard di accesso che garantiscano a ogni cittadino, indipendentemente da dove vive, la possibilità di beneficiare di questo tipo di intervento.

Una terza condizione riguarda la qualità. Il 28% delle organizzazioni lavora senza fondi strutturati. Gli interventi progettati con una logica esplicita — obiettivi chiari, ingredienti definiti, valutazione sistematica degli esiti — producono risultati più solidi. La proliferazione di progetti isolati, episodici e non valutati rischia di disperdere risorse senza costruire capacità di sistema. Il Fondo Cultura Terapeutica e Cura Sociale, istituito con la Legge di Bilancio 2026, va nella direzione giusta, ma la dotazione iniziale — un milione di euro annui — è ancora molto lontana dalla scala necessaria.

Quello che la prima indagine nazionale ci consegna è, insieme, una buona notizia e un compito complesso. La buona notizia è che il campo di applicazione di queste pratiche è vasto e i risultati ottenuti sono incoraggianti e utili per ulteriori miglioramenti. Il compito è fare in modo che i risultati che oggi ottiene soprattutto il Nord del Paese, e chi è già capace di orientarsi tra i servizi, diventino davvero accessibili a tutti — a partire da chi ha più bisogni e meno risorse per raggiungerli da solo.