Finanza

Leggere  McMahon per riflettere su uguaglianza e disuguaglianza

Dell’uguaglianza si parla da millenni, si sia o meno consapevoli, ma in modi così diversi da rendere quasi impossibile darne una definizione precisa. É questo uno dei messaggi centrali del libro di Darrin McMahon (Uguaglianza. Storia di un’idea sfuggente, Deriveapprodi, 2026) che in svariate centinaia di pagine ci accompagna nel suo affascinante viaggio plurisecolare nel mondo dell’uguaglianza, quella seduttivamente immaginata – dunque, delle idee – e quella quasi mai realizzata che ha così tante sfumature da far pensare che l’uguaglianza, come il potere per Robert Dahl, non  sia una cosa  sola ma molte.   

Ricchissimo di informazioni e oggetto di molte recensioni (si vedano, tra le altre quella di deDijn e quella di Milanovic) il libro solleva un gran numero di  questioni di rilevanza filosofica, politica, economica alle quali non è facile dare risposta – e non si poteva pretendere che il libro le desse – ma che costituiscono sfide importanti con le quali occorre misurarsi. In questa breve nota proverò ad avanzare qualche non conclusiva  riflessione su alcune di tali questioni.

La prima riguarda proprio il modo di definire e concepire l’uguaglianza, un compito cui lo stesso McMahon dichiara di volersi sottrarre. La lettura del libro e dei casi su cui si sofferma potrebbe consentire di stilare una lunga lista di queste definizioni, diversamente convincenti o soddisfacenti, Il mio punto è, però, un altro e cioè che sarebbe bene distinguere gli ambiti ai quali si fa riferimento parlando di uguaglianza.

Qui mi limiterò a considerarne due, forse i più importanti, quello dei diritti (principalmente ma non soltanto politici) e quello del benessere (largamente determinato dalle condizioni economiche soprattutto nelle fasi storiche a noi più vicine). Questa distinzione potrebbe aiutare a comprendere e a dare più ordine a molte  delle idee avanzate da McMahon.

L’uguaglianza potrebbe banalmente essere intesa come la condizione nella quale tutti godono di un diritto e tutti accedono allo stesso benessere. Ma, con riferimento ai diritti, cosa vuol dire ‘tutti’?. Diversi esempi, riferite a epoche anche molto lontane tra loro, ci aiutano a comprendere la natura del problema.

Alla fine del VI secolo papa Gregorio, ben prima della Dichiarazione universale dei diritti umani affermò che tutti gli uomini sono creati uguali. Benissimo, salvo il fatto che egli stesso possedeva degli schiavi. E così, secoli dopo, anche Thomas Jefferson, padre dell’indipendenza americana. Uno squarcio di luce (forse un po’ sinistra, ma che allontana almeno un po’ il sospetto di ipocrisia) si accende su questo mistero andando alla pagina del libro di McMahon (p. 35- 36), dove si ricorda che all’inizio del III secolo il giurista romano Domizio Ulpiano aveva dichiarato: «per quanto riguarda la legge di natura, tutti gli uomini sono uguali» ma si affrettò a precisare che, secondo il diritto positivo, gli schiavi non erano persone giuridiche ma cose. La domanda più generale che tutto ciò invita a porsi sembra questa: esistono differenze ‘ammissibili’ che possono limitare i diritti di alcuni umani, pur essendo creati tutti uguali? Forse la razza, il genere, la religione? Appare decisamente difficile accettarlo, ma la storia è andata avanti per secoli in questo modo, e qualche residuo contamina anche il presente. Ma forse esistono ‘differenze’ più idonee a svolgere questa funzione e vale la pena di rifletterci.

Di interesse, anche in relazione a questo problema, è il fatto che vi sia la tendenza – assorbita dal libro – a considerare una situazione in cui vi sono, per così dire, inclusi ed esclusi come una situazione compatibile con l’uguaglianza. Sarebbe l’uguaglianza che esiste tra gli inclusi, dunque in un sottoinsieme, che può essere anche assai limitato, della popolazione di riferimento. E ciò consente di parlare di uguaglianza limitata. Scrive McMahon che  l’antica Grecia illustra come «l’uguaglianza sia sempre stata in qualche modo limitata, definita tanto da chi o cosa viene escluso dalla cerchia privilegiata degli uguali quanto dalle qualità che uniscono i privilegiati al suo interno» (p. 113) E di questa limitata uguaglianza può dirsi bene, perché –  per dirla in breve – rafforza i rapporti di fratellanza tra chi la condivide, portando la memoria al motto rivoluzionario francese che associava fraternitè e egalitè, tra loro e con libertè.

L’aspetto piuttosto inquietante è che questo meccanismo funzionerebbe meglio quando gli esclusi vengono percepiti (o dipinti) come inferiori. Un meccanismo che ha funzionato a Sparta come con i Nazisti e che, naturalmente, può essere posto al servizio dei propri interessi da chi esercita il potere. Tutto ciò giustifica l’espressione ‘esclusioni costitutive’.

Un tema assai rilevante è anche quello relativo alla fairness dell’uguaglianza? Possiamo considerare sempre equa l’uguaglianza? Porsi questa domanda vuol dire riconoscere che tra equità e uguaglianza può esservi una frattura. Nel caso dei diritti, assicurare a tutti l’uguale loro godimento potrebbe essere non equo se si è in presenza di eventuali differenze giustificative della disuguaglianza. Evento possibile ma non molto probabile. Nel caso del benessere e delle condizioni economiche questa eventualità è ben più realistica. L’uguaglianza in presenza di differenze di ‘impegno’ individuale, per esprimersi in termini approssimativi, non può essere considerata equa e dunque la corrispondente disuguaglianza, con le cautele di cui dirò potrà essere tollerata.

Ma qui fa la sua comparsa un altro problema e cioè l’uso di questo argomento per giustificare, soprattutto in tempi a noi vicini, ogni disuguaglianza economica. È il tema del merito come fondamento delle disuguaglianze, come giustificazione di ogni disuguaglianza (al quale, in una prospettiva diversa ma non del tutto indipendente potrebbe aggiungersi quella della necessità della disuguaglianza per la crescita, considerata da molti obiettivo unico e supremo). Al riguardo è interessante quanto McMahon scrive a proposito delle comunità di cacciatori-raccoglitori. In quelle comunità vi erano meccanismi volti a prevenire l’emergere di individui dominanti. I cacciatori di successo, ad esempio, erano spesso oggetto di bonarie prese in giro per assicurarsi che non si montassero troppo la testa. Si tratta delle «gerarchie di dominanza inverse», nella definizione degli antropologi, in cui i più deboli si uniscono per prevenire le potenziali prepotenze dei più potenti  e che spesso favoriscono l’affermarsi di norme prosociali.  Dal nostro punto di vista significano che il merito, anche se c’è, non giustifica qualsiasi disuguaglianza, soprattutto non giustifica altri benefici (quali la possibilità di montarsi la testa…) da cui possono scaturire altre disuguaglianze.

Naturalmente stabilire a priori quali siano le disuguaglianze accettabili e quelle non accettabili è compito proibitivo. Si possono, però, individuare con riferimento ai nostri tempi, ‘regole del gioco’ che limitino la possibilità che disuguaglianze non accettabili si concretizzino. In fondo, ha ragione Katharina Pistor quando, nel suo ultimo libro (The Law of Capitalism and How to Transform It, Yale University Press, 2025, di cui si sono occupati Roma e Fornasari sul Menabò)  afferma che decisivo è al riguardo il diritto privato in particolare con la sua regolazione dei diritti di proprietà e, anche, del potere di mercato, perché, è bene sottolinearlo, le disuguaglianze accettabili sono tali non solo per la loro limitata entità ma per il meccanismo che le genera. Dunque, contrastarle richiede anche altro che l’azione redistributiva dei sistemi di welfare.

In sintesi, se la uguaglianza non è equa non per questo ogni disuguaglianza è accettabile e si rende necessario entrare nel merito, facendosi anche prendere dal dubbio che oltre al diritto privato potrebbe essere di ausilio il diritto costituzionale. Da ignorante in materia, osservo che la nostra costituzione e con assoluto merito invita la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che, sostanzialmente, impediscono (a ‘tutti’) di raggiungere e superare quella che potremmo considerare una soglia minima di benessere. Quanto precede porta a chiedersi se, oltre a rimuovere gli ostacoli alla ‘marcia’ verso, l’alto di chi parte molto in basso la Repubblica non possa cercare di ‘creare’ ostacoli a chi veleggia sempre più verso l’alto sospinto da disuguaglianze inaccettabili. Il tema è quello dei vantaggi economici di grandi dimensioni ottenuti grazie al complice funzionamento delle regole del gioco.  Un  principio del genere forse  impedirebbe nuove disuguaglianze inaccettabili come, prendendo un esempio dei nostri giorni,  sono quelle che derivano dal riconoscere classi diverse di azioni societarie, cioè azioni  che danno diritto a voti differenziati, in Italia 5 per qualcuno e 1 per tutti gli altri; in Usa il divario è anche maggiore, come dimostrano i casi di Zuckerberg e altri miliardari. Tutto ciò sarebbe in larga misura conseguenza dell’affermarsi del cosiddetto capitalismo dei fondatori [al riguardo si veda l’articolo di Trento sul Menabò] che troverebbe nell’ipotizzato insostituibile contributo che questi ‘visionari’ danno  all’innovazione, una delle sue   principali giustificazioni.

Possiamo fermarci qui, sperando di aver mostrato che il libro di McMahon, al di là della piena condivisibilità e del rigore delle tesi interpretative che propone, è un eccellente serbatoio da cui estrarre stimoli per riflettere, con il vantaggio della prospettiva storica, su questioni fondamentali in tema di  uguaglianza e disuguaglianza e  ben più importanti di quella relativa alle tendenze della disuguaglianza economica che cattura molta attenzione e sulla quale il libro si conclude. E forse vale la pena di tornare nuovamente a consultare questo libro per estrarne altre questioni fondamentali sulle quali appare urgente e necessario riflettere.