Da Gerusalemme a Babele: guerra interna all’Europa
Ho raccolto i dati SIPRI sulla spesa militare europea, li ho ordinati, confrontati, trasformati in indicatori: spesa aggregata e tassi di crescita tra il 2022 e il 2025. L’idea era semplice. Capire se il riarmo europeo fosse davvero la risposta inevitabile alla guerra in Ucraina oppure se, dietro la narrazione corrente, si nascondesse qualcosa di diverso. Poi ho costruito le mappe, ed è stato allora che i numeri hanno smesso di essere numeri. Le cartografie hanno iniziato a raccontare una storia che non stavo cercando. Una storia che mi ha inquietato più della crescita della spesa militare. Perché non parlavano soltanto della Russia. Parlavano dell’Europa.
Da settimane ascolto il dibattito, anche tra economisti che stimo, sulla dipendenza europea dall’industria militare americana e, ciascuno con il proprio approccio, insistono, giustamente, sul ritardo dell’industria europea della difesa e sulla necessità di costruire una maggiore autonomia produttiva. Uscire dalla Nato o analisi dei moltiplicatori.
Ho però l’impressione che stiamo osservando il problema dalla parte sbagliata del telescopio. Anche se domani l’Europa producesse tutti i carri armati, gli aerei o i sistemi missilistici di cui ha bisogno, resterebbe irrisolta la questione decisiva. Chi controlla la tecnologia? Chi produce i semiconduttori, il software, l’intelligenza artificiale, i sistemi satellitari, le reti di comando, i sensori, l’integrazione elettronica? In altre parole, l’Europa può imparare a costruire la ferraglia; il cervello continuerà a parlare americano.
La dipendenza non è industriale. È strutturale. Ed è forse questo il punto che continua a sfuggire. Discutiamo della fabbrica mentre il vero potere risiede nell’architettura tecnologica che rende quella fabbrica utile (Guarascio D., Imperialismo digitale – Laterza, 2026). Si può spostare una linea di assemblaggio. Molto più difficile è spostare un ecosistema tecnologico costruito in decenni di investimenti, ricerca, brevetti, università, finanza e politica industriale. Per questo non riesco a convincermi che la classe dirigente europea sia improvvisamente diventata stupida. Sarebbe una spiegazione troppo comoda.
L’Europa non è stata costruita da una classe dirigente mediocre. È stata costruita da uomini e donne usciti dalla più grande tragedia del Novecento, convinti che il benessere condiviso fosse il modo migliore per impedire un’altra guerra. Erano politici che avevano conosciuto la distruzione e che immaginavano un continente capace di emanciparsi dai propri nazionalismi.
Il Piano Marshall fu parte di quella ricostruzione. Ma fu anche il modo con cui gli Stati Uniti accompagnarono l’emancipazione europea senza consentirle di diventare pienamente autonoma. L’Europa poteva crescere. Non necessariamente diventare un soggetto geopolitico indipendente. Questa ambiguità ha attraversato tutta la storia dell’integrazione europea.
Poi è arrivato il lungo ciclo inaugurato da Maastricht. Trent’anni nei quali l’Europa ha progressivamente rinunciato agli strumenti della politica economica, sostituendoli con regole, vincoli e disciplina di bilancio. È stato, probabilmente, il punto più alto del paradigma neoliberale europeo e, insieme, la sua più evidente sconfitta.
La pandemia aveva aperto una breccia. Per la prima volta l’Unione sembrava comprendere che le grandi sfide del XXI secolo – la transizione ecologica, la rivoluzione tecnologica, la competizione con Stati Uniti e Cina – non potevano essere affrontate dai singoli Stati. Next Generation EU rappresentava molto più di un programma di investimenti. Era il primo tentativo di costruire una politica economica realmente europea. Per la prima volta abbiamo avuto l’impressione che l’Europa potesse diventare adulta.
Poi è arrivata la guerra in Ucraina.
Non so se qualcuno l’abbia voluta anche per impedire questo percorso. Sarebbe un’affermazione che richiede prove che non possiedo. Ma dobbiamo osservare gli effetti politici che quella guerra ha prodotto. Gli Stati Uniti hanno ritrovato una centralità strategica che sembrava appannata. L’Europa ha interrotto il percorso appena iniziato verso una maggiore autonomia politica e industriale. La priorità è tornata a essere la sicurezza militare. La politica industriale europea è passata in secondo piano. Le grandi sfide del clima, dell’energia, della ricerca e della produttività sono scivolate sullo sfondo.
L’Europa ha avuto paura di diventare adulta. Ha scelto il rifugio rassicurante dell’alleanza atlantica proprio nel momento in cui avrebbe dovuto imparare a stare in piedi da sola.
Ed è qui che le mappe assumono un significato diverso.
Quando ho rappresentato la crescita della spesa militare europea non ho visto semplicemente un continente che si arma. Ho visto emergere un nuovo baricentro. Un asse che si consolida attorno alla Germania e che comprende, con intensità diverse, Polonia, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Finlandia e gli altri Paesi dell’Europa centro-settentrionale.
Quella geografia mi ha colpito profondamente. Per oltre un secolo la Germania è stata, in tempi diversi, il centro della potenza militare europea, poi il centro della potenza economica europea. Oggi le cartografie suggeriscono che stia diventando anche il centro della nuova architettura militare del continente. Non sto sostenendo che esista un disegno egemonico preordinato. Sarebbe una semplificazione. Sto dicendo qualcosa di diverso.
Quando la distribuzione della spesa militare, della sua crescita e della sua intensità si concentra con tanta evidenza nello stesso spazio geografico, è difficile continuare a raccontare questa trasformazione come una semplice risposta alla minaccia russa.
La domanda cambia. Non è più: la Russia rappresenta una minaccia? Non è nemmeno: l’Europa deve emanciparsi dagli Stati Uniti? La domanda diventa un’altra. Chi guiderà l’Europa che nascerà da questo riarmo?
Perché se il progetto politico europeo si indebolisce, la competizione non si svolgerà soltanto tra Europa, Stati Uniti e Cina – sempre che all’Europa rimanga almeno l’euro-. Si svolgerà anche all’interno dell’Europa stessa.
I nazionalismi europei possono apparire uniti quando esiste un nemico comune. Molto meno quando si tratta di distribuire industria, tecnologia, potere e leadership. Le mie mappe mi hanno costretto a guardare proprio questo.
Ho sempre pensato che la vera sfida europea fosse costruire un soggetto capace di confrontarsi con economie continentali come quelle americana e cinese. Oggi temo che una parte della classe dirigente europea abbia rinunciato a quell’ambizione. È molto più semplice immaginare di esercitare una leadership sugli altri Paesi europei che competere con i grandi protagonisti della nuova geografia economica mondiale.
Forse è questo che raccontano le cartografie. Non il ritorno della politica di difesa, piuttosto il ritorno della politica di potenza dentro l’Europa.
L’unica istituzione europea che sembra ancora resistere è proprio quella più contestata da tanti economisti: l’euro. Tutto il resto appare sempre più frammentato. La politica industriale comune si indebolisce. Le grandi strategie condivise vengono sostituite da interessi nazionali. Persino il risparmio dei lavoratori viene progressivamente consegnato ai mercati finanziari attraverso la previdenza complementare – in Italia il TFR ne è l’esempio più evidente – con il consenso di una parte della cultura economica che continua a definirsi progressista.
Forse siamo davvero entrati in un’altra epoca. Non è più il tempo delle discussioni astratte sull’uscita dalla NATO o delle semplificazioni ideologiche che ancora affascinano qualche economista. Quelle appartengono a un mondo che non c’è più. Il problema, oggi, è molto più grande e molto più inquietante. Il progetto europeo nato per impedire che i nazionalismi tornassero a dominare il continente rischia di lasciare il posto a una nuova competizione tra gli stessi Stati che avrebbe dovuto riconciliare.
Da tempo penso a un’immagine che non riesco a togliermi dalla testa. Gerusalemme rappresenta, almeno simbolicamente, la possibilità di un ordine fondato su un senso comune. Babele è la moltiplicazione delle lingue, l’incomprensione, la competizione permanente, l’impossibilità di costruire un destino condiviso. È forse questo il motivo per cui colpisce la magnifica umanità di Leone XIV. Non indica un programma di governo, ma ricorda che nessuna comunità politica può durare se rinuncia a riconoscere nell’altro un interlocutore e non soltanto un competitore o un nemico. È una lezione che riguarda da vicino l’Europa. Un’Unione nata per rendere impensabile il conflitto tra i suoi popoli rischia oggi di parlare soprattutto il linguaggio della deterrenza, della competizione geopolitica e del riarmo, mentre fatica a spiegare quale idea di convivenza e di bene comune intenda ancora difendere.

