Finanza

Un’utopia disciplinata. Domenico Mario Nuti e la costruzione istituzionale di un socialismo democratico

In un articolo apparso sul numero scorso del Menabò Emilio Carnevali osserva come lo studio comparativo di sistemi economici alternativi sia scomparso dalle aule universitarie dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine del socialismo reale e sostiene che questa rimozione sia stata affrettata e dannosa, anche perché confrontare modelli diversi aiuta a immaginare alternative credibili. L’articolo si chiude notando che lo studio comparativo dei sistemi economici può offrire strumenti non soltanto per capire meglio il passato ma anche, e soprattutto, per leggere criticamente il presente e progettare il futuro.

Sono convinto che le conclusioni di Carnevali sarebbero state ampiamente condivise da Domenico Mario Nuti, che occupa una posizione di primo piano nella storia recente dell’economia comparata, tanto per l’ampiezza degli oggetti di studio affrontati quanto per la profondità teorica e la capacità di coniugare analisi storica, istituzionale e macroeconomica e che il Menabò ha ricordato all’indomani della sua scomparsa alla fine del 2020. Il suo lavoro attraversa più di mezzo secolo di trasformazioni, dall’evoluzione delle economie pianificate del dopoguerra al loro crollo, dalle difficili transizioni postsocialiste ai processi di globalizzazione e finanziarizzazione, fino ai problemi delle disuguaglianze, dell’instabilità economica e della crisi ambientale. Tale ampiezza cronologica e tematica permette a Nuti di elaborare un quadro concettuale di straordinaria attualità, in grado di contribuire al dibattito sulle alternative ai modelli capitalistici dominanti e sulle possibilità di un socialismo democratico per il XXI secolo. Nuti interpreta il crollo dell’Unione Sovietica e dei regimi socialisti dell’Europa centroorientale non come una conferma definitiva della superiorità storica e teorica del capitalismo, ma come la crisi di specifiche forme istituzionali autoritarie, burocratiche e rigidamente pianificate. Il socialismo, nella sua prospettiva, non coincide con le realizzazioni storiche del XX secolo;  piuttosto  include possibilità istituzionali che fino ad oggi non sono state pienamente esplorate.

Da questa conclusione prende spunto il suo tentativo di definire un modello di socialismo per il futuro, un progetto non portato a termine, a cui Nuti stava lavorando nell’ultimo periodo della sua vita. In particolare, Nuti elabora, purtroppo solo per grandi linee, una proposta teorica e istituzionale innovativa che chiama Economia di Mercato Socialista (EMS), un tentativo pragmatico di ripensare il socialismo come un’architettura democratica, inclusiva e sostenibile, capace di affrontare le sfide globali contemporanee, dalla crisi climatica alla digitalizzazione, dalla finanziarizzazione alla crescita delle disuguaglianze. Questa architettura si fonda su tre conclusioni maturate in decenni dedicati all’analisi comparata: il capitalismo tende a produrre instabilità finanziaria, disuguaglianze e una scarsità di beni pubblici; una pianificazione rigida e non democratica frena innovazione e progresso tecnico; infine, le transizioni “a terapia d’urto” mostrano che mercati funzionanti richiedono sequenze graduali, istituzioni adeguate e legittimazione democratica, non liberalizzazioni istantanee.

La proposta, che Nuti colloca nell’ambito del “socialismo utopico”, può costituire un fondamento teorico solido per immaginare e progettare nuove forme di organizzazione economica in grado di coniugare efficienza, equità e partecipazione democratica. Cercherò di riassumerne brevemente le caratteristiche.

Il presupposto, semplice e insieme radicale, è che non esiste un solo modo di organizzare il mercato, così come non esiste un unico modo di intendere il socialismo. I sistemi economici sono costruzioni storiche fatte di regole, istituzioni, poteri e scelte collettive; se cambiano le regole, cambia anche cosa e come il mercato produce. La proposta di EMS nasce proprio dall’analisi comparata. Nuti rifiuta l’idea che il mercato sia per natura capitalistico o che la pianificazione debba coincidere con ordini amministrativi e la riduzione dei prezzi a semplici unità di misura. Il mercato è prima di tutto un meccanismo informativo e di coordinamento che attraverso i segnali di prezzo rende possibile confrontare alternative, sperimentare soluzioni diverse e adattarsi quando bisogni e tecnologie cambiano. Questi vantaggi esistono solo se il mercato è costruito e governato istituzionalmente mentre  se lasciato “libero” in senso neoliberista, tende a produrre instabilità, rendite, oligopoli, disuguaglianze e subordinazione della politica economica alla finanza. Nella proposta di Nuti, quindi, il mercato non è il giudice supremo ma semplicemente uno strumento, utile soltanto all’interno di un’architettura più ampia di regole e obiettivi collettivi.

Il richiamo al termine “socialismo” deriva dal fatto che obiettivi di interesse pubblico come la piena occupazione, i diritti sociali, la sostenibilità e la riduzione della concentrazione del potere economico tornano a essere centrali nelle scelte di politica economica. I due principi fondanti sono un nucleo forte di proprietà pubblica nei settori strategici e nelle infrastrutture critiche e la democrazia economica intesa come capacità di definire indirizzi strategici controllabili pubblicamente, concertazione sociale e partecipazione dei lavoratori nella gestione della cosa pubblica. In questa prospettiva, il socialismo non significa nazionalizzazione generalizzata ma è piuttosto un’architettura istituzionale pluralista che limita la concentrazione di potere e orienta le scelte di politica economica.

L’EMS è un sistema ibrido, una sintesi in cui mercati regolati e pianificazione indicativa si rafforzano a vicenda. La proprietà è mista, ma con un baricentro pubblico e strategico nei nodi che più incidono sul potere di mercato e sulle decisioni di lungo periodo, in settori come energia, trasporti, telecomunicazioni e finanza. Accanto a questo nucleo convivono cooperative, imprese miste e imprese private, che tuttavia operano entro regole che subordinano l’attività economica a criteri di efficienza sociale complessiva. 

Una proposta innovativa di Nuti è la separazione tra proprietà e gestione degli asset pubblici secondo la quale la proprietà resta pubblica per garantire controllo democratico e tutela dell’interesse collettivo, mentre la gestione viene affidata con criteri competitivi e professionali, per ridurre inerzie burocratiche e migliorare competenze e incentivi. La pianificazione non è coercitiva, non ordina cosa e quanto produrre, ma definisce priorità, vincoli e strumenti coerenti attraverso politiche industriali, investimenti pubblici, coordinamento macro e regole sui capitali, orientando aspettative e decisioni soprattutto dove i mercati hanno storicamente dimostrato di fallire (beni pubblici, definizione di strategie a lungo termine, transizioni tecnologiche, settori ad alto rischio). 

Anche la finanza assume un ruolo pubblico dove banche pubbliche, autonome operativamente, funzionano da cerniera tra risparmio e investimenti socialmente desiderabili, con orizzonti temporali lunghi e criteri non ridotti al rendimento immediato. Infine, Nuti insiste sulla disciplina degli incentivi: i vincoli di bilancio duri restano la regola per evitare inefficienze permanenti, ma sono ammissibili vincoli “morbidi” selettivi come strumenti di politica industriale e di gestione delle transizioni (riconversioni, innovazione, shock occupazionali), sotto forma di interventi mirati e condizionati, non di salvataggi generalizzati.

È un socialismo orientato al futuro che non mira a riprodurre gli assetti novecenteschi rivelatisi fallimentari e riconosce che, nel capitalismo contemporaneo, le contraddizioni più rilevanti si condensano in ambiti che i mercati lasciati a sé stessi non riescono a governare. In questa prospettiva, la questione non è scegliere tra Stato e mercato, ma progettare un’architettura istituzionale che indirizzi e disciplini l’innovazione tecnologica, contenga i rischi sistemici e assicuri la produzione di beni pubblici globali, attraverso strumenti compatibili con il pluralismo e la democrazia.

Nuti richiama anzitutto la digitalizzazione e le piattaforme, ed è tra i primi a intuire che il problema non è solo produttivo ma di potere, specificamente in termini di dati, accesso ai mercati, algoritmi opachi e nuove rendite. Un socialismo di mercato orientato al futuro deve quindi impedire che infrastrutture digitali essenziali si trasformino in sovranità privata. 

C’è poi il tema del rapporto tra automazione e lavoro, per cui l’innovazione va governata per evitare polarizzazione e precarizzazione, collegando produttività e benessere sociale anche attraverso partecipazione, redistribuzione e politiche macro per la piena occupazione. Anche per la transizione ecologica,  pianificazione indicativa e investimento pubblico non sono opzionali, perché i mercati scontano troppo il futuro, premiano il breve periodo e non internalizzano rischi sistemici. Inoltre, occorre affrontare anche il tema della finanziarizzazione che accorcia gli orizzonti e alimenta instabilità. Propensione al futuro significa riallineare la finanza allo sviluppo, riducendo volatilità e capacità di ricatto della mobilità dei capitali. Infine, Nuti sottolinea che la globalizzazione è “incompleta” e che molte politiche fiscali, industriali, climatiche  richiedono coordinamento sovranazionale per essere stabili e non reversibili.

Mario definisce questo  modello “utopico” dove il termine non si riferisce a mancanza di realismo, ma rimanda a questioni metodologiche e politiche. Chiamare utopica l’EMS significa innanzitutto stigmatizzare l’idea che “non ci sia una alternativa” al capitalismo, che l’assetto capitalistico attuale sia un esito naturale e le sue istituzioni – proprietà, mercati, regole finanziarie, governance delle imprese – non siano scelte storiche modificabili. In secondo luogo, l’utopia funziona come principio regolativo che orienta la progettazione istituzionale verso criteri espliciti come democrazia economica, piena occupazione, equità, sostenibilità e controllo di rendite e oligopoli. Certamente non offre il “piano perfetto”, ma definisce standard con cui valutare riforme e compromessi (trade offs). Al tempo stesso, è un’utopia disciplinata dall’analisi comparata in cui l’orizzonte normativo è vincolato dalle lezioni empiriche dei sistemi reali. Proprio per questo, evita la pianificazione totalizzante e l’autoritarismo, l’autogestione priva di coordinamento macro e l’idea che in mercati globali deregolati basti la “socialdemocrazia in un paese solo”. Inoltre essa  rifiuta l’illusione del “capitalismo istantaneo” delle terapie d’urto. Utopico significa anche che il programma resta aperto, sperimentale e incrementale poiché istituzioni e contesti cambiano. L’EMS è pensata come architettura adattiva, fatta di pluralità di soluzioni, sperimentazioni, apprendimento istituzionale e costruzione di capacità amministrative. In questo senso, l’utopia non chiude il discorso ma lo apre, e invita a pensare il socialismo non come uno stato finale, bensì come un processo di democratizzazione e progettazione continua.

In termini politici, l’EMS è una promessa esigente, non consolatoria ed è “utopica” anche perché richiede presupposti complessi – capacità pubbliche solide, istituzioni democratiche effettive, regolazione credibile e un considerevole grado di cooperazione internazionale. Ma la tesi di fondo è che anche la semplice conservazione del capitalismo contemporaneo presuppone condizioni sempre più implausibili che vanno dalla stabilità finanziaria senza riforme, alla transizione ecologica senza pianificazione, alla concorrenza con oligopoli digitali, passando per mancanza di coesione sociale e disuguaglianze crescenti. In questo confronto, l’utopia di Nuti non è una fuga in avanti, bensì il tentativo di rendere pensabile e progettuale un’alternativa coerente.

In conclusione, Mario Nuti ci lascia in eredità  un progetto di rinnovamento socialista che nasce e si giustifica, prima di tutto, sul terreno dell’analisi comparata dei sistemi economici. È l’osservazione delle diverse combinazioni storiche di istituzioni, regole e rapporti di potere a mostrare che mercati, proprietà e pianificazione non sono “blocchi” incompatibili, ma dispositivi che cambiano significato e risultati a seconda di come vengono concepiti e costruiti. Da qui discendono la coerenza analitica della sua proposta e, insieme, il suo pragmatismo di fronte alle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Ne risulta un contributo di indubbia rilevanza scientifica che, proprio perché radicato nel confronto tra modelli reali e nelle lezioni delle transizioni del secolo scorso, resta un riferimento essenziale per riaprire un dibattito critico su assetti economici e politici alternativi al tecno-capitalismo in fieri.