Finanza

Ezio Tarantelli: studente, assistente e professore della Sapienza Università di Roma 

Ho conosciuto Ezio negli anni ’60 del secolo scorso nei pochi spazi di socializzazione consentiti nella sede di Piazza Borghese a noi studenti dell’allora Facoltà di Economia e Commercio; Ezio era nel suo terzo anno, mentre io stavo concludendo il quarto ed ultimo anno. Avevo già una forte vocazione aggregativa che mi portava a dialogare con i colleghi; non ricordo il pretesto iniziale   del nostro contatto ma sono certo che emerse presto la nostra comune origine marsicana.

Aggiungo che, a consolidare il nostro rapporto fu la forte consonanza sui valori culturali e politici che guidavano i nostri comportamenti e, da parte mia, anche l’apprezzamento per il suo impegno come guida turistica per poter sostenere l’onere di studente universitario. Avvenne poi che Ezio si rivolse per la sua tesi al nostro professore di Geografia economica Ferdinando Milone, che godeva di grande stima perché aveva un rapporto straordinario con noi studenti.

Milone intuì le qualità di Ezio ma, essendo alla vigilia del pensionamento, pensò di affidare, dopo la laurea, il suo futuro a Caffè che lo aveva conosciuto e apprezzato come brillante studente. Caffè  aiutò Ezio a  conseguire varie borse di studio, che lo portarono inizialmente  a Cambridge (UK), dove ebbe modo di lavorare con Joan Robinson, il cui insegnamento  fu uno dei pilastri della sua formazione che non venne meno   neanche  dopo il pluriennale soggiorno all’MIT di Boston dove  rafforzò la sua preparazione, tra gli altri, con economisti anche essi di orientamento keynesiano, anche se diverso  (i “keynesiani bastardi” come li definiva  maliziosamente Joan Robinson), tutti futuri Premi Nobel:  Modigliani, Samuelson e  Solow. Con Modigliani, in particolare, pubblicò articoli che alimentarono il dibattitto su temi fondamentali di macroeconomia.  

Grazie al suo precoce curriculum accademico, al rientro in Italia, divenne assistente ordinario nell’ Istituto di politica economica diretto da Caffè e ottenne anche l’incarico di Economia del Lavoro nell’Università Cattolica di Milano. Ricoprì anche il ruolo di consulente in Banca d’Italia dove si stava elaborando un modello econometrico dell’economia italiana. Nei tre anni (1973-76) in cui fu assistente ordinario ho condiviso la stanza con lui.  I suoi impegni lo tenevano molto spesso lontano ma non me ne sono troppo rammaricato perché i nostri pur rari incontri erano di frequente illuminati dal suo smisurato ingegno. Ricordo inoltre chiaramente, che in quel periodo, molti di noi fummo impegnati a seguire un suo affascinante corso di Economia del Lavoro. 

Tarantelli ritornò in Facoltà come professore ordinario di Economia politica; grazie alla sua brillante carriera accademica nel 1976 aveva ottenuto la cattedra di Politica economica e finanziaria e la sua sede iniziale fu la prestigiosa Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, dove rimase fino alla “chiamata” a Roma.

Il  rituale “medaglione” per decidere la “chiamata”  nel  Consiglio di Facoltà dell’8 luglio 1983, fu  predisposto da Caffè e Parrinello: In esso si legge che i suoi “contributi vertono sui problemi della produttività, salari e inflazione, sull’analisi del consumo nella teoria economica, sulle indagini recenti circa le basi logiche della macroeconomia, sulle caratteristiche odierne delle relazioni industriali e del mercato del lavoro, analizzate in rapporto al fenomeno inflazionistico: tema indagato anche in numerose ricerche largamente note sul piano internazionale”. E si aggiungeva che i suoi “lavori …, quale che ne sia l’oggetto, presentano elementi di originalità geniale” (cfr. M. Tiberi, “Gli insegnamenti economici”, La Facoltà di Economia… Rubbettino, 2006, p.421).

Proprio in quei primi anni ottanta, come ricorda la moglie Carole, veniva elaborata, in un perverso parallelo, l’”iniziativa Tarantelli”, così chiamata dalle Brigate Rosse e in particolare da coloro che lo hanno ucciso il 27 marzo 1985 sparandogli una raffica di colpi con una mitraglietta Skorpion, mentre si accingeva a salire in macchina dopo avere tenuto la sua lezione.

Quale fosse il fascino che Ezio esercitava sugli studenti lo testimonia la genuina reazione di affettuoso sgomento di molti di loro, e questo non era  noto ai suoi assassini sui quali invece certamente fece presa la straordinaria visibilità che egli si era conquistato con la sua lucida attività di pubblicista, svolta sotto la spinta di una forte passione civile, con la convinzione di essere utile al nostro Paese e, in particolare, agli appartenenti al mondo del lavoro, e ne è prova il suo ripetuto voto al PCI. Inoltre, da qualche tempo, aveva tuttavia trovato una convinta e illuminata accoglienza presso la CISL, per decisione del suo segretario Pierre Carniti, il quale aveva messo a sua disposizione le risorse necessarie per organizzare un brillante gruppo di ricercatori.

Credo che un’immagine molto efficace della sua collocazione culturale si ritrovi nella frase che ha dato il titolo a una raccolta postuma di suoi saggi: L’utopia dei deboli è la paura dei forti (Angeli, 1988) e che la nostra Facoltà ha scelto per contraddistinguere la stele che la CISL ha fatto costruire a pochi metri dal luogo del delitto. Ricordo anche che la Facoltà gli ha dedicato la sua Aula Magna; inoltre per iniziativa del Dipartimento di Economia e Diritto della Sapienza è sorto il Centro di Ricerca Interuniversitario “Ezio Tarantelli”. Infine, quando sono stato membro del Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia per il Diritto allo Studio Universitario, si decise di dedicargli una delle Residenze Universitarie degli studenti della Sapienza.

I primi anni ottanta erano anni di crisi per l’economia italiana, caratterizzati, nel linguaggio icastico degli economisti, da un alto “indice di malessere”, che è dato dalla somma del persistente tasso d’inflazione a due cifre e da tassi di disoccupazione che si avvicinavano al 10%. Ezio aveva affiancato al suo bagaglio culturale neo-keynesiano la visione neo-corporativa che egli, tuttavia, proponeva solo dopo avere ben definito un punto di netta differenziazione rispetto ad analoghe esperienze del nostro passato: una. dimensione del neo-corporativismo …che distingue nettamente le esperienze neo-corporative in atto nelle società occidentali dalla storia per noi così amara, del corporativismo fascista. Questa… dimensione del neo-corporativismo è costituita dall’assoluta indipendenza del sindacato come soggetto attivo della politica economica dal sistema dei partiti e dal governo” (cfr. E. Tarantelli, La forza delle idee. Scritti di economia e politica, Laterza, 1995, p. 150).

La proposta, elaborata da Ezio, era quella del cosiddetto “scambio politico” tra Governo e sindacato, articolato, da un lato, nella disponibilità sindacale a moderare l’azione rivendicativa sul livello dei salari monetari e, dall’altro, nel riconoscimento da parte del Governo, del sindacato come interlocutore effettivo nella definizione delle misure di politica economica, in particolare di quelle rivolte ad accrescere il livello di occupazione (cfr. E.Tarantelli, Il ruolo economico del sindacato. Il caso italiano, Laterza, 1978).

Una proposta, questa, che Tarantelli aveva caldeggiato col sostegno soprattutto della CISL, la cui tradizionale cultura rivendicativa era meglio predisposta a recepirla, e che aveva sostenuto in numerosi articoli di giornale, con la conseguenza di renderlo un bersaglio simbolicamente importante e facile da colpire per le sue normali abitudini di docente universitario. Forse tutti speravamo, lui compreso, che nel 1985 i vari gruppi armati di sinistra, in particolare le Brigate Rosse, avessero preso consapevolezza della sconfitta politica della loro strategia della “lotta armata” in occasione del rapimento e dell’uccisione dell’onorevole Moro nel 1978.

D’altra parte Ezio, col suo incessante e intenso impegno riformista, costituiva uno dei bersagli tipici per tali gruppi, che consideravano un intellettuale con le caratteristiche di Ezio tra quelli da annientare perché di ostacolo alla loro contrapposizione politica radicale all’ordine costituto.

Le Brigate Rosse, peraltro, non potevano immaginare che la loro sciagurata ansia omicida li aveva privati di un prezioso alleato; infatti, sono convinto che Ezio sarebbe stato il primo a manifestare la sua insoddisfazione rispetto agli esiti dello “scambio politico”, attuato velleitariamente dal Governo Craxi, dopo l’accordo raggiunto con CISL, UIL e Confindustria: il cosiddetto “Accordo di San Valentino” così chiamato perché firmato il 14 febbraio 1984.

Ho sempre ritenuto che per lui sarebbe stata inaccettabile una situazione come quella che si configurò negli anni 1985, 1986 e 1987: l’inflazione relativa ai beni di consumo scese dal 9,2 al 5,9 al 4,7%, mentre i tassi di disoccupazione salirono dal 10,3 all’11,1 e al 12 % (Tiberi, cit., p. 423). E sono convinto che non avrebbe avuto esitazione a manifestare pubblicamente il proprio malcontento rispetto all’iniquità di tale “scambio inesistente” perché, diversamente dai molti altri, aveva quella “specie di coraggio disperato, con cui la ragione sfida alle volte la forza, come per farle sentire che, a qualunque segno arrivi, non arriverà mai a diventare ragione” (Manzoni, Storia della colonna infame, Bompiani,1985, p.34). 

A questo punto, è utile ricordare soprattutto la sua caratura scientifica, volta sempre ad inventare un possibile futuro prestando attenzione anche alla dimensione europea.  Su quest’ultima aveva iniziato a concentrare la sua illuminante analisi, essendo, tra i primi, a intuire l’importanza di un’integrazione basata non solo su vincoli monetari, ma anche su strumenti di riequilibrio sociale.

Mi piace allora riprendere quanto disse di lui Caffè, in una conversazione animata con Valentino Parlato, direttore de “il manifesto”, giornale che pubblicava con buona frequenza i pungenti articoli del nostro prof (cfr. E. Rea, L’ultima lezione, Einaudi, 1992, pp. 173 – sgg.). Si discuteva tra loro sul termine “utopia” nel tentativo di cogliere da parte di Parlato una certa dose di ingenuità nelle posizioni di Ezio. 

Ebbene Caffè, replicò a Parlato, riprendendo un’impostazione congeniale a Bruno de Finetti, suo collega di Facoltà, che era soprattutto noto come lo scienziato che aveva rilanciato l’approccio soggettivo nell’ambito della teoria della probabilità, ma che aveva, nel corso del tempo, sviluppato un forte interesse per la teoria economica, alla quale aveva apportato alcuni contributi significativi (cfr. M. Tiberi, “Il profilo di un intellettuale erasmiano”, Sapienza Università Editrice, 2019). Riflettendo in generale sull’importanza dell’utopia nella ricerca de Finetti aveva scritto: “l’impostazione utopistica della scienza economica consiste proprio nell’esaminare la possibilità di funzionamento effettivo di sistemi economici immaginati come schemi mentali ‘utopistici’” (cfr. B. de Finetti, “L’utopia come presupposto necessario per ogni impostazione significativa della scienza economica”, Angeli,1973, p. 13). E Caffè disse rivolgendosi a Parlato: “Credo… che l’utopia non è altro che l’affermazione di una civiltà possibile contro le strettoie del presente. E che cos’altro faceva Tarantelli se non prospettare una civiltà possibile contro le strettoie del presente?”. E aggiungeva: “Tarantelli aveva la sollecitazione civile e morale e insieme la capacità di esprimere idee su cui fondare l’azione…. non era un uomo incline ad alzare steccati ma era l’inesausto delineatore di sforzi di comprensione cui perseverava senza stanchezza e con ferma tenacia”.