Roma: quando le disuguaglianze sociali diventano democratiche
Nei nostri precedenti articoli sul Menabò abbiamo mostrato come le principali fratture socioeconomiche che attraversano la Capitale dall’istruzione all’occupazione, dal reddito allo sviluppo umano, fino al disagio sociale nelle aree di edilizia residenziale pubblica, presentino una chiara distribuzione territoriale, e abbiamo proposto un confronto con Milano e Napoli. In questo articolo ci occupiamo ora del referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026, che offre l’occasione per aggiungere un ulteriore tassello alle riflessioni su Roma.
Le differenze territoriali incidono soltanto sul benessere materiale oppure si riflettono anche nel rapporto con la politica? In altri termini: le disparità urbane producono anche disuguaglianze democratiche nella partecipazione al voto?
Il voto romano sembra offrire una risposta chiara. A Roma il “no” ha prevalso con oltre il 60% dei voti validi, una quota superiore alla media nazionale del 57,7%, mentre l’affluenza ha raggiunto il 64%, anch’essa più elevata del dato italiano del 59,3%. Si tratta di un risultato significativo se confrontato con il forte calo partecipativo registrato alle elezioni regionali del 2023 e, in parte, anche alle europee del 2024. Il referendum ha dunque riportato alle urne una parte consistente dell’elettorato romano.
Il dato medio cittadino nasconde tuttavia differenze territoriali molto marcate. La geografia della partecipazione segue da vicino quella delle opportunità sociali ed economiche. Nelle aree centrali e più benestanti si vota di più; nelle periferie fragili e nei territori più esterni si vota di meno.
Figura 1: Affluenza delle ultime elezioni e del referendum a Roma + Affluenza del referendum nelle “sette città”
Per interpretare le differenze territoriali della Capitale utilizziamo la consolidata classificazione delle “Sette Rome”, elaborata da #mapparoma. Si tratta di una chiave di lettura del territorio romano che individua al suo interno, sei diverse “città” costruite attraverso l’aggregazione di zone urbanistiche con caratteristiche socioeconomiche, insediative e demografiche simili: città storica, città ricca, città compatta, città del disagio, città dell’automobile e città-campagna. A queste si aggiunge una settima città, la città degli invisibili, trasversale all’intero territorio comunale e riferita a quelle persone che più facilmente sfuggono alle statistiche ufficiali. Proprio per la sua natura diffusa non viene inclusa nell’analisi quantitativa qui proposta. Non si tratta di realtà riconosciute sul piano amministrativo, come avviene ad esempio per i Municipi, ma di uno strumento analitico utile a leggere le fratture interne della Capitale.
La classificazione proposta permette di individuare con immediatezza alcune delle principali fratture territoriali della città, pur nell’inevitabile semplificazione di una realtà assai più complessa. I risultati vanno quindi letti come una prima evidenza empirica, da integrare con ulteriori analisi e strumenti interpretativi più approfonditi.
Utilizzando questa classificazione, l’affluenza più elevata si registra nella città ricca (71%), seguita dalla città storica e dalla città compatta (circa 66%). La città dell’automobile si colloca in prossimità della media comunale. Più distanti risultano invece la città del disagio e la città-campagna, entrambe ferme intorno al 54-55%, circa dieci punti sotto le aree dove la partecipazione è più elevata.
Non si tratta di una semplice coincidenza geografica. I territori caratterizzati da livelli più elevati di istruzione, maggiore occupazione, densità urbana più alta e una più intensa vita di relazione, piazze, servizi, spazi pubblici, prossimità, mostrano una maggiore mobilitazione elettorale. Al contrario, dove il disagio sociale è più intenso e la dispersione insediativa maggiore, la partecipazione tende a ridursi.
Il dato è coerente con una vasta letteratura che lega partecipazione politica e divari territoriali. Andrés Rodríguez-Pose ha mostrato che il senso di abbandono maturato nei territori percepiti come marginali rispetto ai processi di sviluppo economico può tradursi in sfiducia verso le istituzioni, minore partecipazione o voto di protesta. Votare richiede infatti informazioni, reti relazionali, fiducia nelle istituzioni e percezione di efficacia del proprio gesto: risorse distribuite in modo diseguale nello spazio urbano. La periferia non è soltanto distanza fisica dal centro, ma spesso anche distanza dai luoghi della decisione e dalla sfera pubblica.
L’analisi a livello di zone urbanistiche conferma questa lettura. I livelli più alti di affluenza si registrano in quartieri della città ricca e di quella compatta soprattutto a nord, come Grottaperfetta, Trieste, Della Vittoria, Nomentano, Monte Sacro, Salario, Flaminio e Medaglie d’Oro. Sul lato opposto troviamo le periferie a est e sud-ovest di Tor Cervara, San Vittorino, Lunghezza, Borghesiana, Torre Angela, Torre Maura, Ponte Galeria e Santa Maria di Galeria. Ancora una volta, il quadrante orientale e le aree più esterne mostrano le maggiori difficoltà di partecipazione.
Figura 2: Mappa dell’affluenza per zona urbanistica
Se ci spostiamo dal “quanto si vota” al “come si vota”, il quadro diventa più articolato. Il “no” prevale in tutte le sette città, ma con intensità diversa. I risultati migliori si osservano nella città compatta (65%) e nella città storica (61%), mentre la città ricca, la città dell’automobile e la città del disagio si collocano poco sotto la media cittadina. Più combattuto il risultato nella città-campagna (53%).
Ciò significa che la lettura del referendum come semplice scontro tra blocchi politici tradizionali è insufficiente. La geografia del voto non ricalca meccanicamente quella delle precedenti elezioni politiche o regionali. Emergono invece combinazioni differenti tra partecipazione, composizione sociale dei territori e orientamenti politici.
Figura 3: Risultato del referendum nelle “sette città”
Nella città compatta, nei quartieri semicentrali densi, istruiti e con forte partecipazione, il “no” assume i tratti di un voto coerente e polarizzato. Si tratta di territori che da tempo rappresentano un bacino rilevante del centrosinistra urbano. In quartieri come San Lorenzo, Garbatella, Ostiense, Monte Sacro, Appio e Testaccio il “no” raggiunge valori molto elevati, superiori al 70%.
Diverso il comportamento della città ricca e di parte della città storica. Qui l’affluenza è molto alta, coerentemente con livelli elevati di istruzione, reddito e occupazione, ma il consenso per il “no” risulta minore. In alcune aree di Roma nord, come Parioli, Farnesina, Acquatraversa e Tor di Quinto, nonché nel Centro Storico, prevale addirittura il “sì”. Si tratta di territori con un elettorato tradizionalmente più plurale, nel quale pesano culture politiche moderate, liberali o riformiste.
Nelle periferie più fragili, invece, non si osserva una corrispondente spinta a favore del “sì”: il blocco elettorale che in altre occasioni aveva premiato il centrodestra appare meno coeso e meno presente alle urne. Il dato più rilevante non sembra essere la scelta di campo, quanto piuttosto la minore mobilitazione. In queste aree l’astensione diventa così il principale comportamento politico.
Il gradiente territoriale della partecipazione non sembra essere un fatto episodico. Già in precedenti consultazioni romane, elezioni, politiche,regionali e comunali, l’affluenza tendeva a essere più elevata nelle aree centrali e socialmente più forti, e più bassa nelle periferie segnate da fragilità economica e minori opportunità. Il voto del 2026 conferma, dunque, una geografia relativamente persistente della partecipazione politica nella Capitale.
È forse questo l’aspetto più interessante del referendum romano. Le periferie non hanno determinato il risultato attraverso un voto compatto alternativo, ma attraverso una partecipazione ridotta. Il deficit di integrazione sociale tende così a tradursi anche in deficit di integrazione democratica.
Figura 4: Confronto tra referendum 2026 e politiche 2022 nelle “sette città”
Le nostre precedenti analisi avevano mostrato come le disuguaglianze urbane incidessero sulle opportunità educative, lavorative e reddituali. Il referendum suggerisce che esse incidono anche sul rapporto con la politica. Dove si concentrano risorse economiche e culturali si partecipa di più; dove si accumulano fragilità sociali e distanza dai servizi si partecipa meno.
Questo non riguarda soltanto Roma. In molte grandi città europee la frattura tra centri dinamici e periferie vulnerabili tende a riflettersi nei comportamenti elettorali, nella fiducia istituzionale e nella stessa qualità della democrazia urbana. Ma il caso romano appare particolarmente nitido per la profondità storica delle sue divisioni territoriali e per la eterogeneità interna del suo spazio urbano.
La lezione che se ne può trarre è semplice ma spesso trascurata. Le politiche contro le disuguaglianze non servono soltanto a migliorare il benessere materiale dei cittadini, ma anche a rafforzare la cittadinanza democratica. Trasporti efficienti, scuole di qualità, spazi pubblici curati, servizi di prossimità, opportunità lavorative diffuse non producono solo crescita economica o inclusione sociale: producono anche partecipazione.
Roma continua, dunque, a mostrarsi plurale, divisa in più città. Le “Sette Rome” non si distinguono soltanto per reddito, istruzione o condizioni di vita, ma anche per quanto e come votano. Comprendere questa geografia è essenziale per chiunque voglia governare la Capitale. Perché accorciare le distanze, come ricordava il grande sindaco Luigi Petroselli, significa anche rafforzare la democrazia, avvicinando le istituzioni ai cittadini, soprattutto ai più fragili. Quando una parte della città vota meno, conta meno. E quando conta meno, rischia di ricevere meno attenzione da parte di chi governa il territorio. Spezzare questo circolo vizioso è una responsabilità che a Roma riguarda insieme istituzioni e società civile.



