Università, capitale umano e lavoro in Italia
Nel dibattito recente sul ruolo dell’istituzione universitaria come fattore di crescita non solo culturale, ma anche economica e sociale, è stata frequentemente richiamata l’idea che il sapere e il confronto critico rappresentino un bene pubblico essenziale, in grado di potenziare la capacità di un Paese di orientarsi e adattarsi nelle fasi di trasformazione economica, tecnologica e sociale di particolare intensità. Questa tema è stato ripreso dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Messina. Al centro della sua analisi la domanda di istruzione universitaria come risultato di una pluralità di fattori, tra cui le opportunità occupazionali percepite, i costi diretti e indiretti della formazione e la qualità complessiva dell’offerta formativa. Come sottolineato da Panetta, negli ultimi dieci anni la quota di giovani in possesso di un titolo universitario è cresciuta, ma rimane significativamente inferiore a quella registrata nei paesi leader europei come Germania e Francia. A pesare sono non solo gli elevati tassi di abbandono, ma anche la persistente difficoltà di tradurre il percorso universitario in profili professionali e occupazionali coerenti e adeguatamente valorizzati dal sistema produttivo.
In questo contesto emerge un nodo analitico spesso sottovalutato: la solidità e la competitività del sistema universitario influenzano direttamente la domanda di istruzione universitaria. Un’elevata qualità della didattica, un adeguato sistema di servizi e di diritto allo studio, un forte grado di internazionalizzazione, insieme a una capacità significativa di ricerca e di trasferimento tecnologico, accrescono la credibilità dell’investimento formativo e contribuiscono a ridurre i fattori che scoraggiano l’iscrizione e il completamento dei percorsi di studio. Un rafforzamento strutturale dell’università non risponde dunque solo a esigenze di offerta, ma rappresenta una leva decisiva per ampliare e qualificare la domanda di istruzione terziaria.
Risorse. Il rafforzamento della competitività del sistema universitario italiano richiede un adeguato incremento delle risorse. Attualmente, l’università italiana soffre di un sottofinanziamento strutturale rispetto agli standard internazionali: le risorse pubbliche destinate all’istruzione terziaria non superano lo 0,6 per cento del PIL, a fronte di una media OCSE pari a circa l’1,3 per cento e di una media europea prossima all’1,1 per cento. Tale divario mette in evidenza la persistente sottovalutazione del ruolo strategico dell’università quale infrastruttura fondamentale per lo sviluppo economico, sociale e culturale del Paese. Un percorso credibile di riallineamento agli standard europei, in particolare a quelli di Germania e Francia, richiederebbe oggi un incremento iniziale delle risorse nell’ordine di almeno 1 miliardo di euro, necessario per avviare un processo di convergenza verso il “campo gravitazionale” dei principali sistemi universitari europei. In direzione opposta, il finanziamento reale del sistema universitario italiano ha registrato una contrazione continua, stimabile complessivamente intorno al 20 per cento nel periodo 2014–2025, con effetti cumulativi rilevanti sulla sostenibilità finanziaria degli atenei e sulla loro capacità di pianificazione strategica. Tale dinamica espone il sistema a un rischio di natura sistemica, accentuando i divari territoriali ed economici e producendo ricadute negative sulla formazione del capitale umano e del capitale sociale, in particolare nelle aree più fragili del Paese.
Wage premium. Il profilo più critico richiamato dal Governatore nel suo messaggio concerne i rendimenti privati dell’istruzione universitaria. In Italia il premio salariale associato al conseguimento della laurea rimane infatti contenuto: un laureato trentenne percepisce in media una retribuzione superiore di circa il 20 per cento rispetto a un diplomato. Si tratta di un differenziale significativamente inferiore a quello riscontrabile negli altri principali Paesi europei. Le retribuzioni dei giovani laureati risultano infatti sensibilmente più elevate in Germania, dove superano in media dell’80 per cento quelle dei coetanei italiani, e nettamente superiori anche in Francia, con uno scarto di circa il 30 per cento. Tali differenziali, lungi dal ridursi, mostrano una tendenza all’ampliamento nel corso del tempo, segnalando una persistente debolezza nella capacità del sistema economico italiano di valorizzare il capitale umano ad alta qualificazione.
Questo contesto contribuisce a spiegare, nel caso italiano, una domanda di istruzione universitaria strutturalmente contenuta e poco dinamica, nonché una più elevata propensione alla mobilità internazionale dei giovani con livelli di istruzione più elevati. Negli ultimi anni una quota significativa di laureati italiani ha infatti scelto di trasferirsi all’estero, con incidenze particolarmente marcate nelle discipline tecnico-scientifiche, dove la domanda di competenze qualificate risulta più sostenuta nei principali Paesi avanzati.
È tuttavia necessario chiarire un punto analitico cruciale. Il basso wage premium associato al titolo universitario non deriva da un’eccessiva offerta di lavoro qualificato, ma riflette piuttosto la debolezza strutturale del sistema produttivo nazionale e la conseguente insufficienza della domanda di lavoro ad alta qualificazione. Tale carenza è strettamente connessa alla carenza degli investimenti produttivi, alla prolungata stagnazione della produttività e al persistente ritardo tecnologico dell’economia italiana. Da almeno un quarto di secolo la produttività del lavoro mostra una dinamica sostanzialmente piatta, con effetti diretti sulla crescita delle retribuzioni reali, rimaste pressoché stagnanti, soprattutto se confrontate con l’evoluzione registrata in Germania e in Francia, dove i salari reali hanno evidenziato aumenti significativi.
Università e specializzazione produttiva. In un modello di specializzazione produttiva concentrato prevalentemente in settori a basso valore aggiunto e a ridotta intensità tecnologica, la capacità di assorbimento del capitale umano qualificato risulta inevitabilmente limitata. Ne consegue una compressione dei rendimenti privati dell’istruzione universitaria, che contribuisce a indebolire gli incentivi all’investimento in formazione terziaria e ad alimentare processi di selezione avversa e di emigrazione dei profili più qualificati.
La scarsa competitività del sistema produttivo italiano è strettamente connessa a un assetto distributivo del reddito nazionale che continua a favorire le posizioni di rendita rispetto al rischio imprenditoriale. In numerosi comparti, la redditività è stata preservata prevalentemente attraverso strategie di adattamento al contesto, compressione dei costi e protezione dei margini, piuttosto che mediante investimenti in capitale umano e tecnologico. Quando l’incentivo dominante è consolidare rendite anziché promuovere innovazione, gli investimenti restano strutturalmente insufficienti e l’innovazione si manifesta in maniera episodica e frammentaria.
Da tale dinamica emerge una relazione cumulativa di particolare rilevanza per comprendere le debolezze del sistema economico italiano. Investimenti limitati si associano a basso valore aggiunto e scarsa innovazione; una limitata innovazione si traduce in produttività contenuta; una produttività stagnante determina salari modesti. In questo quadro anche il rendimento dell’istruzione universitaria si indebolisce, poiché le competenze e la conoscenza non trovano adeguata valorizzazione nel sistema produttivo. In altre parole, finché la struttura produttiva non si orienta verso settori a più elevato contenuto di conoscenza, la domanda di laureati cresce lentamente, l’università fatica ad attrarre risorse e talenti, e la fuga di capitale umano si configura come un costo strutturale per il Paese.
Uscire da questa “trappola della produttività” richiede l’adozione di politiche coerenti su due fronti. Sul versante della formazione universitaria e della ricerca pubblica, è necessario un incremento stabile e pluriennale del finanziamento ordinario, capace di sostenere il rafforzamento delle infrastrutture, dei servizi agli studenti, del diritto allo studio, dei processi di internazionalizzazione e del trasferimento tecnologico. Sul versante del sistema produttivo, è imprescindibile un significativo intervento di politica industriale per favorire l’aumento degli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione, accompagnato da un cambio di scala che avvicini l’Italia ai principali Paesi guida europei, rendendo strutturali gli strumenti di connessione tra ricerca pubblica e capacità innovativa privata.
Il progetto di riforma del MUR. In un contesto segnato da una debole valorizzazione economica e sociale dell’istruzione universitaria, il MUR ha avviato un processo di riforma del sistema universitario, con l’obiettivo dichiarato di intervenire su alcuni snodi centrali del suo funzionamento. Le misure previste riguardano il finanziamento ordinario, l’assetto di governo degli atenei, le procedure di reclutamento, il ruolo del Consiglio Universitario Nazionale e il sistema di valutazione della ricerca e della didattica. Nel loro complesso, questi interventi mirano a riorganizzare il modello di università pubblica, incidendo su strutture e meccanismi consolidati.
Tuttavia, al di là dell’enfasi riformatrice, tali misure appaiono in larga parte scollegate dai nodi strutturali che condizionano la domanda di istruzione universitaria e ne comprimono il valore economico sul mercato del lavoro. In particolare, esse non affrontano in modo diretto né il problema della scarsa valorizzazione della laurea, né quello del ridotto wage premium, che rappresentano il principale deterrente all’investimento in istruzione terziaria da parte delle famiglie e degli studenti. Intervenire prevalentemente su assetti organizzativi, procedure di valutazione e meccanismi di governance, in assenza di un rafforzamento sostanziale del finanziamento pubblico e di una strategia complessiva di sviluppo e innovazione capace di assorbire e remunerare capitale umano altamente qualificato, rischia di produrre effetti limitati o meramente formali.
Questo scollamento tra ambizioni riformatrici e risorse disponibili emerge con particolare evidenza nella legge di Bilancio 2026, che fallisce completamente nel potenziare il finanziamento del sistema universitario. La manovra lascia infatti sostanzialmente inalterato il livello del finanziamento dell’università statale, senza prevedere un incremento strutturale del FFO in grado di sostenere l’ampliamento dell’offerta formativa, il rafforzamento della ricerca, il miglioramento della terza missione, ossia la valorizzazione e il trasferimento della conoscenza prodotta dall’università verso il contesto esterno con il contributo diretto allo sviluppo economico, sociale, culturale e civile della società e dei territori. Tale scelta miope conferma l’assenza di una reale priorità politica attribuita all’università dal Governo e ne indebolisce ulteriormente la capacità di incidere sui meccanismi di valorizzazione del titolo di studio e sui differenziali salariali associati alla laurea. Ancora più problematica appare la marginalizzazione, nel disegno riformatore, di ciò che dovrebbe costituirne uno dei perni strategici: il rilancio del sistema produttivo nazionale verso la digitalizzazione e la rivoluzione tecnologia dell’IA per ridurre il divario con gli standard europei e internazionali, rafforzando in concerto la capacità dell’università di generare competenze avanzate e conoscenza trasferibile al sistema produttivo.
Conclusioni. L’università italiana rappresenta un bene pubblico strategico, in quanto contribuisce alla formazione del capitale umano e sociale e al rafforzamento della capacità innovativa del Paese. Il suo progressivo indebolimento incide negativamente sia sulla qualità dell’offerta formativa sia sulla domanda di istruzione universitaria. In questa prospettiva, il ridotto wage premium dei laureati in Italia non va interpretato come un fenomeno isolato, ma come il sintomo di una più ampia stagnazione produttiva e tecnologica, riconducibile a modelli di specializzazione a basso valore aggiunto e a un livello insufficiente di investimenti in ricerca e innovazione, spesso sostenuti da assetti di rendita consolidati. Interrompere questo circolo vizioso e restituire pieno valore allo studio e alla formazione universitaria richiede un rafforzamento strutturale del finanziamento degli atenei e un deciso aumento delle risorse destinate alla ricerca, fino a raddoppiare l’impegno in rapporto al PIL. Solo in presenza di un sistema universitario più solido e competitivo sarà possibile stimolare la domanda di istruzione universitaria e orientare il Paese verso una traiettoria di crescita più sostenuta, innovativa e inclusiva.