Quando le Big Tech vanno in guerra
Quando, a inizio del 2025, alla cerimonia di inaugurazione della presidenza Trump, comparvero, schierati disciplinatamente nelle prime file, i proprietari delle più grandi imprese digitali, quella immagine segnò simbolicamente la fine di una illusione. Ad essere cancellata era l’idea che le grandi imprese digitali, per le loro dimensioni, per le caratteristiche della loro produzione e per la natura globale dei mercati a cui si rivolgevano, fossero interpreti di un sistema produttivo che non aveva alcun bisogno di allinearsi così platealmente al potere politico. E che anzi aveva esplicitamente difeso la propria autonomia dall’ingerenza dei poteri dello stato.
Questa narrazione non corrispondeva alla realtà già da decenni. Ma tuttavia faceva parte dell’aura di indipendenza che aveva caratterizzato la nascita delle grandi imprese digitali americane e ancora persisteva, a dispetto di una crescente compromissione con i poteri dello stato, ed a difesa della necessità di non imbrigliare la benefica forza propulsiva delle imprese digitali con dannose regolamentazioni.
Ma quella della autonomia delle grandi imprese digitali dal potere politico non era la sola falsa credenza ad essere contraddetta così clamorosamente.
Nei mesi precedenti, una inchiesta della rivista israeliana +972 aveva svelato l’utilizzo di sistemi predittivi basati su intelligenza artificiale nei bombardamenti su Gaza, la cui disponibilità era consentita da una stretta collaborazione con alcune delle più grandi piattaforme digitali degli USA e con imprese digitali, come Palantir, esplicitamente orientate a produrre per l’apparato militare. E dalle cronache della guerra tra Russia ed Ucraina emergeva l’utilizzo cruciale di infrastrutture digitali, come la rete Starlink, o come i servizi cloud di Amazon, indispensabili per consentire il funzionamento di armamenti sempre più dipendenti dalle tecnologie digitali. Agli occhi di tutti veniva svelato che l’industria digitale era direttamente coinvolta nelle guerre in corso. Ne era parte attiva, addirittura indispensabile.
Un’altra illusione dunque cadeva, quella che vedeva la crescita dell’industria digitale legata al miglioramento della società, alla comunicazione tra le persone di tutto mondo, alla pacifica circolazione delle idee. Mentre ora contribuiva direttamente a distruggere vite e cose.
Anche in questo caso era da molto prima di Trump che le grandi industre digitali americane collaboravano con il Dipartimento della Difesa americano e con le agenzie da esso controllate. Ma continuava ad essere utile far credere che così non fosse e giovarsi della reputazione della prima ora, così utile a inglobare senza resistenze tra i propri utilizzatori fasce sempre crescenti di popolazione.
Stretto rapporto con il potere politico e diretto coinvolgimento nei teatri di guerra sono quindi realtà rivelate ed esplicitamente rivendicate con cui confrontarsi.
Si tratta di una torsione, di un cambio di direzione nella traiettoria della rivoluzione digitale, finora raccontata anche dalla cultura ‘di sinistra’ come una benefica forma di progresso? O si tratta invece della accelerazione di processi in atto già da tempo, di fenomeni che è stato possibile riconoscere ed analizzare criticamente già da molti anni, come peraltro hanno provato a fare movimenti, associazioni, studiosi e anche alcuni tra i principali protagonisti dello sviluppo iniziale della rivoluzione digitale?
Per rispondere a queste domande è illuminante leggere il libro “Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA” di Dario Guarascio (Laterza, 2026).
Iniziamo dal rapporto delle grandi imprese digitali con lo Stato.
Il libro fornisce una prima risposta ‘tradizionale’, che riprende le analisi classiche del rapporto ‘inevitabile’ tra grandi monopoli e stato e le riporta alla breve ma intensa storia della nascita e della veloce crescita delle grandi imprese digitali negli Usa che, pur nella specificità della loro natura, non possono non ripercorrere la stessa strada già percorsa dai grandi monopoli operanti in settori diversi dal digitale.
Eppure, spiega Guarascio, questa risposta non riesce a dare conto di tutto. In particolare, della natura del rapporto peculiare che lega il potere politico alle grandi piattaforme digitali, dell’intensità di questa relazione e della rapidità con cui si manifesta.
Qual è la caratteristica specifica che spiega l’importanza per Trump (e prima per Biden, Obama, Bush e Clinton) del sostegno non solo economico dei grandi monopolisti digitali? E, reciprocamente, l’importanza per le Big Tech di avere il potere politico dalla propria parte?
La risposta al primo interrogativo è lo specifico, enorme potere di condizionamento delle opinioni pubbliche che le piattaforme detengono, potere di vita e di morte per ogni attore politico: il cosiddetto “platform power”.
La risposta al secondo è la necessità, che solo il potere politico può garantire, che il potere delle piattaforme venga protetto da qualsiasi tentativo di regolamentazione economica o amministrativa.
Le piattaforme digitali sono dispositivi direttamente politici, detengono ed esercitano esse stesse potere politico. Ed hanno bisogno del potere dello Stato per conservare e rafforzare questa forza. È questo che spiega la convergenza tra il suprematismo bianco di Trump e Vance e l’ideologia futurista della cultura politica dell’anarco-capitalismo della Silicon Valley, la narrazione apologetica dell’intelligenza artificiale come destino irreversibile rispetto al quale non ci si chiede quali regole siano più giuste, ma solo quanto siano dannose le poche regole esistenti.
Ma c’è di più. Già da alcuni anni il modello di business tradizionale delle grandi piattaforme digitali estrattive sembra avere raggiunto il culmine. La pandemia, con il digital shift che ne era derivato, era stata una iniezione imprevista di domanda che ne aveva solo ritardato l’evidenza. Le enormi quantità di dati finora accumulati erano e sono un patrimonio in attesa di nuove opportunità di valorizzazione.
Da questo asset straordinario, e dalla opportunità della enorme crescita di capacità di calcolo a basso costo, derivano gli investimenti e l’accelerazione del rilascio al largo pubblico di chatbot basati sull’intelligenza artificiale.
Serve avviare un nuovo ciclo espansivo dell’industria digitale, ma non si vede ancora un modello di business che renda profittevoli gli enormi investimenti nella realizzazione di sistemi di intelligenza artificiale. In un recente articolo Daron Acemoglou (premio Nobel per l’economia) stima infatti l’impatto della AI sul PIL a non più dell’1% di aumento. E molti analisti parlano già di una nuova bolla finanziaria legata alla valutazione delle grandi imprese di AI. E’ in questo contesto che le Big Tech hanno bisogno del sostegno pubblico per i loro giganteschi piani di investimento e che le grandi commesse pubbliche diventano sempre più importanti per i loro conti economici.
E tra queste le più significative sono quelle legate alla produzione militare.
Il rapporto tra industria digitale e apparato militare è il secondo centro di interesse di “Imperialismo digitale”, e il capitolo intitolato “Digitalizzazione della guerra e militarizzazione del digitale” è l’architrave di tutto il libro.
Quando e perché “le Big Tech vanno in guerra?” Come e perché l’enorme apparato militare Usa, fino a inizio del nuovo secolo dominato esclusivamente da grandi imprese produttrici di navi, aerei e veicoli, si rivolge sempre di più alle imprese digitali?
Per capirlo bisogna comprendere come cambia la natura stessa della guerra dopo l’11 settembre, quando, dieci anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Usa scoprono che il nemico è diverso; e nelle guerre in Iraq ed Afganistan verificano l’inadeguatezza della propria dotazione militare in conflitti in cui diminuisce la separazione tra contesto militare e civile e le attività di intelligence acquistano una rilevanza fondamentale.
È in questo processo di riconversione che si inseriscono le grandi imprese digitali in un processo di avvicinamento all’apparato militare che acquista velocità e si manifesta compiutamente a partire dagli anni venti.
Questo percorso vede tra i principali promotori Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Alphabet, ed oggi consigliere della Casa Bianca per lo sviluppo della AI. Schmidt contribuisce a consolidare la consapevolezza che le stesse tecnologie di profilazione e predizione che sono alla base della crescita delle grandi piattaforme, e che hanno consentito di ‘mettere al lavoro’ le enormi quantità di dati estratte dalla vita sociale dei loro utenti, possono essere utilizzate proficuamente in ambito militare.
Non solo per le attività di intelligence, ma anche direttamente a supporto di sistemi d’arma sempre più ‘autonomi’, cioè non necessariamente vincolati al controllo umano.
Abbiamo qui l’inversione del significato del “dual use”. Con questo termine infatti si indica tradizionalmente l’effetto potenziale socialmente utile di innovazioni tecnologiche nate in ambito militare, che si sono poi rivelate utili in ambito civile. Si tratta di un’argomentazione spesso utilizzata per giustificare il coinvolgimento di centri di ricerca universitari in attività di ricerca militari.
Qui il rapporto si inverte, e sono le tecnologie ideate e sviluppate in ambito civile, le stesse che hanno consentito la nascita e l’affermarsi dei grandi monopoli digitali, a mostrare la loro straordinaria utilità in ambito militare.
Il rapporto con l’apparato statale diventa quindi per le big tech un rapporto diretto con le commesse militari, con i centri di ricerca legati al Dipartimento della Difesa. Cresce rapidamente il valore economico di questa relazione e quello militare diventa uno degli sbocchi principali della produzione digitale. In particolare per ciò che riguarda i sistemi di intelligenza artificiale che vedono proprio in questo mercato uno dei ritorni possibili dei grandi investimenti effettuati.
La digitalizzazione della guerra e la corrispondente militarizzazione del digitale diventa quindi l’esito attuale più evidente e rilevante della ‘rivoluzione digitale’, e consente di rileggere all’indietro, tenendo conto di questo esito, l’intera storia dell’affermarsi dei grandi monopoli digitali, e dello straordinario potere che oggi detengono.
Le conclusioni del libro, come il suo titolo, derivano da questa rilettura e ripropongono, come chiave interpretativa, il rapporto tra grandi monopoli e stati nazionali che all’inizio del secolo scorso determinò l’interruzione del processo di globalizzazione, la riconversione militare dell’apparato produttivo e l’avvio delle due guerre che hanno funestato la prima metà del secolo.
Ma non ci si limita a questa interpretazione.
Al termine delle conclusioni compare un paragrafo, l’ultimo del libro, intitolato ‘il conflitto sociale ai tempi del complesso militare-digitale’.
In esso si descrivono alcune forme di resistenza che si sono manifestate all’interno delle grandi imprese digitali, in qualche caso anche nei luoghi nevralgici delle ricerca e sviluppo dove lavorano i migliori ingegni informatici. Conflitti generati non tanto dalle condizioni di lavoro, ma dal rifiuto della finalizzazione a scopi militari della propria competenza, intelligenza e creatività. Conflitti simbolicamente significativi, che meriterebbero maggiore attenzione, ma che tuttavia difficilmente riusciranno a frenare la deriva militare della produzione digitale.
Per riuscirci occorre tornare all’inversione di senso del concetto di ‘dual use’ che, come abbiamo visto, descrive attualmente il trasferimento in ambito militare di tecnologie inizialmente destinate ad essere utilizzate in ambito civile. Le stesse che oggi consentono il funzionamento ed i profitti delle grandi piattaforme utilizzate da miliardi di utenti in tutto il mondo. Le stesse che vengono impiegate in pratiche di sorveglianza di massa sempre più estese. Occorre riconoscere questa ‘impronta’ militare nei dispositivi che così inconsapevolmente usiamo ogni giorno e, a partire da questa consapevolezza, trasferire su di essi, sul loro funzionamento, la stessa avversione che oggi ognuna e ognuno prova nei confronti della guerra e delle politiche di riarmo. Occorre avere piena consapevolezza dei pervasivi sistemi di sorveglianza che possono riguardare tutti gli aspetti della nostra vita. E soprattutto non dimenticare che quando conferiamo i nostri dati alle Big Tech, rendendo più efficiente il funzionamento dei loro algoritmi, stiamo indirettamente contribuendo a migliorare dispositivi tecnologici militari il cui scopo è l’eliminazione di vite umane, e il cui uso contribuisce significativamente al rischio di escalation militare.
“Spesso non si hanno (o si pensa di non avere) alternative. Ma la consapevolezza può aiutare a individuarne laddove non sembrava che ce ne fossero.”
Con queste parole Guarascio conclude il suo libro. Sembrano essere, così speriamo, l’intenzione di un futuro, necessario programma di ricerca.