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Finanza

Può il “mito dell’abbondanza” salvare la democrazia americana?

Una tipica, numerosa famiglia americana riunita per pranzo. Un gigantesco tacchino arrosto che sta per essere appoggiato sulla tavola da una nonna dall’aspetto premuroso e bonario. Il tutto irradiato da un’atmosfera di festosa prosperità, di spensierata opulenza. Così si compone una delle immagini più potenti e iconiche del “sogno americano” del dopoguerra. In verità, il famoso olio su tela di Norman Rockwell fu concepito in un tempo di sacrifici e privazioni. Non nel dopo-guerra, ma durante la guerra. Il suo titolo originale è Freedom from Want (liberà dal bisogno, o dalla miseria). Rappresenta una delle quattro libertà fondamentali declamate dal presidente Franklin Delano Roosevelt in un celebre discorso del 1941. Insieme alla libertà dal bisogno, c’erano la libertà di parola, la libertà di culto e la libertà dalla paura. Con Freedom from Want Rockwell non voleva ritrarre una realtà storica, ma evocare un ideale, un obiettivo, un traguardo. Era l’ideale del New Deal, il “nuovo patto” che aveva combattuto la grande depressione degli Anni Trenta e gettato le basi di una radicale trasformazione dell’economia e la società statunitensi.

La promessa dell’abbondanza, di un’abbondanza universale, diffusa, “democratica”, è stata un mito fondativo dei movimenti progressisti ad ogni latitudine. Più di un secolo prima del discorso di Roosevelt, e del quadro di Rockwell, il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels celebrava il ruolo rivoluzionario della borghesia per aver “creato delle forze produttive il cui numero e la cui importanza superano quanto mai avessero fatto tutte insieme le generazioni passate”. Compito del movimento dei lavoratori non era quello di distruggere le capacità produttive create dal capitalismo, ma di liberarle da rapporti di proprietà “diventati troppo angusti per contenere le ricchezze da esse prodotte”.

In un provocatorio ed intelligente saggio pubblicato recentemente da Profile Books – Abundance. How to Build a Better Future (Abbondanza. Come Costruire un Futuro Migliore) – due intellettuali americani, Ezra Klein e Derek Thomson, puntano il dito contro l’abbandono da parte dei progressisti del loro paese del “mito dell’abbondanza”. Questo ideale sarebbe stato messo da parte quando si è cominciato a fare i conti con le patologie della “società del benessere”, con la denuncia delle sue distorsioni materiali e spirituali: dal consumismo alla distruzione dell’ambiente. Non erano fantasmi ideologici. Si trattava, si tratta, di problemi reali, drammatici. La tesi di Klein e Thompson è però che sia venuto il tempo di esaminare i casi in cui si è scivolati in una overreaction (reazione eccessiva), in cui le soluzioni concepite in passato sono diventate ostacoli alla risoluzione delle questioni del presente. Questioni che stanno a cuore innanzitutto ai liberal (ovvero ai progressisti, alla sinistra, nel tipico vocabolario politico americano utilizzato dagli autori).

Cosa significa concretamente tutto ciò in termini di agenda politica? Fra gli esempi presentati dal libro c’è quello dell’emergenza del cambiamento climatico. Attualmente circa il 60% dell’elettricità consumata negli Usa è generata da combustibili fossili, pur con significative differenze di proporzioni da Stato a Stato: se in Wyoming il 71% dell’elettricità è ancora prodotta dal carbone, in South Dakota la percentuale derivante da fonti rinnovabili ha raggiunto l’84%; in Florida, il Sunshine State, l’energia solare ammonta solo al 6% del totale. Portare quel 60% complessivo a zero implicherebbe un investimento senza precedenti in infrastrutture per la produzione di energie rinnovabili. Tenendo inoltre conto delle esigenze di “elettrificazione” di dispositivi attualmente alimentati da combustibili fossili (dalle automobili ai riscaldamenti domestici), dunque considerando anche le proiezioni di crescita del fabbisogno, l’investimento dovrebbe essere ancora maggiore. Gli autori cercano di dare un’idea degli ordini di grandezze in ballo attingendo al rapporto NET-Zero America prodotto nel 2021 da un gruppo di ricerca della Princeton University. Fra i vari percorsi di decarbonizzazione ipotizzati ce n’è uno che prevede il 98% di elettricità prodotta da fonti rinnovabili entro il 2050. Questo scenario richiederebbe l’installazione di nuovi pannelli solari e pale eoliche su una superficie complessiva di circa 267 milioni di acri (circa 1,08 milioni di km², di cui 250 milioni per l’energia eolica e 17 milioni per quella solare). I parchi eolici onshore occuperebbero una superficie pari alla somma dei territori di Arkansas, Iowa, Kansas, Missouri, Nebraska e Oklahoma. I maggiori vincoli che si frapporrebbero a una impresa del genere non sarebbero né economici, né strettamente ingegneristici. Sarebbero principalmente “regolamentari”. E rimandano al potere di veto da parte di comunità, associazioni, gruppi di interesse, agenzie di controllo e rendicontazione, di molteplici e talvolta sovrapposti livelli di amministrazione e governo. È una barriera che è stata eretta, a partire proprio dagli anni Settanta, con la lodevole intenzione di limitare tanto l’iniziativa di soggetti privati, quanto quella del governo federale e delle istituzioni pubbliche, a tutela dell’integrità tanto dell’ambiente naturale, che degli insediamenti urbani “tradizionali”. Ma che oggi costituisce un ostacolo quasi insormontabile per i ciclopici progetti infrastrutturali legati alla transizione green.

È una questione di scala, ma è anche una questione di tempi, che non dipendono dalla sola volontà politica di chi si trova a esercitare compiti di governo. L’amministrazione Biden ha approvato misure estremamente ambiziose per la riconversione industriale ed energetica, e la lotta al cambiamento climatico. Non ne ha raccolto tuttavia i potenziali frutti in termini di consenso politico. L’Infrastructure Investment and Jobs Act è diventato legge nel novembre del 2021. Prevedeva una dotazione di 7,5 miliardi di dollari per la costruzione di 500,000 stazioni di ricarica per auto elettriche. Nel marzo del 2024, a più di due anni dall’approvazione della normativa, solo 7 nuove stazioni erano in funzione.

La “difficoltà di costruire” è, secondo gli autori, anche alla base dell’emergenza abitativa e della piaga del vagabondaggio così diffuse in molti territori statunitensi. Se negli anni Settanta si è costruito troppo e troppo disordinatamente, oggi il problema appare rovesciato. Nella democraticissima California, culla del progressismo USA, risiede il 12% degli americani, ma il 30% dei senza tetto e il 50% della popolazione senza tetto che non può fare affidamento su alcuna struttura o alloggio temporanei. Le cause sono molteplici, ma gioca un ruolo fondamentale la strozzatura dal lato dell’offerta di abitazioni. Vincoli stringenti nei piani regolatori per le aree residenziali, limitazioni sul numero di piani e le dimensioni degli alloggi, obblighi in termini di spazi di parcheggio, richieste di adempimenti strutturali e burocratici sempre più onerosi per gli standard di sicurezza, sono spesso nati con l’intento di promuovere uno sviluppo cittadino armonico e preservare il decoro urbano e la salubrità degli ambienti. Di fatto, sono diventati spesso gli strumenti con cui le famiglie ad alto reddito – quasi sempre bianche – hanno impedito che i loro quartieri – e le scuole dei loro figli – fossero “colonizzati” da famiglie a basso reddito, minoranze etniche, immigrati. Oggi il prezzo mediano delle case è 1 milione di dollari a Los Angeles, 1.3 milioni a San Francisco.

Ecco così spiegato il paradosso dell’abbondanza (o della scarsità) dell’America contemporanea, dove a una grande diffusione e ricchezza di “beni voluttuari privati” corrisponde una sorprendente carenza di “beni pubblici” (trasporti, servizi sanitari, istruzione di qualità, energia pulita e a basso costo) e beni “privati essenziali” (abitazioni).

Secondo Klein e Thompson, solo un deciso intervento dell’autorità pubblica – capace di operare con efficacia, rapidità e forza – potrebbe contribuire ad un maggiore equilibrio fra i due poli del paradosso.

Non tutti gli argomenti presentati dagli autori sono parimenti convincenti. Il vivacissimo dibattito che ha suscitato in Usa è segno, tuttavia, che la lettura stimola interrogativi appassionanti. A me ne ha suscitato uno in particolare: in un passaggio storico in cui è sempre più evidente il pericolo di una deriva autoritaria negli Stati Uniti di Trump, non è se mai l’eccessiva forza del potere esecutivo che dovremmo temere, anziché la sua eccessiva debolezza?

La tesi di Klein e Thompson non può che reggersi su una implicita distinzione fra dispositivi e istituti a salvaguardia dell’assetto democratico e liberale del sistema di governo, e meccanismi di funzionamento dell’azione amministrativa in senso stretto. Accanto a questa distinzione c’è la dimensione simbolica oltre che programmatica del messaggio degli autori: una sinistra che inneggia alle virtù dell’autosacrificio e alla mistica della decrescita è destinata a sicura sconfitta nei confronti delle forze della destra populista. Volendo semplificare in maniera molto brutale: è difficile recuperare il voto di un operaio della rust belt se cerchi continuamente di farlo sentire in colpa perché si mangia un hamburger, ricordandogli che servono “1800 galloni di acqua per produrre una singola libra di manzo”. Come è difficile contrastare il sistematico smantellamento delle istituzioni pubbliche preposte alla promozione della ricerca scientifica, all’amministrazione del welfare e alla tutela dell’ambiente, senza una diffusa e acuta percezione della loro vitale, quotidiana utilità. La via d’uscita che Klein e Thomson indicano poggia in parte su un caparbio ottimismo verso la “soluzione tecnologica” che alcuni dei più urgenti problemi della società contemporanea possono trovare in un futuro relativamente prossimo. Ma fa soprattutto appello ad una ineludibile riforma del funzionamento dello Stato di cui sono i liberal devono farsi carico.

Può la democrazia americana essere salvata dal ritorno del mito rooseveltiano dell’“abbondanza”? Forse non è davvero questo il tema più interessante del libro. Bensì la riflessione sotterranea su come le soluzioni elaborate da una generazione per i propri problemi finiscano spesso per trasformarsi nei problemi lasciati in eredità alla generazione successiva. E allora il vero compito dei liberal – e dei liberali, nel senso più ampio del termine – è quello di una ricerca incessante e antidogmatica di equilibri sempre mutevoli e provvisori. È questo spirito nemico di ogni conformismo, di ogni acritica e disonesta mitizzazione del passato (Make America Great Again!), che può forse rappresentare il vero baluardo della democrazia americana contro l’autoritarismo.