Finanza

L’innovazione come fenomeno di massa: il contributo di Edmund Phelps

La scomparsa, il 15 maggio 2026, di Edmund Phelps segna la perdita di una delle figure più influenti della macroeconomia contemporanea. Formatosi presso la Yale University e successivamente docente alla Columbia University, Phelps ha contribuito in modo decisivo all’evoluzione della teoria macroeconomica del secondo dopoguerra, in particolare attraverso gli studi sulle aspettative inflazionistiche, sul tasso naturale di disoccupazione e sugli scambi intertemporali nella politica economica. Di particolare importanza, è la sua analisi dei trade-off intertemporali delle decisioni: gli effetti di queste ultime sarebbero diversi nel breve e nel lungo periodo, il che fa sì che molte politiche economiche comportino uno scambio tra benefici immediati e conseguenze future. La sua “analysis of intertemporal trade-offs in macroeconomic policy – come indicato nelle motivazioni del Premio – gli valsero il Nobel per l’economia nel 2006.  L’elaborazione teorica di Phelps si colloca nel quadro della critica alla tradizionale interpretazione della curva di Phillips. Già negli anni ‘60, egli sostenne che il trade-off tra l’inflazione e la disoccupazione fosse soltanto temporaneo, poiché gli agenti economici tendono progressivamente ad adattare le proprie aspettative. Ne derivava l’impossibilità, nel lungo periodo, di mantenere livelli di occupazione superiori al tasso “naturale” attraverso politiche monetarie espansive o politiche fiscali espansive sostenute da una politica monetaria accomodante. Questa tesi, già sostenuta da M. Friedman (“The role of monetary policy”, American Economic Review, 1968), pur con alcune differenze (in particolar modo, Friedman è spesso associato alla critica della curva di Phillips, mentre Phelps è associato alla fondazione teorica intertemporale e microeconomica di quella stessa critica), ha esercitato un’influenza fondamentale sulla successiva evoluzione delle moderne strategie di politica monetaria e fiscale nonché sull’affermazione dei modelli macroeconomici fondati sulle aspettative.  

Nella seconda parte della sua carriera, Phelps ha indirizzato la sua ricerca verso l’analisi del rapporto tra innovazione, cultura economica e dinamismo capitalistico, Malgrado le apparenze non vi è  discontinuità tra i lavori degli anni ’60 e i temi – riguardanti prevalentemente l’innovazione, la creatività, il dinamismo economico e la realizzazione individuale –  sviluppati in Mass Flourishing: How Grassroots Innovation Created Jobs, Challenge and Change (Princeton University Press, 2013): il filo conduttore profondo è l’attenzione per i processi dinamici e per le  aspettative degli individui nel tempo. Questo filo conduttore emerge con estrema chiarezza in una serie di ricordi personali e vivaci dibattiti teorici che hanno accompagnato la sua lunga esistenza volta a comprendere le forze profonde che determinano la prosperità e lo sviluppo umano nelle economie moderne e che sono stati raccolti in una sua recente pubblicazione (I miei viaggi nella teoria economica, 2024, Feltrinelli Librerie). Memorabile rimane, inoltre, la “Lectio magistralis” tenuta alla Camera dei deputati il 2 febbraio del 2011, intitolata L’esigenza di una Banca per l’innovazione  che anticipa molte delle tesi contenute nel libro del 2013. L’idea di fondo della Lezione è che il problema principale dell’Italia non sia la mancanza di risparmio o di talento, ma la scarsità di innovazione diffusa nell’economia. Ma gli spunti interessanti sono molti: l’innovazione è il motore della prosperità; una buona economia nasce dalla creazione e dall’adozione di nuove idee, che aumentano non solo la produttività ma anche la soddisfazione e il coinvolgimento dei lavoratori; l’Italia possiede il potenziale culturale per un nuovo Rinascimento economico, ma ha bisogno di Istituzioni più adatte a sostenere l’iniziativa imprenditoriale, la creatività e la sperimentazione; il sistema finanziario tradizionale finanzia con difficoltà l’innovazione radicale, perché i progetti innovativi sono rischiosi, privi di garanzie e spesso incompatibili con i criteri ordinari del credito bancario. Di particolare interesse, tra i suggerimenti di policy, l’istituzione di una “Banca nazionale dell’innovazione”, sostenuta inizialmente dal settore pubblico ma capace di mobilitare capitali privati, con competenze specifiche nella selezione e nel finanziamento di progetti innovativi. 

Tornando alla continuità tra le due linee di ricerca, nella critica alla curva di Phillips, Phelps rifiuta l’idea che si possa descrivere l’economia attraverso relazioni statiche. Le persone, infatti, osservano ciò che accade, formano aspettative, modificano il loro comportamento e, quindi, una politica che funziona oggi può non funzionare domani. L’economia è in continua evoluzione. Lo stesso principio riappare in Mass Flourishing: Phelps sostiene che la prosperità di un Paese non deriva semplicemente dall’accumulazione di capitale o dall’efficienza allocativa, ma dalla continua capacità delle persone di immaginare nuove idee, sperimentare, innovare, adattarsi. Ancora: nei modelli degli anni ’60 gli individui guardano al futuro quando formano aspettative sull’inflazione mentre in Mass Flourishing, gli individui guardano al futuro quando investono, creano imprese, sviluppano nuove tecnologie, cambiano professione. In entrambi i casi il comportamento economico dipende dalle aspettative sul futuro. In sintesi, la differenza è che, nella prima fase della ricerca, Phelps studia soprattutto le aspettative riguardo ai prezzi e ai salari; nella seconda, analizza le aspettative sulle opportunità di innovazione e di realizzazione personale. 

La teoria delle aspettative e del trade-off inflazione-disoccupazione spiega perché le politiche macroeconomiche di breve periodo non possono modificare stabilmente i risultati economici. Mass Flourishing cerca invece di spiegare quali forze profonde e di lungo periodo – innovazione diffusa, Istituzioni inclusive, cultura del dinamismo – determinano la vera prosperità di una società. In questo senso, Mass Flourishing rappresenta un’estensione della stessa idea che gli individui guardino al futuro, apprendano, innovino e reagiscano agli incentivi nel corso del tempo. In questo lavoro, in particolar modo, egli propone una teoria dello sviluppo fondata sulla diffusione sociale della creatività economica. 

La crescita di lungo periodo viene interpretata non esclusivamente come il risultato dell’accumulazione di capitale e del progresso tecnologico, bensì come espressione di una cultura economica orientata all’iniziativa individuale e al rischio, alla sperimentazione e all’innovazione decentralizzata. Secondo Phelps, le economie occidentali che tra il XIX e il XX secolo hanno sperimentato elevati tassi di crescita e trasformazione strutturale erano caratterizzate da ciò che egli definisce Mass Flourishing, ossia una Fioritura di Massa fondata sulla partecipazione diffusa ai processi innovativi. L’innovazione veniva, quindi, considerata non una prerogativa esclusiva delle élite imprenditoriali o scientifiche, ma un fenomeno sociale esteso, alimentato dalla possibilità per individui ordinari di sperimentare, assumere rischi, avviare nuove attività e migliorare la propria condizione economica e professionale. In questa prospettiva, il dinamismo capitalistico dipende essenzialmente dalla presenza di Istituzioni e valori culturali favorevoli all’autonomia individuale, alla mobilità sociale e alla valorizzazione degli “animal spirits” imprenditoriali. 

I fattori istituzionali e culturali, come drivers fondamentali di crescita, sono stati analizzati e approfonditi anche da altri economisti; in particolar modo J. Mokyr (A Culture of Growth: The Origins of the Modern Economy, Princeton University Press, 2016,) attribuisce un ruolo centrale alla produzione e alla diffusione della conoscenza. Secondo Mokyr, la crescita moderna nasce quando in Europa si sviluppano Istituzioni che favoriscono la circolazione delle idee, il dibattito scientifico, la libertà intellettuale, la cooperazione tra studiosi. Particolarmente importante è, secondo Mokyr, quella che chiama la <<Repubblica delle Lettere>>, una rete transnazionale di studiosi che scambiavano conoscenze e innovazioni. 

D.M. McCloskey (Bourgeois Equality: How Ideas, Not capital or Institutions, Enriched the World, The University of Chicago Press, 2016) sostiene che la crescita moderna (<<Il grande arricchimento>>) nasce quando gli individui, liberi di sperimentare e intraprendere, le attività artigianali e mercantili, riscontrano un apprezzamento sociale e l’innovazione viene incoraggiata.  Cruciale in questo scenario è il ruolo degli <<imprenditori culturali>> che, nell’Europa nord-occidentale tra il XIV e il XVIII secolo, sono diventati agenti di un profondo cambiamento culturale. L’importanza delle Istituzioni per la crescita, più della geografia e della cultura, è sviluppata in molti lavori di D. Acemoglu, ed in particolare in Institutions as the Fundamental Cause of Long – Run Growth (NBER, May 2004) scritto assieme a S. Johnson e J.Robinson. 

Phelps si è soffermato anche sui fattori che invece di favorirla possono contrastare la crescita; si tratta di elevati livelli di corporativismo, di una diffusa burocratizzazione e della protezione delle rendite. In tali contesti, la prevalenza di assetti istituzionali orientati alla conservazione tende a comprimere gli incentivi all’innovazione, a ridurre la concorrenza dinamica e a limitare la soddisfazione individuale derivante dall’attività lavorativa. Da ciò emerge anche che il benessere economico è concepito in termini multidimensionali, non sono importanti solo il reddito e il consumo, ma anche l’autonomia, l’autorealizzazione e la partecipazione creativa alla vita economica. 

Phelps ha avuto rapporti intensi e continuativi con l’Italia. Negli anni ottanta ha trascorso parte del suo periodo sabbatico presso la Banca d’Italia, approfondendo i temi della disoccupazione strutturale e delle rigidità delle economie europee. Il legame più forte è stato con l’Università di Tor Vergata.  Nelle riflessioni di Phelps, l’Italia rappresentava un caso paradigmatico di progressiva perdita di dinamismo innovativo “indigeno”, ossia della capacità diffusa di generare innovazione, creare nuove imprese e sostenere processi di mobilità economica e sociale. Il rallentamento dell’economia italiana veniva interpretato non soltanto come la conseguenza di fattori macroeconomici contingenti, ma soprattutto come espressione di limiti strutturali e culturali attribuibili prevalentemente a una eccessiva protezione delle rendite, a uno scarso grado di concorrenza, alla persistenza di assetti corporativi e a un’insufficiente valorizzazione dell’iniziativa individuale. 

Questa impostazione teorica appare coerente con alcune recenti interpretazioni storiche dello sviluppo economico italiano, in particolare con l’analisi di N. Rossi (Un miracolo non fa il santo, IBLLibri,2024) secondo cui  il miracolo economico italiano del periodo 1947-1964 rappresenterebbe una fase storicamente eccezionale, nella quale si crearono condizioni istituzionali, culturali e sociali favorevoli alla diffusione dell’iniziativa economica individuale; una stagione di innovazione “dal basso à la Phelps“, caratterizzata da distruzione creatrice. Durante questo periodo, il processo di crescita sarebbe stato sostenuto da un’elevata mobilità geografica e settoriale, da un forte dinamismo imprenditoriale, da una diffusa disponibilità al rischio e alla sperimentazione, dall’impegno nell’affrontare nuove sfide, da un diverso “sentire” di molti italiani, disponibili a lasciare il luogo di origine o di residenza per sperimentare nuove situazioni, per affrontare e risolvere nuovi problemi, per seguire le proprie intuizioni e aspirazioni. 

Un miracolo non fa il santo può, quindi, essere letto come una verifica storica dell’ipotesi centrale di Mass Flourishing: la crescita sostenibile non nasce dalla protezione dell’esistente, ma dalla libertà di innovare, competere e sperimentare su larga scala. Quando invece prevalgono logiche di stabilizzazione, la protezione degli interessi acquisiti, la riduzione del rischio competitivo, la mancanza di un <<Progetto-Paese>> accompagnato da un immobilismo decisionale che ha sempre caratterizzato l’operato dei vari Governi indipendentemente dal loro colore politico (V. De Romanis, L’economia della paura Perché conservando si arretra, Frecce Mondadori, 2026), il dinamismo innovativo tende progressivamente a esaurirsi. 

In sintesi, la stagnazione economica del nostro Paese non rappresenterebbe, quindi, soltanto un problema di insufficienza degli investimenti e dei consumi o di inefficienza delle politiche macroeconomiche, ma anche il riflesso di un indebolimento dei valori culturali e istituzionali che sostengono l’iniziativa individuale e la capacità collettiva di innovare.