Finanza

Che cosa non torna quando parliamo di classi sociali? Ultraricchi, precari, ceto medio “extra-large” e il problema dello sfruttamento oggi

Chi si occupa di élite economiche e disuguaglianze, come chi scrive, raramente si interroga su come parlare oggi di classi sociali. Eppure il ritorno della parola “classe” nel dibattito italiano segnala un’esigenza teorica e politica che non può essere elusa. Ultraricchi, precari, ceto medio: le categorie circolano, ma spesso restano descrittive e ambigue.

È preparando un intervento per un seminario della Fondazione Feltrinelli dedicato alle classi sociali – e in particolare ai ricchi – che questa domanda mi si è imposta con maggiore urgenza. Il problema non è stabilire se le classi esistano ancora, né semplicemente misurare quanto siano cresciute le disuguaglianze. Il punto è un altro: manca oggi una teoria condivisa dello sfruttamento capace di spiegare attraverso quali meccanismi viene prodotto e appropriato il valore nell’epoca della finanziarizzazione e della crescente centralità della rendita. Senza questo cantiere aperto, la categoria di classe rischia di restare evocativa o puramente descrittiva, ma teoricamente indebolita.

Marx e Weber li avevo studiati. Ma non era chiaro quali tradizioni teoriche sostenessero questo ritorno. Che cosa significa, oggi, parlare di classe sociale? In che modo ultraricchi, precari e un ceto medio sempre più esteso e frastagliato rientrano in quella categoria?

Tra i recenti lavori che hanno riaperto in Italia il dibattito sulle classi sociali meritano attenzione almeno due contributi di economisti. Nel 2024 Pier Giorgio Ardeni ha pubblicato Le classi sociali in Italia oggi. Nel 2025 Giacomo Gabbuti ha curato Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze, riportando al centro il nodo della ricchezza, delle eredità e dei regimi fiscali, nonché della posizione occupata nel processo produttivo.

Per almeno tre decenni il lessico delle classi è stato marginalizzato: prima dall’individualismo neoliberale – “non esiste la società, ma solo individui e famiglie” – poi dalla retorica della “terza via” e dell’oltrepassamento della lotta di classe. Nel discorso pubblico, “classe” è rimasta come etichetta occasionale o come sinonimo impreciso di ceto. Solo recentemente il termine è riemerso per descrivere disuguaglianze che non sembrano più comprimibili nella narrazione di una società livellata verso il centro.

In questo contesto si inserisce anche il recente lavoro di Maurizio Franzini e Michele Raitano (La disuguaglianza oltre i luoghi comuni, 2026), che hanno mostrato come la disuguaglianza contemporanea venga spesso neutralizzata attraverso una serie di “luoghi comuni”: l’idea che non stia crescendo, che sia necessaria alla crescita economica, che rifletta il merito, o che i veri problemi siano altri. Se la disuguaglianza è narrata come un esito naturale o meritocratico, la categoria di classe perde forza analitica prima ancora che politica. E tuttavia proprio questa opera di neutralizzazione segnala che qualcosa, nella struttura sociale, continua a produrre fratture difficili da ricomporre.

È tornata la parola “classe” ma con quali significati?

Ardeni riprende la tradizione di Sylos Labini e Paci: la classe come articolazione concreta della struttura produttiva, attraverso la composizione del lavoro e le sue segmentazioni. Nei saggi raccolti da Gabbuti, invece, la classe emerge dall’analisi dei regimi fiscali, delle eredità e delle istituzioni che plasmano nel tempo le gerarchie economiche. In una prospettiva marxiana – rilanciata nel dibattito contemporaneo anche da Emiliano Brancaccio (“Non bisogna parlare della lotta di classe, ma farla”, intervista di U. De Giovannangeli, l’Unità, 2023) – la classe è un rapporto strutturale di appropriazione e dipendenza. Il conflitto non è eventuale ma costitutivo: senza sfruttamento, parlare di classe perde senso teorico. Non una posizione nella distribuzione del reddito, ma una relazione antagonistica.

Viene da chiedersi che cosa accade a queste prospettive quando le confrontiamo con figure come gli ultraricchi, i precari e il cosiddetto ceto medio.

Gli ultraricchi non sono soltanto un punto estremo della curva dei redditi. Concentrano patrimoni, controllano infrastrutture finanziarie, influenzano spazi politici e culturali. Se li leggiamo con la lente del conflitto, rappresentano l’apice di una relazione di appropriazione che si è fatta opaca ma forse anche più incisiva. La riproduzione della loro posizione non passa soltanto attraverso patrimoni e rendite, ma anche attraverso ciò che Franzini include nel concetto di “capitale relazionale”: reti familiari, accesso differenziale alle opportunità, circuiti formativi e professionali che rendono la mobilità sociale strutturalmente limitata (Franzini, Disuguaglianze inaccettabili, 2013). In questo senso, la concentrazione della ricchezza non è solo un fenomeno quantitativo, ma un meccanismo di riproduzione di classe.

Anche il precariato mette in crisi le categorie consolidate. Lavoro intermittente, contratti a termine, piattaforme digitali: nuova classe o condizione trasversale? Se l’ultraricchezza è una forma concentrata di appropriazione, la precarietà è la forma diffusa dell’insicurezza che ne costituisce l’altra faccia.

E poi c’è il ceto medio. Nel discorso pubblico sembra indicare quasi tutto ciò che non è né ricco né povero. Ma è una classe in senso sociologico? O è una formula rassicurante? La sua estensione ha avuto anche una funzione simbolica nel discorso pubblico, contribuendo a presentare come omogenee posizioni sociali in realtà molto differenziate.

Di fatto, il ceto medio non è mai stato soltanto una fascia intermedia di reddito. Una parte importante della sociologia italiana ha mostrato come esso sia il prodotto di specifici assetti istituzionali: di un equilibrio tra crescita salariale, organizzazione produttiva, protezione sociale e accesso alla proprietà (Bagnasco, I ceti medi, 2008). L’espansione dei ceti medi nel secondo dopoguerra è stata sostenuta da mercati del lavoro relativamente stabili, da regimi di welfare inclusivi e da una regolazione pubblica capace di tenere insieme produzione e redistribuzione.

La loro attuale instabilità non può dunque essere letta solo come “perdita di status”, ma come trasformazione delle condizioni strutturali che ne avevano reso possibile l’ascesa. In un contesto di compressione salariale, deregolazione del lavoro e crescente centralità della rendita – dinamiche ben documentate anche per il mercato del lavoro italiano negli ultimi decenni (Cetrulo, Sbardella, Virgillito, Il Menabò n. 158, 2021) – il ceto medio tende a frammentarsi: da un lato segmenti ancora patrimonializzati e relativamente protetti; dall’altro porzioni sempre più esposte a dinamiche di precarizzazione e proletarizzazione. Anche la patrimonializzazione diffusa – casa, risparmio, piccoli investimenti – non elimina questa fragilità, ma la rende spesso dipendente dall’andamento dei mercati e dalle condizioni di accesso al credito.

Il ceto medio diventa così un problema teorico e politico insieme. Teorico, perché sfida le categorie tradizionali della stratificazione e rischia di essere ridotto a semplice fascia statistica. Politico, perché può funzionare come dispositivo di neutralizzazione, capace di trasformare differenze materiali profonde in una narrazione di appartenenza comune.

Marx individuava nel plusvalore un meccanismo preciso di estrazione del valore. Oggi quel meccanismo non coincide più con la fabbrica fordista. La finanziarizzazione, la centralità della rendita patrimoniale, il debito e le infrastrutture normative hanno trasformato le modalità di appropriazione. La finanziarizzazione diffonde il calcolo finanziario come criterio di governo dell’economia: nelle imprese, nella regolazione pubblica e sempre più spesso anche nelle infrastrutture della vita quotidiana. In questo quadro, la produzione di valore tende a essere misurata e orientata in funzione della redditività del capitale e del rendimento atteso, più che della crescita dei salari o della capacità produttiva. Come ricostruisce Angelo Salento (in Quaderni di Sociologia, 94, 2024), ciò che distingue la finanziarizzazione nell’epoca neoliberale è, da un lato, la colonizzazione della governance economica e, dall’altro, l’estensione di questa logica alla riproduzione sociale, fino ai settori fondamentali che garantiscono le condizioni materiali della vita collettiva, come li definisce il filone di studi sull’economia fondamentale (Foundational Economy Collective, 2018). In questo slittamento – dall’impresa come organizzazione produttiva all’impresa come portafoglio di attività da valorizzare – si ridefiniscono le modalità contemporanee di appropriazione. Non soltanto nel rapporto salariale, ma attraverso rendita, debito, privatizzazioni e regimi regolativi che spostano potere e risorse verso l’alto.

Il ritorno delle classi nel dibattito pubblico è un segnale importante, ma teoricamente instabile. La questione è capire attraverso quali processi di estrazione e cattura del valore si strutturano oggi le gerarchie sociali e quale teoria dello sfruttamento vi sia sottesa. Se non riapriamo questo cantiere, la categoria di classe rischia di ridursi a una parola evocativa o a una fotografia statistica. È lì, invece, che si decide se le disuguaglianze contemporanee siano un dato da registrare o un rapporto di potere da mettere in discussione.