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Giovani, disagio e giustizia minorile: evidenze empiriche e implicazioni di policy

Negli ultimi anni il tema della devianza giovanile è tornato al centro del dibattito pubblico italiano, spesso attraverso una lente emergenziale. Tuttavia, un’analisi empirica dei dati disponibili suggerisce un quadro più articolato, in cui l’evoluzione dei comportamenti a rischio tra gli adolescenti si intreccia con trasformazioni strutturali di natura socioeconomica e istituzionale. 

Nel decennio 2014-2024, il numero di minorenni e giovani adulti in carico alla giustizia minorile è cresciuto da poco più di 20 mila a oltre 22 mila, superando i 23 mila nel 2025. Si tratta di un aumento che non supporta l’idea di un’esplosione generalizzata della criminalità giovanile, anche perché, come si dirà in seguito, la crescita appare principalmente trainata da un aumento della durata media dei periodi di detenzione, connesso a una variazione qualitativa del tipo dei reati di cui i minori vengono accusati e a modifiche del sistema sanzionatorio. Ancora più significativo è che, negli ultimi venti anni, le segnalazioni dell’autorità giudiziaria agli Uffici di Servizio Sociale competenti risultino in diminuzione, salvo una ripresa nel periodo post-pandemico.

Il cambiamento più rilevante emerge piuttosto nella qualità dei comportamenti. In particolare, aumentano in modo marcato le denunce dell’autorità di pubblica sicurezza per reati violenti o ad alta visibilità sociale: il numero di minorenni denunciati o arrestati per porto abusivo di armi passa da 690 nel 2014 a quasi 2.000 nel 2024; le risse crescono di oltre il 130% nello stesso arco temporale; le rapine raddoppiano dal 2019 al 2024 (da 1973 a 3968). Tuttavia, come racconto nel libro “Dentro le mura: viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso”, le denunce rappresentano solo  l’atto di avvio delle indagini ed è interessante notare come nel 2024, ad esempio, parlando del numero totale di provvedimenti a seguito delle indagini per reati commessi da minorenni, per più di una denuncia su due ci sia stata una richiesta di archiviazione da parte della Procura minorile competente, che evidentemente per diversi motivi non ha ravvisato gli estremi per proseguire il procedimento.

La gestione del disagio giovanile con strumenti di controllo. A partire dal 2017, con l’introduzione del Daspo urbano, il sistema ha progressivamente ampliato il ricorso a strumenti amministrativi di prevenzione. Oggi tali misure possono essere applicate anche ai minori a partire dai 14 anni e prevedono l’allontanamento da spazi pubblici (scuole, stazioni, aree urbane sensibili) e il divieto di accesso a porzioni di territorio urbano anche in assenza di una condanna definitiva. Con i provvedimenti più recenti, queste possibilità sono state ulteriormente estese: i prefetti possono individuare “zone rosse” e disporre allontanamenti anche sulla base di semplici segnalazioni per persone “insistentemente moleste”. E’ stata poi ampliata la portata dell’ammonimento, inizialmente previsto solo per lo stalking e il cyberbullismo, ed è stata anticipata la possibilità di comminarlo alla fascia dei 12-14enni. 

Questa evoluzione segna un passaggio importante: il controllo si sposta a monte del reato, sulla base della pericolosità presunta. Il rischio, evidenziato da diverse analisi, è quello di produrre effetti di stigmatizzazione e criminalizzazione, soprattutto per i giovani con un background socioeconomico più fragile, innescando un possibile circolo di profezia che si autoavvera.

Istituti penali minorili: più permanenza, più pressione. L’altro versante cruciale è quello del sistema penitenziario minorile. I dati mostrano un cambiamento significativo: gli ingressi negli istituti penali per minorenni nel 2025 (circa 1.700) non sono molto superiori rispetto al passato, ma le presenze medie giornaliere sono cresciute in modo netto, passando da 365 nel 2014 a 588 nel 2025. Questo significa che i ragazzi restano più a lungo in carcere, determinando una pressione crescente sulle strutture e sul sistema nel suo complesso, che non riesce a garantire percorsi dal dentro al fuori per i giovani detenuti. Il sistema complessivamente si avvicina alla saturazione e, a fine 2025, in alcuni istituti si registravano livelli elevati di sovraffollamento: a Firenze l’indice supera 170, a Milano è di 148. Su 568 detenuti a fine 2025, 173 erano in attesa di primo giudizio, poco meno di uno su tre. I minori tunisini e marocchini, spesso arrivati in Italia da soli, rappresentano oltre un quinto delle persone ristrette, ma sono solo l’8,5% dei minori e giovani adulti in conflitto con la legge, evidenziando un problema di limitato accesso alle misure alternative alla detenzione.

Molti ragazzi intervistati per il libro descrivono il carcere come un’esperienza ambivalente. Se da un lato può rappresentare una pausa forzata da cui ripartire, dall’altro rischia di rafforzare le traiettorie di marginalità. «Il carcere nel 90% dei casi brucia ancora di più», afferma uno di loro. Quello che dice non va interpretato come un dato aneddotico, ma come un indicatore qualitativo di un problema strutturale: l’insufficiente capacità del sistema di trasformare il momento sanzionatorio in un’opportunità di ricostruzione. Al tempo stesso, quando emergono relazioni significative, l’esito può essere diverso: «Mi hanno dato fiducia… e ho avuto paura di perderla». È in questo scarto tra controllo e relazione che si gioca gran parte dell’efficacia del sistema.

Disagio e disuguaglianze. Le dinamiche relative all’aumento delle denunce per reati di natura violenta si inseriscono in una più ampia crescita del disagio giovanile. Gli accessi al pronto soccorso per disturbi mentali tra minorenni, dopo aver toccato i 74 mila nel 2019, sono tornati ai livelli pre-pandemici dopo il crollo del 2020, quando erano stati circa 38mila. Ma le evidenze più significative sono quelli di natura qualitativa e riguardano le fenomenologie emergenti: autolesionismo, ideazione suicidaria e disturbi alimentari, soprattutto tra le ragazze.

La pandemia ha rappresentato in questo senso una cesura generazionale. «Il Covid ha ucciso la sensibilità nelle relazioni», afferma una giovane, mentre un’altra descrive l’isolamento come una “gabbia”. Il disagio non è solo individuale, ma si radica in un’esperienza collettiva di perdita, discontinuità e incertezza, in una società che ha visto il tramonto dei grandi punti di riferimento che hanno orientato le altre generazioni: tra gli altri il modello di lavoro e progressione di carriera e l’idea della famiglia tradizionale.

Inoltre, una ricerca condotta con Save the Children ha evidenziato come tra i minori in condizioni di svantaggio socioeconomico, il divario tra aspirazioni e aspettative supera i 56 punti percentuali, contro circa 18 punti per i coetanei più favoriti. Questo gap non è solo statistico: si traduce in una percezione concreta di impossibilità di realizzare i propri progetti.

Non sorprende quindi che, nelle storie raccolte, il passaggio al reato sia spesso legato a carenze materiali, ma anche alla mancanza di alternative percepite come credibili. «Ti abitui a uno stile di vita che per te è giusto… perché conosci solo quello», spiega un giovane detenuto.

Conclusioni. L’insieme delle evidenze presentate – quantitative e qualitative – suggerisce che la devianza minorile in Italia non possa essere letta in termini emergenziali. I dati non confermano un’esplosione generalizzata dei reati, ma documentano piuttosto una trasformazione delle forme della devianza, con un aumento della componente violenta e visibile, e una crescente esposizione dei giovani a contesti di fragilità sociale e relazionale.

Allo stesso tempo, si osserva una riconfigurazione delle politiche pubbliche: da un lato, un rafforzamento degli strumenti di sicurezza urbana e di controllo preventivo; dall’altro, un ampliamento del ricorso al carcere minorile. Questa doppia dinamica rischia di indebolire la funzione rieducativa del sistema, spingendolo verso una logica prevalentemente custodiale.

Le implicazioni per le politiche pubbliche sono rilevanti. In primo luogo, appare necessario riequilibrare il sistema, rafforzando il pilastro educativo e sociale della giustizia minorile, oggi sotto pressione a causa della carenza di personale, della riduzione delle opportunità formative e della crescente complessità dei bisogni. In secondo luogo, si impone una riflessione sull’efficacia dei provvedimenti governativi messi in campo negli ultimi anni: cercando di rispondere a una domanda legittima di sicurezza, rischiano invece di produrre effetti controintuitivi, ampliando le aree di esclusione e alimentando processi di criminalizzazione secondaria. La credibilità delle istituzioni invece si costruisce attraverso la capacità di offrire alternative: la vera sfida è quella di ricostruire le condizioni che creano la possibilità di traiettorie di vita diverse. Farlo richiede tempo, investimenti e una visione integrata, ma rappresenta probabilmente l’unica strada per evitare che le “mura” – materiali e simboliche – continuino a riprodursi, consolidando quei circuiti di esclusione che i dati, oggi, rendono sempre più evidenti.