Finanza

Per una nuova impresa a missione pubblica

Per quanto ogni tanto rievocate da cantori neo-liberisti, le politiche di dismissione in blocco delle imprese pubbliche sono morte. Decenni di sperimentazione hanno rivelato che consistevano principalmente nella svendita di patrimonio pubblico ad operatori finanziari, in uno scambio fra rendite politiche per i venditori e rendite finanziarie per i compratori. 

La sepoltura delle privatizzazioni è stata decretata non solo dai tanti casi di esiti insoddisfacenti, ma anche dalla imprevista resilienza delle imprese rimaste a controllo pubblico sia nelle economie più sviluppate che nel capitalismo di Stato cinese. Queste circostanze offrono la base per un passo avanti: il superamento del modello più tradizionale di impresa pubblica e l’evoluzione verso una impresa a missione pubblica, anche sovranazionale, una proposta al centro del mio ultimo libro (“Il Capitale contro lo Stato. L’intelligenza sociale e il futuro della democrazia”, Milano, 2026). 

Se ne è accorto anche l’OCSE. Negli ultimi 20 anni fra le 500 maggiori imprese del mondo per ricavi (lista Fortune), quelle con almeno il 25 per cento di capitale statale sono passate da 34 a 126, con attivi cumulati di 53300 miliardi di dollari, ricavi di 12000 miliardi, capitalizzazione del 12% del valore globale delle società quotate, oltre 21 milioni di dipendenti, profitti per 730 miliardi, con un rendimento sulle vendite del 6%. Benché la Cina conti per due terzi di queste mega-imprese pubbliche, vi è una varietà di contesti: dall’ Arabia Saudita alla Norvegia, dal Brasile all’ Austria, da diversi paesi UE alla Nuova Zelanda, con settori che vanno dall’energia al credito, dalle poste e telecomunicazioni ai trasporti, dalle costruzioni al manifatturiero. Ve ne sono poi centinaia di migliaia su scala minore, ma pur sempre molto vitali, soprattutto nei servizi pubblici locali. 

È schiacciante l’evidenza che il management pubblico può funzionare e che fallimenti ed inefficienze non sono, in definitiva, maggiori che nel settore privato. L’OCSE ha infine concluso che tutto sommato occorre prenderne atto. Invece di insistere sulle privatizzazioni, ora suggerisce le proprie linee guida per una buona amministrazione (“OECD Guidelines on Corporate Governance of State-Owned Enterprises”, Paris 2024), con raccomandazioni spesso ragionevoli, in particolare sulla trasparente definizione degli obiettivi e modi del controllo pubblico. 

Nel nostro paese, pur caratterizzato da una persistente incapacità dei governi di definire le missioni delle partecipate pubbliche, al di là del fare cassa, il quadro mostra una sorprendente resilienza. Un recente rapporto Istat (“Le controllate pubbliche in Italia. Anno 2022”, Roma 2025) fotografa 3592 controllate (quota pubblica oltre il 50%) che producono valore aggiunto per 65 miliardi (esclusi i servizi finanziari) e in totale 8250 partecipate con 893000 addetti. Il peso maggiore lo hanno le molto redditizie imprese del settore energetico, ma anche al netto di queste il prodotto per addetto è di 77000 euro contro 56600 nel settore privato corrispondente, grazie anche alle maggiori dimensioni relative delle partecipate pubbliche. Nell’aggregato delle controllate il costo del lavoro per dipendente è meno della metà del valore aggiunto, lasciando quindi un margine operativo significativo. Questo si riflette poco nel dividendo per lo Stato, circa 4,3 miliardi, soprattutto da Eni, Enel, Poste. Il dividendo è un quinto di quanto proviene da Lotto e Bingo, nonostante le controllate Mef e Cdp valgano quasi un terzo dell’intera capitalizzazione della Borsa italiana. 

Le potenzialità sono grandi come dimostra il caso Poste. Per due terzi in mano pubblica, nel 2025 ha generato oltre 13 miliardi di ricavi, il risultato operativo (EBIT) è stato di 3,2 miliardi, l’utile netto di 2,2 miliardi, operando in quattro settori: servizi finanziari (massa gestita nelle attività finanziarie di 600 miliardi), corrispondenza e pacchi (un milione al giorno), assicurazioni, “postepay” e digitale (15 milioni di utenti della app Poste). 

La missione pubblica per le grandi transizioni. Le sfide che attendono le prossime generazioni non possono essere delegate al capitalismo oligarchico da uno Stato regolatore facilmente catturabile. Cambiamento climatico e transizione energetica, crisi demografica e sanitaria, migrazioni e squilibri geopolitici, disuguaglianza e crisi fiscale richiedono beni pubblici ad alta intensità di conoscenza. Servono soggetti innovativi, imprese a missione pubblica di scala nazionale ed europea che sottraggano i settori strategici agli oligarchi.

Vi sono tre pilastri industriali e tecnologici fondamentali e decine di possibili progetti: 

  • un’infrastruttura biomedica pubblica europea: in alternativa al cartello delle multinazionali di Big Pharma, operando in regime di scienza aperta, rifiutando la logica dei tradizionali brevetti esclusivi, questa impresa focalizzerebbe gli investimenti su aree terapeutiche oggi trascurate dai privati perché commercialmente poco redditizie, o per i quali vengono proposte cure a prezzi inaccettabili: le (tante) malattie “rare”, lo sviluppo di nuovi antibiotici, le patologie neuro-degenerative, le immunoterapie e i nuovi anti-tumorali, ad esempio;
  • piattaforme e Cloud pubblici per l’era digitale: per contrastare lo strapotere di Big Tech, servono infrastrutture per la gestione dei dati e lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale al servizio delle comunità. I dati dei cittadini verrebbero sottratti alla mercificazione algoritmica e gestiti come una risorsa collettiva, mentre l’IA verrebbe orientata a potenziare i servizi essenziali (sanità, istruzione, territorio, amministrazione);
  • beni pubblici per la transizione ecologica con imprese le cui priorità siano la decarbonizzazione, le energie rinnovabili, le nuove tecnologie. Queste imprese possono sostenere investimenti massicci e con tempi di ritorno economico lunghi, incompatibili con le scadenze convulse dei mercati finanziari.

A questi pilastri possono affiancarsi progetti specifici dirompenti nei confronti degli oligopoli, dall’euro digitale, superando le carte di credito, alla logistica dell’e-commerce affidata alle poste pubbliche, dal venture capital per l’economia solidale e l’innovazione sociale all’editoria scolastica digitale aperta e gratuita, dai satelliti per le comunicazioni sicure all’intervento sostenibile sull’abitare nei territori a rischio. La selezione di questi progetti e la formazione di una programmazione a lungo termine dovrebbe avvenire con il coinvolgimento strutturato delle comunità (ne dico più avanti).

Si tratta sia di fare evolvere le imprese pubbliche esistenti che di crearne di nuove, innovando radicalmente rispetto alle partecipate statali del Novecento. Non carrozzoni burocratici ma istituzioni moderne guidate da una governance democratica e aperta che include ricercatori, lavoratori, associazioni di utenti nella co-progettazione delle priorità sociali.

L’intelligenza sociale come modalità di governo. Per «intelligenza sociale» intendo non un’astratta categoria sociologica, ma il motore democratico e istituzionale necessario a rifondare l’intervento pubblico superando il capitalismo oligarchico contemporaneo. Propongo un paradigma, già emergente nell’esperienza di centinaia di infrastrutture di ricerca sul modello del CERN, in cui conoscenza e consenso sociale convergono nella creazione di beni pubblici. 

Il cuore di questa visione risiede nella democratizzazione dei processi produttivi e scientifici:

  • Governo partecipativo: le nuove imprese pubbliche rifiutano modelli burocratici centralizzati e consigli di amministrazione blindati. La gestione viene aperta alla società civile, coinvolgendo ricercatori, associazioni di utenti, lavoratori e comunità locali per garantire un controllo sociale. Questo dovrebbe avvenire in forme strutturate, ad esempio con consigli del lavoro e della cittadinanza (una proposta del Forum Disuguaglianze Diversità); 
  • scienza aperta e saperi condivisi con la liberazione della conoscenza collettiva, contestando radicalmente il regime dei brevetti privati, proponendo la cooperazione internazionale e la condivisione aperta dei risultati scientifici per spezzare gli oligopoli; 
  • priorità industriali definite dalla interazione fra Stato e comunità in forme di conflitto, dialogo, ricomposizione che ridiano un senso alla politica, oggi quasi agonizzante nello svuotamento di senso dei rituali elettorali e amministrativi. 

L’intelligenza sociale è riappropriazione della conoscenza espropriata dagli oligopoli per restituirla a chi la produce come strumento per ridisegnare lo Stato moderno. Questa prospettiva libera i cittadini dalla condanna ad essere consumatori passivi e li rende co-progettisti del futuro. Si fonda sulla ipotesi che le premesse storiche ci siano già, quantomeno in economie avanzate come quelle europee dove lo Stato e il modo di produzione pubblico (incluso il no-profit) hanno raggiunto la soglia che consente una transizione post-capitalista. 

Una base fiscale oltre la tassazione. Sostenere la necessaria espansione del modo di produzione pubblico solo con un aumento della tassazione è impensabile. Studi del FMI, OCSE, CE e di ricercatori indipendenti stimano che da qui ai prossimi 25-35 anni nelle economie avanzate saranno necessari non meno di 6-8 punti di Pil di spesa pubblica aggiuntiva per mantenere lo Stato sociale, gestire le grandi transizioni, fare fronte agli interessi sul debito. La pressione tributaria media dovrebbe salire di altrettanto? 

In paesi come il nostro si arriverebbe al 50-55% del reddito. Per contribuenti del quintile più alto oggi la pressione tributaria media per le imposte dirette è tale che essi contribuiscono al gettito per oltre il 60% del totale e per le indirette per oltre un terzo. Ma di questo quintile più alto fanno parte persone con reddito imponibile fra i 30000 e i 50000 euro, certo non definibili ricchi.  Il top 1%, con redditi sopra i 100000 euro sono circa 700mila persone, le persone con patrimonio superiore al milione (immobili inclusi) sono il 2% degli adulti. Se la soglia di una imposta patrimoniale fosse di 5 milioni, colpirebbe meno di 100mila persone. Dall’aumento della progressività di imposte su redditi, patrimoni e successione, può e deve venire un alleggerimento del carico tributario sul lavoro dipendente e pensionati, che oggi sostiene circa il 90% dell’IRPEF, ma non sarebbe sufficiente. 

Una forte espansione dell’impresa pubblica e una adeguata valorizzazione del patrimonio pubblico (tangibile ed intangibile) potrebbero fornire quel che manca alla sostenibilità fiscale dello Stato, sia direttamente che indirettamente. In Italia, i ricavi delle partecipate superano i 310 miliardi di euro, ma le 45 controllate del MEF danno allo Stato dividendi per solo poco più di 3 miliardi, a fronte di 14 miliardi di dividendi totali. Grazie a improvvide privatizzazioni la maggior parte degli utili è accaparrato da soci finanziari fra cui fondi statunitensi come Capital Group, Black Rock, Vanguard ed altri (A. Volpi, “I padroni del mondo”, Laterza, 2024). Quasi il 60% di Enel è in mano a investitori istituzionali esteri. 

Con una redditività normale sul patrimonio del 4-5% (quindi senza extraprofitti) già ora si otterrebbe quasi un punto di Pil di dividendi da una ripubblicizzazione del patrimonio (non discuto qui come realizzarla, ma è possibile). Nell’arco di 25 anni la quota sul Pil delle imprese pubbliche può crescere dall’attuale 3,5-4% al 10-15%. È una quota già conosciuta in passato da Italia, Francia, UK e non distante da quella raggiunta dalla Germania (RFT). Il rovesciamento delle privatizzazioni potrebbe quindi contribuire, come ordine di grandezza, fino a 2-3 punti di Pil come dividendo diretto. 

A questo dovrebbe aggiungersi il “dividendo” economico derivante dall’ impulso all’ investimento, a sua volta generatore di effetti moltiplicativi sul reddito in presenza di capacità inutilizzata di capitale umano e tangibile, anche lungo la filiera delle forniture. Questo canale potrebbe generare gettito correlato al prodotto incrementale. 

Sulla stessa linea di ragionamento vi è la valorizzazione del patrimonio pubblico direttamente gestito dalle pubbliche amministrazioni, cioè al di là delle partecipazioni nelle imprese. Come dimostra un lavoro recente (M. Montella, “Entrate extratributarie, una risorsa da valorizzare”, in La Voce, 22/08/2025), le entrate derivanti dalla gestione dei beni dello Stato (dalle concessioni demaniali ai beni intangibili come le frequenze) sono appena 4,9 miliardi. Con tutta evidenza, a fronte di un patrimonio delle PA di oltre 600 miliardi, vi è spazio per una valorizzazione più efficace, rompendo con gli immensi favori concessi a ristetti accumulatori di rendite. 

Questi numeri sono del tutto indicativi e approssimativi.  Se ne può discutere, ma suggeriscono che la base fiscale di un innovativo modo di produzione pubblico è a portata di mano. E che di qui può venire la base materiale del rovesciamento della deriva oligarchica del capitalismo, la cui prevedibile opposizione può essere sfidata da un ampio blocco sociale.