Finanza

Pensioni: il sistema contributivo fra sostenibilità, flessibilità e nuove disuguaglianze

Il tema pensionistico, pur attualmente sotto tono, è destinato a tornare centrale nel dibattito economico e politico del nostro paese, anche in vista delle elezioni politiche del 2027. Risulta, perciò, utile fare il punto dei temi aperti e dell’attualità delle proposte sul tappeto, anche considerando che è passato ormai più di un trentennio dalla riforma del 1995 (legge 335/95, cosiddetta Riforma Dini), che ha introdotto il sistema contributivo in luogo del precedente sistema retributivo e, dunque, quella che è stata per decenni considerata una troppo lunga transizione, si avvia al completamento.

Al tempo stesso, i cambiamenti intercorsi nel sistema economico e nella demografia e l’evoluzione degli stessi sistemi di welfare sollevano nuove problematiche e richiedono di arricchire e aggiornare le opzioni in campo.

È per questa ragione che la Rivista delle Politiche Sociali ha deciso di dedicare un numero monografico a una serie di riflessioni sul tema pensionistico, col coinvolgimento di numerosi studiosi, alcuni dei quali anche direttamente coinvolti nel lungo processo di riforma che prese avvio all’inizio degli anni 1990. L’Introduzione del numero, curata da chi scrive e sintetizzata in queste note, inquadra le problematiche principali che, a nostro avviso, interessano il sistema pensionistico italiano e le possibili soluzioni che si possono delineare per farvi fronte. La riflessione si concentra su 5 temi, fra loro connessi: flessibilità, adeguatezza, equità, sostenibilità finanziaria e ruolo della previdenza privata a capitalizzazione.

La flessibilità perduta. Uno dei principali punti di forza di un sistema contributivo è la possibilità di rendere flessibile l’età di pensionamento. Nel contributivo, infatti, la pensione dipende dal montante dei contributi accumulati nel corso della carriera e dai coefficienti che trasformano tale montante in rendita. Ciò significa che, una volta raggiunto il diritto a una prestazione di importo dignitoso, che assicuri di non dover pesare sulla collettività, ciascuno dovrebbe poter scegliere liberamente quando ritirarsi: prima, accettando una pensione più bassa; oppure dopo, ottenendo un assegno più elevato.

La logica attuariale del contributivo rende infatti neutrale il momento del pensionamento rispetto alla sostenibilità intertemporale del sistema. Anticipare o posticipare il ritiro modifica la distribuzione temporale delle prestazioni, ma non il loro valore complessivo. Per questa ragione, la riforma Dini aveva inizialmente previsto una fascia flessibile di pensionamento fra i 57 e i 65 anni. Negli anni successivi, però, questa impostazione è stata completamente ribaltata. A prevalere sono state le esigenze di contenimento immediato della spesa pubblica: l’età pensionabile è stata irrigidita e continuamente innalzata, anche per i lavoratori interamente nel contributivo, rispetto ai quali la fissazione di età pensionabili rigide serve unicamente a ridurre le uscite di cassa per le nuove pensioni, ma non impatta sulla tenuta del bilancio pubblico.

Il risultato è paradossale. Il sistema che avrebbe dovuto rendere libera la scelta dell’età di pensionamento è diventato uno dei più rigidi d’Europa. E nel contributivo – per via di una possibilità di pensionamento anticipato vincolata al superamento di elevati importi soglia della pensione (dal 2030 ci si potrà ritirare prima dell’età di vecchiaia solo se si riceve una prestazione pari ad almeno 3,2 volte l’assegno sociale) – la possibilità di uscita anticipata è riservata esclusivamente a chi possiede pensioni di importo almeno medio-alto, cioè proprio ai lavoratori economicamente più forti che, peraltro, in Italia sono anche, e di gran lunga, più longevi dei più poveri.

In questo quadro bisogna chiedersi se l’innalzamento automatico dell’età pensionabile e la fissazione di età di pensionamento rigide e cogenti per tutti siano l’unica possibilità.

L’innalzamento automatico dell’età pensionabile viene generalmente giustificato con l’aumento della speranza di vita. Se viviamo più a lungo, si sostiene, dobbiamo anche lavorare più a lungo. Ma questa impostazione presenta diversi problemi. Innanzitutto, significa destinare una quota crescente della vita al lavoro, aumentando l’età pensionabile nella stessa misura in cui cresce l’aspettativa di vita. Inoltre, l’aumento della longevità non coincide con un aumento degli anni vissuti in buona salute, dato che, negli scorsi decenni, la speranza di vita è cresciuta più rapidamente della speranza di vita in buona salute.

C’è poi il fatto che la speranza di vita non è uguale per tutti. Come accennato, le differenze sociali nella salute e nella longevità sono profonde. Chi ha redditi bassi, condizioni di vita peggiori o svolge lavori più usuranti tende a vivere meno e in condizioni di salute peggiori. L’innalzamento uniforme dell’età pensionabile rischia quindi di colpire soprattutto le categorie più fragili.

Da qui la proposta di tornare a una fascia di pensionamento flessibile nel contributivo, tutelando, al contempo, in termini di età pensionabile e coefficienti di trasformazione da applicare i lavoratori e le lavoratrici più fragili.  Come già discusso in maggior dettaglio sul Menabò, si tratterebbe di introdurre – nell’attuale sistema misto – una sorta di “opzione tutti”: consentire il pensionamento anticipato a partire da una certa età — ad esempio 63 anni — applicando una penalizzazione attuariale limitata alla sola quota retributiva della pensione. In questo modo, si restituirebbe libertà di scelta, senza compromettere l’equilibrio finanziario intertemporale del sistema.

Pensioni future troppo basse. Se la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico – anche in virtù del passaggio al contributivo – è oggi sotto controllo, il vero problema riguarda l’adeguatezza delle pensioni future.

Il sistema contributivo funziona bene solo in presenza di carriere stabili, adeguati salari ed aliquote contributive, continuità contributiva. Ma, dalla metà degli anni 1990 in poi, il mercato del lavoro italiano si è evoluto nella direzione opposta: precarietà diffusa, bassi salari, part-time involontario, carriere discontinue e frequenti “buchi contributivi”.

In queste condizioni il contributivo rischia di trasformarsi in una macchina che riproduce meramente, nella vecchiaia, le disuguaglianze accumulate durante la vita lavorativa: chi ha avuto un lavoro stabile e ben pagato avrà una pensione dignitosa; chi ha vissuto precarietà e bassi salari rischierà invece assegni insufficienti.

Per questo appare sempre più impellente l’introduzione di una “pensione di garanzia”. Come già descritto sul Menabò, non si tratterebbe di un sussidio contro la povertà soggetto a prova dei mezzi, ma di una ridefinizione della regola di calcolo della pensione, in modo da assicurare un importo minimo della pensione, che non sia però uguale per tutti, ma – coerentemente con la logica del contributivo che mira a “make contributions pay” – crescente sulla base della durata della vita attiva e dell’età di ritiro. Una maggior protezione del tenore di vita degli anziani potrebbe peraltro essere raggiunta rendendo l’assegno sociale cumulabile alla pensione contributiva.

Il contributivo è davvero equo? Il sistema contributivo viene spesso presentato come intrinsecamente equo: ciascuno riceve in proporzione a quanto versa. Ma, nel contesto del mercato del lavoro italiano, questa idea di equità – basata su meri meccanismi attuariali – è molto più problematica di quanto sembri. Innanzitutto perché ignora le profonde disuguaglianze nelle opportunità lavorative. Il contributivo non si chiede perché alcuni individui riescano ad accumulare molti contributi e altri no, si limita ad agire come uno specchio che trasforma in pensione i diseguali esiti individuali prodotti dal mercato del lavoro.

Inoltre, il sistema non realizza pienamente neppure la stessa “equità attuariale” che dichiara di perseguire. Molti lavoratori con pensioni basse finiranno infatti per ricevere prestazioni poco superiori all’assegno sociale cui avrebbero comunque avuto diritto, in assenza di adeguati altri redditi individuali o familiari, in quanto prestazione minima assistenziale. Ciò fa sì che, in pratica, per questi individui il rendimento effettivo dei versamenti rischia di essere molto modesto, inficiando così l’incentivo al versamento dei contributi, altro elemento che doveva essere un punto di forza della logica di funzionamento del sistema contributivo.

A questo si aggiunge un altro elemento poco discusso e già prima richiamato: le differenze sociali nella speranza di vita, che, con ogni probabilità, rischiano di generare ricadute regressive. Poiché i coefficienti di trasformazione del montante in rendita sono uguali per tutti, chi appartiene a gruppi sociali con minore longevità riceverà infatti, a parità di montante accumulato, una ricchezza pensionistica minore rispetto ai gruppi più abbienti e longevi. Anche questo aspetto appare, quindi, rendere necessaria l’introduzione di meccanismi di redistribuzione progressiva all’interno dello schema contributivo.

Sostenibilità finanziaria o sostenibilità sociale? Uno degli aspetti più interessanti del dibattito riguarda la distinzione fra sostenibilità finanziaria e sostenibilità sociale (adeguatezza). Dal punto di vista dei conti pubblici, il sistema pensionistico italiano appare oggi molto più sostenibile rispetto al passato. Ma ciò è stato ottenuto soprattutto comprimendo progressivamente le prestazioni future e innalzando l’età pensionabile.

Come confermano tutte le proiezioni ufficiali sull’andamento della spesa per pensioni, dopo il 2040 la spesa previdenziale italiana dovrebbe ridursi in rapporto al PIL, nonostante l’invecchiamento della popolazione. È un dato che suggerisce come il problema futuro possa non essere l’eccesso di spesa, bensì il livello troppo basso delle pensioni.

A ciò si accompagna il calo strutturale della quota del prodotto che va al lavoro, che pone al rischio il finanziamento contributivo della spesa per protezione sociale. Da qui l’idea che una parte maggiore della previdenza possa essere finanziata attraverso la fiscalità generale, e non soltanto tramite i contributi sul lavoro, laddove tale fiscalità dovrebbe arrivare ad incidere anche su basi imponibili diverse dal solo lavoro.

Previdenza integrativa: una promessa incompiuta. Anche la previdenza complementare non sembra aver mantenuto le aspettative originarie. I fondi pensione hanno certamente accumulato un ampio patrimonio e milioni di iscritti. Ma continuano – e non può che essere così – a riguardare soprattutto i lavoratori più forti e stabili. I lavoratori precari, poveri o discontinui – proprio quelli che avrebbero più bisogno di integrare la pensione pubblica – non possono contare su di esso come strumento strutturale.

Inoltre, in Italia la previdenza integrativa si è rivelata sostanzialmente solo un diverso modo di accumulare e liquidare il TFR, più che una fonte di reddito aggiuntiva durante la vecchiaia. Come discusso anche da Patriarca sul Menabò, la quasi totalità degli iscritti sceglie, infatti, di ricevere, al pensionamento, in un’unica soluzione il capitale accumulato, piuttosto che convertirlo in una rendita vitalizia.

Anche il ruolo dei fondi pensione come investitori istituzionali, così come quello delle casse dei libero professionisti, rimane controverso. Le risorse vengono investite prevalentemente all’estero o in titoli di Stato, mentre cresce la pressione politica affinché finanzino infrastrutture o progetti nazionali. Un terreno delicato, perché il rischio è subordinare la tutela del risparmio previdenziale a obiettivi economici o politici di breve periodo, peraltro col rischio di scarsa trasparenza nella gestione e rendicontazione degli investimenti.

Recuperare lo spirito originario della riforma. A trent’anni dalla legge Dini, il problema non sembra essere tanto il metodo contributivo in sé, quanto il modo in cui esso è stato concretamente applicato in un mercato del lavoro sempre più diseguale. Il contributivo ha introdotto elementi importanti di trasparenza e sostenibilità per il bilancio pubblico. Ma senza correttivi rischia di scaricare integralmente sugli individui tutti i rischi legati sia alla carriera individuale, sia alle dinamiche strutturali dell’economia e della demografia.

La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi realizzare un nuovo equilibrio fra sostenibilità finanziaria, libertà di scelta dell’età di ritiro, adeguatezza delle prestazioni ed equità sociale. In altre parole: recuperare ciò che di buono la riforma del 1995 prometteva, correggendone al tempo stesso i limiti più evidenti.