Europa: l’elefante nella stanza del dibattito elettorale italiano
Nelle campagne elettorali italiane per il rinnovo del Parlamento nazionale, l’Europa è stata quasi sempre una presenza laterale: evocata come vincolo esterno, come capro espiatorio o come serbatoio di risorse, raramente come vero terreno di scelta politica democratica. Alle prossime elezioni politiche previste per il 2027 questo schema non è riproponibile. Non per una generica professione di europeismo, ma perché oggi le principali decisioni che riguardano crescita, transizione ecologica, politica industriale, difesa, gestione delle migrazioni, welfare e diritti del lavoro non possono essere affrontate efficacemente entro i confini nazionali. La competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina, la guerra in Ucraina, la crisi energetica, la fragilità delle catene globali del valore e il ritorno di politiche industriali aggressive da parte delle grandi potenze hanno archiviato l’illusione di un mercato globale autoregolato.. Da molti anni, la dimensione europea non è un’opzione di politica estera: è il perimetro concreto entro cui si definiscono le possibilità della politica economica nazionale, nonché l’unica opportunità di perseguire un interesse nazionale che tenga insieme, aggiornandole, le conquiste sociali del dopoguerra in Europa con l’interconnessione multidimensionale e l’avanzamento tecnologico che caratterizzano il secolo attuale. Ed è l’unico modo per portare le istanze degli europei sullo scacchiere internazionale e provare ad indirizzare le grandi trasformazioni e direttrici di sviluppo del presente e del futuro, invece che subirle unicamente.
Il recente Rapporto Draghi (Draghi, The Future of European Competitiveness, 2024) ha rimesso al centro questa consapevolezza. Il nodo della competitività europea, del ritardo negli investimenti, della frammentazione dei mercati dei capitali, della debolezza tecnologica e della insufficiente capacità fiscale comune unita ad una mancanza di visione di politica industriale viene finalmente affrontato in termini realistici. L’idea che l’Unione europea debba dotarsi di strumenti comuni più robusti per finanziare innovazione, infrastrutture, transizione verde e sicurezza economica rappresenta una correzione necessaria rispetto a decenni di fiducia eccessiva nelle virtù disciplinanti del mercato regolato solo da ferree norme di concorrenza e regole fiscali.
La premessa per gli interventi previsti nel Rapporto è un’importante capacità di investimento dell’Unione che non può prescindere dalla creazione di un debito comune strutturale. E mentre oggi gli atti dell’Unione fanno spesso riferimento al Rapporto, la premessa rimane disattesa, rendendo inefficace qualsiasi tentativo di perseguire concretamente l’obiettivo. Le destre attualmente in maggioranza nelle tre grandi istituzioni europee (Parlamento europeo, Consiglio (dell’UE ed europeo) e, per via dell’indicazione nazionale dei Commissari, Commissione europea) rincorrono le più retrive spinte nazionaliste. Quelle stesse forze politiche che, non riuscendo con le loro ricette di sostanziale chiusura sovranista a proporre soluzioni in grado di disegnare una società più inclusiva e coesa, scaricano sull’Unione – come fosse un corpo estraneo – la responsabilità dei problemi irrisolti. Con la conseguenza che non solo i cittadini si sentono sempre più soli ed indifesi di fronte alle grandi trasformazioni in atto, ma che si diffonde sempre più la percezione dell’incapacità tout court della politica a farvi fronte.
Tuttavia, proprio perché il Rapporto Draghi individua la necessità di un salto di qualità nell’integrazione europea, il suo orizzonte appare insufficiente. Il rischio è che l’Europa venga ripensata soprattutto come spazio di efficienza economica, lasciando in secondo piano la sua dimensione sociale e democratica. Una maggiore integrazione fondata prevalentemente sulla competitività rischia di riprodurre, in forma aggiornata, il vecchio squilibrio dell’Unione: una forte costituzione economica senza una corrispondente costituzione sociale. E, stando ai rapporti di forza presenti oggi nelle istituzioni di Bruxelles, anche la prima rischia di essere più un wishful thinking che un’opzione concreta.
È questo squilibrio ad avere alimentato, negli ultimi vent’anni, una parte decisiva della disaffezione verso il progetto europeo. Da molti cittadini l’UE è percepita come il luogo delle compatibilità finanziarie, non della protezione e della giustizia sociale; come il livello che impone aggiustamenti fiscali o direttamente tagli al welfare, non quello che garantisce sicurezza nella sua accezione più ampia. La risposta alla crisi dell’euro ha rafforzato questa immagine: la solidarietà è stata subordinata alla disciplina fiscale e la convergenza promessa ha lasciato spazio a divergenze territoriali e sociali persistenti. Certo, la risposta alla pandemia, con l’emissione di eurobond, l’allentamento delle regole di concorrenza e la vittoria dell’istanza solidale ha costituito una felice inversione di tendenza, che aveva fatto rinascere – soprattutto nel nostro paese, primo beneficiario di NGEU – la fiducia dei cittadini nell’Unione. Ma si è trattato di un’inversione momentanea: oggi le forze maggioritarie nelle istituzioni europee escludono ogni ipotesi di reiterazione di questa esperienza e, men che meno, di un debito comune come tratto strutturale.
Se quest’ultimo rimane premessa irrinunciabile, non basta discuterne in relazione a temi economico-industriali. L’integrazione europea va posta nella prospettiva di una autentica unione sociale. Senza questo passaggio, anche l’agenda della competitività rischia di essere politicamente fragile, con una debole base di consenso e socialmente regressiva.
Che cosa significa, concretamente, unione sociale europea? Significa riconoscere che il mercato unico e la moneta unica non possono reggere a lungo senza un livello adeguato di protezione sociale condivisa e di redistribuzione che contrasti le disuguaglianze. Si tratta di costruire standard comuni di cittadinanza sociale: una soglia europea di tutela del lavoro, di accesso ai servizi essenziali, di protezione contro la disoccupazione e la povertà. In questo senso, la scorsa legislatura del Parlamento europeo (2019-24) aveva portato progressi importanti: la direttiva sul salario minimo, quella sulla trasparenza salariale, per finire con quella sui lavoratori delle piattaforme digitali (la prima norma a livello mondiale a regolamentare il fenomeno, che ha tracciato la via per la regolazione dell’Intelligenza artificiale nel mondo del lavoro). Non solo; SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) – approntato in risposta alla pandemia Covid-19 – ha costituito la prima forma di integrazione europea a strumenti di sostegno al reddito gestiti dagli Stati membri.
Ma non basta. Serve un vero strumento europeo di assicurazione contro la disoccupazione, capace di funzionare come stabilizzatore automatico nelle crisi asimmetriche; serve una capacità fiscale permanente che sostenga investimenti sociali e territoriali nel solco di quanto già fa la politica europea di coesione – che, peraltro, nella proposta del nuovo quadro finanziario pluriannuale 2028-34 perde quella riconoscibilità che permetteva di avere fondi certamente dedicati, a favore di un’unica dotazione gestita, con accresciuta discrezionalità, dai governi nazionali. Serve anche una politica comune della casa, della sanità e dell’istruzione che riconosca e sostenga questi ambiti non come costi residuali, ma come infrastrutture della produttività e della cittadinanza democratica.
La storia dell’Italia e degli Stati dell’Europa occidentale nel dopoguerra mostra che competitività e welfare non sono dimensioni separate, ma si rafforzano reciprocamente. Il modello sociale europeo rappresenta un motore di crescita economica ed è parte integrante dell’ecosistema dell’innovazione. Basti pensare al ruolo della sanità pubblica nel sostenere i settori produttivi legati alle scienze della vita, come le apparecchiature biomediche e l’industria farmaceutica. Non solo, la sanità pubblica universalista e le forme di assistenza alla disoccupazione sono il tratto distintivo del nostro continente, presi ad esempio ed invidiati in tutto il mondo. Si può pensare che la nascente soggettività politica dell’Europa unita possa farne a meno? Che i suoi cittadini vogliano farne a meno?
Anche la transizione ecologica, se non accompagnata da una forte dimensione redistributiva, rischia di produrre nuove fratture sociali. La giustizia climatica è inseparabile dalla giustizia sociale, o, come già accade, saranno coloro che più soffrono gli effetti della mancata transizione ad opporsi ad essa. Lo stesso vale per le migrazioni. Una politica comune europea non può ridursi alla gestione securitaria delle frontiere o alla redistribuzione amministrativa dei richiedenti asilo O continuerà a produrre esclusione e conflitto sociale. Per l’Italia, porre l’Europa sociale al centro della prossima campagna elettorale significa anche correggere una persistente ambiguità politica. Da un lato si chiedono alla UE l’allentamento dei vincoli di bilancio e maggiori investimenti comuni; dall’altro si evita spesso di discutere delle riforme necessarie per rafforzare l’integrazione sociale: armonizzazione fiscale minima, contrasto ai paradisi fiscali interni, coordinamento delle politiche del lavoro e dei sistemi sociali. Si invoca l’Europa quando serve finanziare, ma meno quando occorre condividere regole redistributive.
Una discussione pubblica su questi temi dovrebbe invece essere esplicita: quale Europa vogliono costruire le forze politiche italiane? Un’Europa limitata a proteggere la competitività delle imprese europee nel conflitto globale, oppure un’Europa capace di ridefinire il compromesso sociale del XXI secolo? Le due dimensioni non sono alternative, ma la seconda è la condizione di legittimità della prima. Senza consenso sociale, nessuna strategia di potenza è sostenibile democraticamente.
Occorre, inoltre, superare un altro equivoco: l’idea che più integrazione significhi necessariamente meno democrazia nazionale. Al contrario, l’assenza di un vero dibattito pubblico a livello europeo e sull’Europa ha spesso prodotto tecnocratizzazione e opacità decisionale. In apparenza, perché scelte politicamente neutre non esistono: l’architettura e la governance economica dell’Unione sono state ispirate principalmente al paradigma neoliberale – declinato nell’ordoliberalismo di stampo luterano – dominante nell’ultimo ventennio del Novecento e che ancora oggi, nonostante il suo fallimento, fatichiamo a superare. Rendere l’Europa oggetto di confronto nel dibattito pubblico che condurrà alle prossime elezioni politiche significa democratizzarla, sottraendola alla rappresentazione di meccanismo impersonale e inevitabile.
Oggi in Italia il dibattito pubblico sull’Europa oscilla essenzialmente tra retoriche sovraniste impraticabili ed europeismi “amministrativi” privi di visione politica. Occorre, invece, una forte narrazione riformatrice che colleghi il destino e l’interesse nazionale ad una trasformazione progressiva e ad una chiara percezione politica dell’UE, che non può prescindere da una revisione dei suoi meccanismi decisionali.
Urge che il dibattito pubblico e le elaborazioni programmatiche che accompagneranno le prossime elezioni politiche colmino questo vuoto.