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Ripensando il referendum

Che il quesito referendario del 22-23 marzo fosse di ardua comprensione anche per gli elettori discretamente istruiti era noto in partenza. Tutto fa presumere che il referendum sia stato pensato da tutte le forze politiche come un giudizio non sul merito della riforma delle carriere, bensì sull’operato del governo e della maggioranza e sulla riformabilità della Costituzione. Ebbene, un punto è a prima vista chiarissimo. Il No ha vinto con buon distacco ed è stata una sconfitta del governo e della maggioranza. Ma sul significato politico del voto val la pena interrogarsi ulteriormente. Magari azzardando qualche confronto coi risultati delle elezioni politiche del 2023. L’azzardo è avvalorato dalle rilevazioni dell’Istituto Cattaneo, secondo cui gli elettori sarebbero si sarebbero per lo più attenuti alle indicazioni dei partiti per cui avevano votato in precedenza. Qualche dubbio lo ha sollevato il CISS, specie sugli elettori del Movimento 5 Stelle. Ma è solo motivo di cautela aggiuntiva. 

La prima considerazione riguarda l’affluenza. Per un referendum senza quorum, su un tema non proprio accessibile a tutti, che abbia votato il 59 per cento degli elettori non è poco. Chiamati non a conferire un astratto mandato elettivo, ma a compiere una scelta d’immediata rilevanza politica, gli elettori si sono mostrati decisamente più attenti, quanto meno rispetto alle ultime consultazioni europee e regionali e allo sfortunato referendum su lavoro e cittadinanza del 2025. A confronto con le politiche del 2022 l’affluenza è rimasta di soli 5 punti al di sotto: ci può stare. Il 65 per cento di affluenza in occasione delle riforme Renzi è stato eccezionale: i dubbi erano diffusi anche tra coloro che le avevano approvate in Parlamento. 

L’affluenza relativamente elevata accomuna tutte le parti del paese. Persiste la storica divisione tra nord, centro e sud, nel senso che a sud si è votato meno. Ma il distacco tra affluenza alle politiche e al referendum si è in molti casi ridotto: più basso nel sud che nel centronord, con la vistosa anomalia della Sicilia. 

Con le riserve del caso, confrontiamo dunque il voto per il Sì con quello dei partiti della maggioranza e quello del No col seguito nel 2023 del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle. La maggioranza ha conservato il suo seguito: anzi, se alle politiche aveva ottenuto il 43,4 per cento, il Sì ha raggiunto il 46,2. Per contro, l’opposizione ha fatto meglio. Sommando centrosinistra e Movimento 5 Stelle la loro percentuale alle politiche era stata del 41,5, mentre il No ha vinto col 53,4. E da notare che Calenda e Renzi alle politiche avevano conseguito insieme quasi l’8 per cento. Il primo al referendum ha dato indicazioni per il Sì; quelle di Renzi sono rimaste ambigue, ma più per il Sì che per il No. È azzardato supporre che i loro elettori si siano per lo più pronunciati per il No? A margine: non si direbbe che la cosiddetta sinistra del Sì non abbia più di tanto concorso ad allargare il consenso al Sì, a spese del No. 

Veniamo ora alla distribuzione territoriale di Sì e No. Nel Mezzogiorno, tolto l’Abruzzo, il No è prevalso quasi ovunque, nelle città capoluogo e in provincia. La mappa del nord e del centro risulta viceversa più complicato. Nel nord, in Lombardia, Veneto e Venezia Giulia ha vinto il Sì, nelle altre regioni il No ha prevalso, ma si registrano alcune varianti. Dappertutto, Lombardo-Veneto compreso, i capoluoghi si sono in larga maggioranza pronunciati per il No. Forse perché la campagna referendaria è stata più intensa. Forse perché in città girano più informazioni. Invece, la provincia, con qualche eccezione, ha scelto il Sì. La medesima divisione si osserva pure al centro. Tolta la Toscana e una parte dell’Emilia-Romagna, dove il No ha avuto quasi sempre la meglio, nelle altre regioni i capoluoghi si sono orientati verso il No, mentre in provincia si è imposto in genere il Sì. 

Se ascriviamo il Sì agli elettori di destra e il No a quelli d’opposizione, la conclusione è ovvia. E una conferma. Vi sono aree in cui la destra ha ereditato il radicamento subculturale della Democrazia cristiana. In altre l’opposizione beneficia del radicamento subculturale della sinistra, o della sua memoria. L’elettorato è molto stabile. Nei capoluoghi, malgrado tutto, si sta meglio. Per il resto, dove c’è malessere, isolamento, declino, nelle aree interne e in alcune ex-province industriali (e pure in qualche capoluogo), nei luoghi insomma che non contano, gli elettori trovano sfogo, come succede in tutta Europa, negli umori identitari, razzisti, sicuritari eccitati dalla destra. 

Le cose vanno diversamente nel sud, che piuttosto compatto ha preferito il No. Fanno eccezione il Lazio, salvo Roma e provincia, l’Abruzzo e la provincia di Reggio Calabria. Come ha sottolineato Gianfranco Viesti sul Menabò, il sud non è né addormentato e rassegnato, né sottomesso, secondo i vecchi stereotipi, al clientelismo e all’assistenza. Solo che quella del referendum non è una particolare novità. Tolta la Sicilia, tra destra e sinistra il Mezzogiorno è in bilico da tempo, con qualche prevalenza dell’opposizione, quando riesce ad unirsi e a darsi un’immagine credibile. Quando il Mezzogiorno che non conta intende testimoniare il suo disagio, che ha ragioni ancor più fondate che nel centronord, preferisce l’astensione, quale che sia il suo orientamento di partenza, di destra o di sinistra. Una volta svanite le illusioni nutrite al tempo di Berlusconi, la destra paga la sua impronta nordista, accentuata dal governo Meloni, che lesina risorse perfino ai tradizionali circuiti clientelari. E la massiccia astensione che aiuta a capire i risultati delle ultime elezioni regionali in Calabria e Basilicata: un po’ la destra ce l’ha fatta a riattivare le sue clientele, ma è possibile che una quota non trascurabile di elettori non abbiano ritenuto che il loro voto facesse la differenza. Stavolta invece si sono persuasi del contrario. 

Che gli elettori di destra siano molto scontenti lo suggeriscono soprattutto i risultati della Sicilia, dove l’affluenza, scesa dal 57 per cento delle politiche al 38 delle europee, è risalita al 46. Decisamente meno che nelle altre regioni meridionali. Ma se l’elettorato di destra ha disertato, è anche possibile che da qualche parte cominci a sfaldarsi, magari nella sua componente più giovane. Comunque: Schifani, presidente della Regione in carica per conto del centrodestra, è stato eletto nel 2023 con 850 mila voti. A confronto, il milione e centomila No costituiscono un cospicuo capitale elettorale da mettere a frutto. 

Assodata la latitanza dei partiti sul campo, che è ormai un fatto nazionale, una variabile da considerare a beneficio del No è ancora la mobilitazione dell’associazionismo e del sindacato. Che forse nel sud ha avuto una marcia in più. Il dato è circoscritto e non sappiamo quanto estendibile: in provincia di Palermo, pronunciatasi quasi tutta per il No, sorprendendo chi ne conosce il costume politico, si sono svolti oltre 200 eventi, assemblee, dibattiti e varie manifestazioni (cortei, biciclettate, volantinaggi nei mercatini di quartiere e in centro), promossi dai comitati della società civile, insieme a quello dei magistrati per il No e ai partiti (Pd, M5S, AVS, includendo Rifondazione e a Potere al Popolo). 

Per concludere: è ora di riconoscere che le componenti democratiche della società meridionale fanno ciò che possono. Mentre l’opposizione, anzitutto il Pd, mostra di non capire che le devono più attenzione e cure ravvicinate. Dotata di solide roccheforti nel centronord, la destra si permette di trascurare il Mezzogiorno, cui sono invece affidate le fortune nazionali dell’opposizione. Se il 1.600.000 voti in più del Sud hanno fatto la differenza, assicurando il successo del No, conviene ricordare che alle politiche del 2022 la coppia centrosinistra-5 Stelle aveva già ottenuto quasi 2 milioni di voti in più. Sufficienti se non altro a consentire una meno squilibrata ripartizione dei seggi. 

Di motivi per un grande investimento politico promosso dall’opposizione per rappresentare il Mezzogiorno ce ne sono dunque in abbondanza. Il problema è che pure entro l’opposizione la divisione in due del Paese è penetrata in profondità. Anche lì manca una classe politica “nazionale” che si preoccupi di ricomporla. Se non che, il Mezzogiorno da solo non può farcela, ma è un’illusione che possa farcela il nord, che è già il sud di qualcun altro.