Il malessere come emergenza sociale e con conseguenze economiche e politiche
Il disagio dei giovani, l’ansia dei genitori, l’angoscia dei lavoratori precari sono tutte manifestazioni di un malessere oggi sempre più diffuso. Sembrerebbe materia più per psicologi, psichiatri ed epidemiologi che per economisti. Ma la dimensione del fenomeno è tale da riguardare gli economisti della sanità, i macroeconomisti e finanche gli studiosi della teoria della scelta razionale. Infatti, la crescente diffusione del malessere, come l’ansia e la depressione, sembra un fenomeno sistemico perché viene da lontano, cioè ben prima della pandemia e forse, negli Stati Uniti, da diversi decenni. Inoltre il malessere può alterare le capacità di prendere decisioni, sicché, nel tempo, potrebbero persistere decisioni controproducenti. Pertanto, l’interazione tra il livello ‘macro’ e quello ‘micro’ potrebbe spiegare circoli viziosi che alimentano il malessere per larga parte della popolazione.
La materia è vasta e complessa, ma va indagata tutta se si vogliono individuare politiche efficaci e con effetti duraturi. Ho voluto affrontare questa sfida scrivendo il libro Emergenza Malessere. Dalle cause economiche, sociali e individuali ai rimedi per uno sviluppo più umano (Rubbettino, 2026). Come dice il sottotitolo, oltre a dimostrare che il malessere si è diffuso in misura crescente nelle economie avanzate, ne ho indagate le cause macro e micro fino a individuare diversi circoli viziosi, per poi concludere proponendo una strategia per contrastare il fenomeno. Per tenere insieme tutti e solo gli aspetti rilevanti ho centrato l’analisi sul concetto di ‘sviluppo umano’, una volta definito, e scientificamente fondato, come sviluppo di quelle capacità umane (capabilities) che più favoriscono la diffusione del benessere. In tal modo, le cause della crescente diffusione del malessere possono essere ricercate in tutti quei fattori, macro e micro, che indeboliscono lo sviluppo umano, e che devono essere quindi affrontati per individuare rimedi efficaci.
La questione preliminare riguarda la dimensione del fenomeno che va soprattutto osservato nella sua dinamica. Se è vero che il disagio mentale clinicamente diagnosticato colpisce una frazione piccola della popolazione e con piccole variazioni nel tempo, si può dimostrare che il malessere ampiamente definito è una frazione importante e decisamente crescente negli ultimi anni, e in certi casi negli ultimi decenni. I dati disponibili sono purtroppo frammentari, ma abbastanza abbondanti a livello internazionale, se si includono anche quelli relativi ai comportamenti che rivelano uno stato di malessere, come la dipendenza da sostanze.
Per dare un’idea si possono citare alcuni studi. Il primo (Cosma et al., 2020, Journal of Adolescent Health, 66: S50eS58), relativo al periodo 2002–2018, utilizza un indicatore che aggrega otto disturbi di salute psicosomatica sperimentati con diversa frequenza nei sei mesi precedenti, tra cui sentirsi depressi, irritabili o di cattivo umore; nervosismo; difficoltà ad addormentarsi; mal di testa e mal di stomaco. Una volta controllato per condizioni economiche, genere ed età, l’indicatore per l’Italia cresce del 6,7% annuo tra gli adolescenti di 11–15 anni. L’Italia presenta la prevalenza più elevata tra i 36 paesi europei e il Canada inclusi nel campione, mentre il tasso di crescita si colloca nella media. La dinamica, tuttavia, non è uniforme, perché dopo una sostanziale stabilità fino al 2010, l’indicatore aumenta in modo marcato negli anni successivi.
Per il periodo più recente 2010–2018, un secondo studio, circoscritto all’Italia (Bersia et al., 2022, International Journal of Environmental Research and Public Health), mostra che l’incremento più consistente riguarda la componente psichica dell’indicatore. In particolare, la percentuale delle ragazze quindicenni con malessere psichico passa da 49,1 a 63,3, e quella dei ragazzi della stessa età passa da 29,6 a 32,1. Per il periodo post-pandemico, i dati Istat (2022, 2023, BES; 2025, Rapporto Annuale) confermano il protrarsi del peggioramento della salute mentale dei giovani sulla base di un indicatore che misura ansia, depressione e perdita di controllo comportamentale, evidenziando al contempo come, invece, tale deterioramento non interessi gli adulti sopra i 35 anni. Segnali ancora più allarmanti, sebbene meno sistematici, provengono dai reparti ospedalieri di psichiatria, che registrano un aumento dei disturbi mentali gravi, e da Telefono Amico Italia, che conferma anche per il 2025 l’incremento dei suicidi, soprattutto tra gli adolescenti, già rilevato dall’Istat nel periodo 2020–2022.
A fronte di questa crescente diffusione del malessere mentale, le risorse destinate a contrastarlo restano relativamente limitate. In Italia la spesa pubblica per la salute mentale è il 3,4% della spesa sanitaria complessiva, mentre in Francia è il 15,0%, in Germania è l’11,3, nel Regno Unito è il 10,3% (Oecd, 2021, A New Benchmark for Mental Health Systems, Health Policy Studies). Eppure, se alla spesa diretta si aggiungono i costi indiretti, anche limitandosi al reddito perso a causa delle assenze dal lavoro per malattia, il costo complessivo risulta superiore a quello associato alla diffusione del cancro (Gustavvson, European Neuropsychopharmacology 21, 2011).
I costi economici legati alla crescente diffusione delle malattie mentali dovrebbero includere la riduzione della produttività sul lavoro anche quando il lavoratore è presente, le spese per le patologie fisiche correlate, e il carico economico sostenuto dalle famiglie. Una recente previsione indica che, a livello globale, il costo totale potrebbe superare i 7 trilioni di dollari nel 2030, oltre il doppio rispetto al 2010.
Resta invece solitamente escluso da questa contabilità il costo dovuto alla mancata formazione di capitale umano, che assume un’importanza cruciale per il futuro dell’economia nonché per la salute futura dei giovani. È ormai ampiamente documentato che ansia e depressione rappresentano, per gli studenti, tra i principali ostacoli al successo scolastico, inizialmente segnalati da assenze, poi da un peggioramento dei risultati e infine dall’abbandono. Secondo diversi studi di psicologia, la malattia mentale non incide solo sull’umore, ma agisce come un vero e proprio peso che ostacola la capacità del cervello di elaborare e conservare informazioni, ricordare nuovi concetti, seguire istruzioni complesse, mantenere la concentrazione, organizzare le attività e gestire il tempo di studio. Non solo, ma il peggioramento del rendimento scolastico innesca un circolo vizioso perché alimenta il malessere attraverso la perdita di autostima e l’isolamento dai pari.
Questo circolo vizioso si riscontra anche in altre realtà, a partire dall’ingresso dei giovani adulti nel mercato del lavoro. Disagio mentale e insuccesso occupazionale tendono ad alimentarsi reciprocamente, spesso attraverso il ricorso a sostanze che generano dipendenza. Il caso più drammatico è quello della crisi degli oppioidi negli Stati Uniti, che ha colpito in misura particolare i giovani adulti con le prospettive peggiori sul mercato del lavoro.
Il malessere mentale contribuisce ad attivare altri due circoli viziosi che riguardano non più solo l’individuo, ma le interazioni sociali. Studi psicologici mostrano come un disagio iniziale favorisca un uso intensivo dei dispositivi digitali e dei social media, mentre le evidenze empiriche indicano che tale uso è ormai pressoché generalizzato tra i giovani. Questo fenomeno può essere interpretato come un effetto di interazione che la letteratura di economia sperimentale definisce come una “trappola collettiva”. Uno studio recente dimostra infatti che gli individui traggono un’utilità negativa dall’uso dei social media, e che tale utilità sarebbe ancora più negativa se decidessero di non utilizzarli (Bursztyn et al., “When product markets become collective traps”, American Economic Review 115: 4105–36, 2025).
Un ulteriore circolo vizioso che si può osservare riguarda la partecipazione alla vita civile e democratica. È questo il caso in cui lavoratori in condizioni fragili preferiscono comunque ricette politiche che promettono soluzioni semplici e immediate anche quando si rivelano dannose per l’economia e la stabilità sociale. Un esempio emblematico è fornito dal caso della Brexit.
L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è avvenuta in seguito al referendum del 2016, al quale ha contribuito in modo forse decisivo l’elettorato meno istruito, con redditi più bassi, in occupazioni esposte alla concorrenza estera, e con bassa soddisfazione per la propria vita. Secondo diverse stime, gli effetti economici della Brexit sono stati largamente negativi: in pochi anni il paese ha perso il 6%-8% di PIL, il 12%-18% di investimenti e il 3%-4% di occupazione. Anche la salute mentale è mediamente peggiorata. Il dato paradossale è che quello stesso elettorato così vulnerabile ha aumentato il consenso, nelle successive elezioni del 2024, ai partiti che, ancora una volta, promettono più sovranità per il paese (Alabrese et al., 2024, Levelling up by levelling down: the economic and political cost of Brexit, Working paper, University of Bath; Heath et al., 2025, The 2024 general election and the rise of Reform UK, Political Quarterly, 96: 91-101).
Il caso della Brexit non rappresenta soltanto un esempio di mancato apprendimento da scelte rivelatesi dannose, ma mostra anche quanto le istituzioni di governo siano diventate endogene. Le decisioni prese a livello micro interagiscono con quelle macro a una velocità inedita, e in questo cambiamento di regime il malessere gioca un ruolo cruciale.
Per uscire da tutti questi circoli viziosi occorre quindi una strategia che renda coerenti tra di loro le politiche e le scelte individuali. È a tale scopo che propongo nel libro un unico obiettivo di fondo per tutti i rimedi: lo ‘sviluppo umano’, come definito sopra. Si tratta di un concetto nuovo perché è su base individuale ma con sinergia sociale, e perché si mantiene distinto dal PIL pro-capite (diversamente dall’Human Development Index dell’UNDP). Si può così osservare come lo ‘sviluppo umano’ sia peggiorato recentemente insieme alla diffusione del malessere, e con dinamica opposta alla crescita economica. Invece, politiche e scelte individuali a favore dello ‘sviluppo umano’ potrebbero persino favorire la crescita ecologicamente sostenibile.