Finanza

Il prezzo nascosto

Dopo la crisi pandemica l’Italia ha attraversato una fase che, a prima vista, potrebbe essere definita positiva. Il PIL è cresciuto nel 2021 e nel 2022 oltre le attese, sostenuto dai consumi, dall’export e dagli investimenti pubblici legati al PNRR. Anche negli anni successivi la crescita è rimasta positiva, l’occupazione ha raggiunto livelli record e lo spread si è ridotto. In un’Europa segnata da instabilità politiche, l’Italia è apparsa improvvisamente un’isola di continuità e affidabilità. Alcuni osservatori internazionali hanno parlato di “caso italiano”, sottolineando la stabilità dell’esecutivo e la tenuta dei conti pubblici.

In questo clima si è inserito anche il dibattito sul presunto “sorpasso” dell’Italia sul Regno Unito in termini di PIL pro capite a parità di potere d’acquisto. Si è trattato di un dato simbolico, peraltro con uno scarto minimo, che ha alimentato una narrazione ottimistica. In realtà, al di là dei confronti statistici – sempre delicati e dipendenti dall’indicatore scelto – la questione decisiva non è stabilire chi sia qualche centinaio di dollari avanti o indietro, ma capire cosa accade al reddito effettivo delle persone. Il benessere non si misura con il PIL, bensì con il potere d’acquisto di salari e pensioni.

Ed è qui che il quadro cambia radicalmente. L’Italia è l’unico grande paese europeo in cui i salari reali non sono cresciuti negli ultimi trent’anni. Tra il 1991 e il 2024 il potere d’acquisto delle retribuzioni è rimasto sostanzialmente fermo, mentre in Francia e Germania è aumentato di oltre il 30 per cento. E negli ultimi cinque anni, con il ritorno improvviso dell’inflazione, i salari reali italiani sono scesi di circa l’8 per cento. Nessun altro grande paese europeo ha registrato una caduta simile.

Questo è il vero paradosso dei “tempi buoni”: mentre gli indicatori macroeconomici raccontano stabilità e persino qualche successo, il lavoro dipendente ha subito un arretramento significativo. L’occupazione è cresciuta, ma i salari non hanno recuperato l’inflazione del biennio 2022-2023. Le famiglie, nel loro complesso, hanno retto grazie all’aumento del numero di occupati: molte hanno aggiunto un secondo percettore di reddito. Ma la media nasconde una distribuzione diseguale. Una minoranza ha migliorato sensibilmente la propria condizione, mentre la grande maggioranza ha perso potere d’acquisto.

Il ritorno dell’inflazione ha agito come una tassa occulta sui redditi fissi. I salari, vincolati da contratti pluriennali e da meccanismi di indicizzazione legati all’inflazione programmata, hanno reagito con forte ritardo. Nel frattempo, l’aumento dei prezzi – concentrato in energia e beni alimentari – ha eroso il potere d’acquisto. In teoria, la perdita dovrebbe essere temporanea: in un sistema che funziona, i salari recuperano nel tempo quanto perso durante la fase inflazionistica. Ma in Italia questo recupero non si vede.

A rendere più pesante la perdita è intervenuto il fiscal drag. L’inflazione ha fatto crescere i redditi nominali, ma in assenza di una piena indicizzazione delle aliquote IRPEF ha spinto molti lavoratori verso scaglioni più elevati. Le entrate fiscali sono aumentate senza che le aliquote venissero formalmente modificate. Lo Stato ha beneficiato di maggior gettito proprio mentre il potere d’acquisto dei lavoratori diminuiva. Le riforme fiscali varate negli ultimi anni hanno attenuato il fenomeno per i redditi più bassi, ma per i redditi medi e medio-alti la perdita resta significativa.

Il confronto con il 1992 aiuta a comprendere la portata del problema. Allora l’inflazione, innescata dalla crisi valutaria e dalla svalutazione della lira, portò alla fine della scala mobile e alla nascita di un nuovo modello di contrattazione collettiva. Oggi, a trent’anni di distanza, l’inflazione è tornata per cause diverse – shock energetici globali – ma non ha prodotto una riforma strutturale analoga. Il sistema di contrattazione, pensato per contenere le spirali prezzi-salari, si è dimostrato incapace di proteggere i redditi reali in presenza di shock improvvisi.

Nel frattempo, la politica economica ha privilegiato la stabilità dei conti pubblici, anche grazie all’effetto dell’inflazione sulle entrate. Sono state sostenute alcune categorie, ma non è stato affrontato in modo strutturale il nodo salariale. Le misure di detassazione selettiva o di riduzione parziale delle aliquote hanno avuto effetti limitati. E mentre si celebrava la tenuta macroeconomica, il potere d’acquisto del lavoro dipendente continuava a erodersi.

Il punto centrale è questo: in un paese dove i salari reali erano già fermi da trent’anni, un’ulteriore perdita dell’8 per cento rappresenta un colpo profondo alla fiducia dei cittadini. La stabilità politica e la credibilità sui mercati non possono compensare a lungo una percezione diffusa di impoverimento.

Il nostro libro, Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione (Egea 2026), parte da qui. Non per negare i progressi macroeconomici, ma per riportare al centro la variabile decisiva per la coesione sociale e per la crescita futura: il reddito da lavoro.

Nel corso dei capitoli proponiamo soluzioni precise e pratiche. In primo luogo, una revisione della contrattazione collettiva che consenta almeno di mantenere il passo con l’inflazione, evitando che shock temporanei producano perdite permanenti. Discutiamo il ruolo di un salario minimo legale come rete di protezione ultima e la necessità di una legge sulla rappresentanza che riduca la frammentazione contrattuale e rafforzi la legittimazione degli accordi.

Sul fronte fiscale proponiamo meccanismi automatici per neutralizzare in futuro il fiscal drag, ma anche un riequilibrio complessivo della pressione tributaria: alleggerire il carico sui redditi da lavoro – che oggi spinge molti giovani qualificati verso l’emigrazione – e spostarlo maggiormente su rendite immobiliari e successioni. Un sistema più equo e meno penalizzante per chi lavora è una condizione essenziale per trattenere capitale umano e rilanciare la crescita.

Infine, il problema non è solo nazionale. In Europa occorre affrontare con maggiore determinazione la questione, tutta interna all’Unione, dei paradisi fiscali che erodono basi imponibili e alimentano concorrenza sleale tra Stati membri. Senza un coordinamento europeo più incisivo sul fisco e sulla lotta all’elusione, ogni riforma nazionale rischia di essere parziale.

Se la stabilità è stata il risultato degli ultimi anni, ora è il momento di occuparsi del suo prezzo nascosto. E di farlo con riforme concrete, non con narrazioni.