Finanza

Fuori dalle emergenze

Perché la prevenzione è l’investimento più conveniente per il futuro dell’Italia. C’è un paradosso che attraversa la storia repubblicana: l’Italia è tra i paesi più efficienti nel soccorso e tra i più fragili nella prevenzione. Interviene con generosità e competenza quando il disastro è già accaduto, ma fatica a investire con continuità per evitare che accada. È da questa contraddizione che prende le mosse Fuori dalle emergenze di Erasmo D’Angelis e Mauro Grassi, che nella sua prefazione Francesco Rutelli definisce: “un libro che non è soltanto un’analisi tecnica ma un vero atto civile, un invito a cambiare paradigma”.

L’idea centrale è semplice e insieme radicale. L’Italia può ridurre drasticamente vittime e danni da terremoti, alluvioni, frane, incendi e siccità investendo circa lo 0,9% del Pil in più ogni anno per quindici anni. Non una cifra simbolica ma una proposta quantificata – 435 miliardi complessivi, circa 29 miliardi l’anno, di cui 300 aggiuntivi rispetto ai livelli attuali, circa 20 miliardi l’anno. Può essere considerato un impegno sostenibile se confrontato con le risorse mobilitate negli ultimi anni per altre grandi priorità nazionali e, in qualche caso, per interventi più legati al “consenso politico” che a chiare priorità strutturali. La prevenzione, sostiene il libro, non è una spesa aggiuntiva ma l’investimento pubblico più conveniente che il paese possa fare.

Un Paese fragile e bellissimo. L’Italia è insieme meraviglia e fragilità. La sua bellezza paesaggistica, urbana e culturale convive con una vulnerabilità strutturale aggravata da decenni di espansione edilizia disordinata, occupazione di aree alluvionali e sismiche, condoni reiterati e una proliferazione normativa spesso non accompagnata da adeguata capacità amministrativa. Oggi almeno trenta milioni di italiani vivono in aree a rischio.

I numeri economici sono altrettanto eloquenti. L’Italia spende mediamente circa 12 miliardi l’anno per inseguire le emergenze. Dal 1944 al 2016 i soli terremoti sono costati 290 miliardi di euro di risorse pubbliche. A questi si sommano circa 4 miliardi l’anno per dissesto idrogeologico, 1 miliardo per incendi, 2,5 miliardi per siccità, senza contare i costi indiretti su turismo, imprese, patrimonio culturale e fiducia economica. E le proiezioni europee indicano un peggioramento delle perdite da eventi catastrofali nei prossimi anni. I danni da eventi estremi naturali sono aumentati negli ultimi quattro anni di 2,5 volte la media dei precedenti 40 anni.

Non è solo una questione di contabilità pubblica. È una questione di vite umane, di stabilità sociale, di competitività del sistema produttivo.

Dall’emergenza all’adattamento. Il libro rifiuta il fatalismo secondo cui le catastrofi sarebbero inevitabili. Non esiste il rischio zero, ma esiste la possibilità di ridurlo, renderlo gestibile, abbatterne drasticamente gli effetti. Ogni euro investito in prevenzione può generare risparmi significativi in spesa per le ricostruzioni. L’adattamento climatico produce quelli che la letteratura economica definisce “tripli dividendi”: danni evitati, benefici economici, vantaggi socio-ambientali.

In un contesto in cui gli eventi un tempo definiti “estremi” stanno diventando ordinari, l’adattamento non è un’opzione ideologica ma una necessità strategica. Non riguarda solo opere idrauliche o consolidamenti antisismici, ma pianificazione urbanistica, manutenzione del territorio, sistemi di allerta, cultura della protezione civile. È un pianoforte con molti tasti: ciascuno contribuisce all’armonia complessiva della riduzione del rischio attraverso la diminuzione della pericolosità, con opere strutturali sottoposte ad analisi costi benefici, con la diminuzione della esposizione, aprendo anche lo scabroso tema, per un’Italia “malcostruita”, delle demolizioni e delle delocalizzazioni, ed infine con la mitigazione della vulnerabilità degli esposti (edifici, infrastrutture, fabbriche ed edifici pubblici) attraverso interventi di sicurezza strutturale e di tecnologie preventive. Oltre ovviamente a tutta la gamma degli interventi non strutturali che vanno dai nuovi sistemi di allerta in tempo reale alle opere di autodifesa di singoli e comunità ed infine, cosa importantissima e ancora non ben considerata se si pensa allo scarso ruolo delle migliaia di Piani comunali di Protezione civile che languono nei cassetti del Comuni, alla informazione e formazione dei cittadini che possono trasformarsi da soggetto da proteggere a soggetto proattivo nelle fasi di prevenzione ed in quelle di emergenza.

La lezione di Italia Sicura. Un capitolo centrale è dedicato all’esperienza della struttura di missione Italia Sicura, attiva tra il 2014 e il 2018. Il punto di partenza fu una scoperta tanto semplice quanto disarmante: la “stanza dei bottoni” che tutto controllava e decideva non esisteva. Ministeri, Regioni, Comuni, Autorità di bacino, Agenzia per la coesione e altri soggetti intervenivano sul dissesto idrogeologico senza un coordinamento unitario.

Italia Sicura tentò di ricomporre questa frammentazione attraverso un Piano nazionale unico, un sistema di monitoraggio centralizzato, il rafforzamento del ruolo dei Presidenti di Regione come Commissari di Governo e la centralità del progetto nel processo di realizzazione delle opere strutturali e dei progetti non strutturali. Non più finanziamenti distribuiti in modo episodico, ma progetti maturi capaci di “tirare” le risorse. La vera innovazione non fu soltanto finanziaria, ma di metodo: spezzare la litania della scarsità delle risorse finanziarie e sostituirla con la qualità della programmazione. In un piano pluriennale ben sviluppato in termini di governance, di finanziamento e di controllo è il progetto che attrae le risorse e non viceversa come è sempre accaduto allorquando si è lavorato su fondi episodici, sporadici e di corto respiro.

Firenze e Genova come laboratori di prevenzione. Due casi emblematici dell’esperienza condotta in Italia Sicura mostrano cosa significhi tradurre la prevenzione in opere concrete.

A Firenze, dopo l’alluvione del 1966, per decenni si erano succeduti piani e annunci con risultati modesti. L’approccio integrato rilanciato negli anni di Italia Sicura ha guardato all’intero bacino dell’Arno con un intervento finanziario, considerando anche le istituzioni locali, di oltre 200 milioni di euro. Si è trattato di intervenire a monte con il potenziamento della diga di Levane, l’ottimizzazione multifunzionale del lago di Bilancino, la realizzazione di casse di espansione a Figline Valdarno e sul sistema fluviale della Sieve, che è il più importante immissario dell’Arno. Non interventi isolati, ma un sistema coordinato di laminazione delle piene che prevede un costo complessivo finale intorno ai 300 milioni di euro per un volume totale di laminazione “statico” di circa 60 milioni di m3.

A Genova, territorio simbolo del rischio idrogeologico urbano, la combinazione tra governance cooperativa fra centro nazionale, Regione e Comune e, cosa di grande rilievo, fra maggioranze politiche che si sono succedute alla guida delle istituzioni locali, una progettazione avanzata e di qualità preesistente all’arrivo delle disponibilità finanziarie che poi si sono palesate nel piano per oltre 450 milioni, ha permesso l’avvio di opere strategiche come lo scolmatore del Fereggiano e la realizzazione delle opere integrate del sistema del Bisagno. Fra cui il grande scolmatore sotterraneo di 6,5 km con un costo di oltre 200 milioni di euro e una capacità di deviazione paragonabile ad una cassa di espansione intorno ai 15 milioni di m3. Pur tra ritardi e complessità, tipiche del paese dove un progetto da oltre un milione di euro si realizza non prima di otto anni, il capoluogo ligure rappresenta oggi un laboratorio di messa a punto vincente di un grande progetto di prevenzione.

Prevenzione come politica industriale. Ridurre il rischio non è solo difesa. È anche sviluppo. L’adattamento può diventare una nuova stagione di politica industriale, generando filiere produttive, occupazione qualificata, innovazione tecnologica e digitale. Può rappresentare la fase post-PNRR, rafforzando il ruolo dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo. Se il Pnrr “passato” ha di fatto snobbato il tema dei “rischi naturali” quello nuovo, in qualsiasi forma si presenti, dovrebbe mettere questo problema ai primi posti della programmazione strutturale. Ovviamente l’ipotesi di fondo è che gli investimenti pubblici rimangano un fattore centrale di crescita e sviluppo, non solo in Italia ma in tutta l’Europa, anche a fronte di un “tendenziale” ridimensionamento del modello “export-led”.

La gestione dell’acqua è esemplare. In un Paese dove la risorsa non manca, ma è mal distribuita e mal governata, investire in accumulo, distribuzione, città spugna e monitoraggio digitale significa coniugare sicurezza, sostenibilità e competitività. Anche il tema terremoto non è da meno. Sappiamo dove il rischio è più alto anche se non sappiamo quando l’evento distruttivo si avvererà, creando distruzione e morte. Ci sono oggi, sempre di più disponibili e più risolutive, tecnologie avanzate di intervento su edifici e infrastrutture. E oggi si possono raggiungere livelli di sicurezza di secondo livello dove un edificio non solo regge alla forza del terremoto proteggendo gli abitanti, ma può anche essere rimesso in funzione in tempi brevi evitando la creazione di città fantasma. Ci sono le tecnologie e ci sono le imprese e i professionisti. Non facciamoli più attendere.

Il nodo assicurativo e la responsabilità condivisa. Un sistema moderno di prevenzione non può poggiare solo sul bilancio pubblico. L’Italia resta un Paese sotto-assicurato: appena l’1,65% delle abitazioni è coperto contro il rischio sismico. L’obbligo dal 2025, rafforzato nel 2026, per le imprese di stipulare polizze contro i rischi catastrofali è un primo passo, ma occorre un salto culturale. Integrare pubblico e privato, collegare premi assicurativi e interventi di prevenzione significa condividere responsabilità e alleggerire la pressione sulle finanze pubbliche. Certo in un paese dove il rischio non è distribuito in maniera equilibrata fra territori, edifici e parti di edificio diverse, il modello assicurativo strettamente attuariale trova non poche difficoltà. Ma una modalità di intervento in parte mutualizzata e solidaristica potrebbe trovare una via di applicazione operativa e accettabile per famiglie e imprese.

Una scelta di razionalità economica. La domanda che attraversa il libro è disarmante nella sua semplicità: vogliamo continuare a spendere in emergenza o iniziare davvero a investire in prevenzione?

Lo 0,9% del Pil non è una cifra astratta. È una scelta politica e culturale. Significa mantenere stabilmente il tema della sicurezza del territorio nell’agenda di governo, creare una cabina di regia autorevole e sottratta alla contesa politica, garantire monitoraggio rigoroso e trasparente, coinvolgere i cittadini attraverso informazione e strumenti innovativi.

L’Italia, ottava potenza economica mondiale, possiede competenze tecniche, know-how ingegneristico e capacità amministrative per farlo. La prevenzione non è un libro dei sogni, ma una strategia concreta di stabilizzazione economica e di dignità istituzionale.

Uscire dal fango e dalle macerie non è uno slogan. È una scelta di civiltà e anche di passione civile che può tenere assieme cittadini, politica, istituzioni e imprese.