Perché i socialdemocratici devono iniziare a trasformarsi*
Fin dai suoi esordi durante le rivoluzioni del 1848, la socialdemocrazia è stata un progetto politico caratterizzato dalla sua natura trasformativa. Ad iniziare dai progressi compiuti nel corso del XX secolo da leader come Harold Wilson, Willy Brandt, Mário Soares e François Mitterrand, i socialdemocratici si sono sempre distinti per il loro atteggiamento di continua sfida nei confronti dello status quo, qualunque fosse la situazione del momento. Questo atteggiamento critico nei confronti della struttura della società e delle sue istituzioni ha favorito la trasformazione della società, grazie a innovazioni come la creazione dello Stato sociale, e ha anche permesso ai socialdemocratici di cambiare le modalità delle di attuazione delle loro principali politiche, garantendo che tenessero conto delle necessità del momento e andassero sempre a beneficio della gente comune.
Da alcuni anni, tuttavia, quel vantaggio trasformativo si sta erodendo. Con l’ascesa del populismo di destra e la sua intrinseca minaccia alla democrazia, il centro-sinistra è stato costretto alla difensiva. Pur essendo profondamente consapevoli dell’insoddisfazione diffusa per lo stato delle cose e dell’urgente necessità di un cambiamento in vari aspetti della società, di fronte alla possibilità che il potere finisse in mani ancora peggiori, i socialdemocratici si sono trovati a dover difendere uno status quo imperfetto piuttosto che a offrire il cambiamento coraggioso che la gente chiedeva.
Di conseguenza, negli ultimi tempi i socialdemocratici hanno adottato un atteggiamento conservatore nei confronti della politica. Sono stati conservatori non nelle loro politiche, ma nella loro posizione, caratterizzata non più dalla tradizionale enfasi sulla trasformazione graduale della società, ma dal desiderio difensivo di preservare I risultati acquisiti, nonostante la necessità di aggiornarli di fronte alle nuove esigenze. A causa di questo modo conservatore di fare politica, i socialdemocratici, un tempo percepiti come gli interpreti del progresso e delle riforme per costruire una società più giusta all’interno della democrazia, hanno iniziato a essere percepiti come i sostenitori di un sistema che la maggior parte delle persone considera ingiusto. Questo cambiamento di percezione ha avuto conseguenze elettorali visibili e dolorose per il centro-sinistra.
Il modo di fare politica e di gestire la cosa pubblica da parte della socialdemocrazia si basa sul principio del riformismo. Vale a dire, sulla convinzione che, con riforme graduali e costanti è possibile rendere le istituzioni più eque e, di conseguenza, la società più giusta, più libera e più equa. I socialdemocratici dovrebbero quindi abbandonare l’atteggiamento conservatore e riabbracciare l’approccio che ha reso il loro movimento una forza politica positiva, progressista e trasformativa. In breve, devono riabbracciare il riformismo radicale.
Cosa richiede realmente il riformismo radicale. Ma cos’è il riformismo radicale? Come si traduce in un progetto coerente? Quando parliamo di riformismo radicale, parliamo di un metodo di azione, di un atteggiamento politico, del modo in cui dovrebbe essere condotta una politica socialdemocratica.
Non si tratta solo di rifiutare una cieca difesa delle istituzioni esistenti, ma anche di avere una visione critica nei loro confronti. Si tratta di riconoscerne e difenderne gli elementi fondamentali, pur essendo disposti a ripensare il modo in cui tali politiche e istituzioni sono concepite e realizzate . In quanto tale, il riformismo radicale richiede, in primo luogo, di proiettare il riformismo socialdemocratico oltre gli aspetti negativi del liberalismo e verso la socialdemocrazia stessa e le sue politiche. Significa avere il coraggio e la volontà di cambiare e rimodellare le istituzioni e le organizzazioni che sosteniamo e l’umiltà di ascoltare coloro che sono insoddisfatti e si sentono delusi.
Prendiamo ad esempio lo Stato sociale. Se è vero che le riforme realizzate dal centro-sinistra in questo ambito – come la creazione di istituti nazionali di previdenza e assistenza o del servizio sanitario nazionale – hanno migliorato la vita delle persone a un ritmo che non ha precedenti, è altrettanto vero che è diffusa la sensazione che i servizi pubblici distintivi dello Stato sociale non stiano adempiendo al loro scopo universalistico. Man mano che la realtà cambia e sorgono nuovi problemi e nuove esigenze, la risposta socialdemocratica non può essere quella di difendere ciecamente i servizi pubblici così come sono attualmente, con un atteggiamento di superiorità. Dovrebbe invece essere quella di riconoscere che, sebbene i principi di base rimangano corretti, la loro attuale organizzazione e il loro finanziamento non sono adeguati a soddisfare le esigenze della popolazione e quindi devono essere riformati e adattati. In questo caso, tale cambiamento significa sia abbandonare la struttura gerarchica, burocratica e centralizzata dei servizi pubblici, riorganizzandoli in modo che operino a livello comunitario, più vicini agli utenti e più sensibili alle loro esigenze, sia rivedendo il modo in cui sono fissare le retribuzioni, facendo dipendere gli stipendi dal numero di obiettivi mensilmente raggiunti.
Ma che dire della parte “radicale” del riformismo radicale? Cosa significa? Significa adottare una retorica e un atteggiamento più populisti? Niente affatto.
Sebbene il termine “radicale” possa suggerire una posizione estremista, il riformismo radicale è ben lungi dall’essere rivoluzionario. Al contrario, attingendo alla suddetta umiltà, cerca di trasmettere il senso di urgenza di questo riformismo ampliato, ovvero che i cambiamenti necessari devono essere realizzati il più rapidamente possibile e devono essere attuati in modo da garantire che i loro effetti siano percepiti il prima possibile. Anche se all’inizio ciò potrebbe comprensibilmente suscitare qualche allarme, tale radicalismo mira solo a rafforzare la natura trasformativa della socialdemocrazia e la sua capacità di migliorare la vita delle persone.
Questo radicalismo, tuttavia, non può riguardare soltanto le misure politiche. È fondamentale che si manifesti anche nella comunicazione, raccontando la società che il progetto intende costruire, dimostrando la volontà di cambiare e fornendo una visione chiara di ciò che tale cambiamento comporta. Oltre ad avere ambizioni trasformative e politiche adeguate, i socialdemocratici devono sviluppare un discorso energico che sottolinei come il loro progetto non sia semplicemente quello di gestire la società, ma di riformarla attraverso le istituzioni esistenti. Essendo un progetto politico il cui mandato è conferito dal popolo, il suo modo di comunicare deve sempre riflettere lo stato d’animo dell’elettorato. In un momento in cui è diffuso il desiderio di cambiamenti rapidi ed energici, il discorso socialdemocratico non può essere quello del “business as usual”: deve essere un linguaggio di movimento, inquadrato in una visione chiara degli elementi fondamentali della trasformazione che viene proposta.
Molti di coloro che rimangono legati a quell’atteggiamento conservatore e all’approccio tecnocratico alla politica, ritengono che adottando questa posizione nel discorso e nella presentazione pubblica si rischi di finire nel terreno populista, facendo apparire i socialdemocratici irresponsabili e perdendo l’elettorato centrista. Ma questa prospettiva è errata. Basta guardare al mondo che ci circonda per rendersi conto che la popolazione desidera ardentemente un cambiamento. Sebbene il centro-sinistra sia stato portatore di cambiamenti positivi, soprattutto dopo aver abbandonato la Terza Via, il discorso e il nostro ritmo d’azione devono riflettere questa identità. I risultati del fallimento nel ruolo di rappresentanti della forza del cambiamento sono sotto gli occhi di tutti: quel ruolo sarà inevitabilmente ricoperto da coloro che si presentano come agenti del cambiamento, ma che in realtà ci offrono solo la peggiore versione possibile del presente.
Dai principi alla pratica trasformativa. Ora che sappiamo cosa significa riformismo radicale, la domanda a cui rispondere è questa: quali cambiamenti esso richiede alla socialdemocrazia? Poiché esso si basa sull’idea che sia positivo avere una visione critica dei risultati raggiunti, cercando sempre di migliorarli per accrescerne la capacità di adempiere alla loro missione, è inevitabile che influenzi le proposte progressiste. Tuttavia, come si è già detto, a differenza della Terza Via di Anthony Giddens o dell’entrismo trotskista, questo atteggiamento è saldamente socialista democratico. Cerca non di cambiare i fondamenti della socialdemocrazia, ma piuttosto di adattarli alle esigenze presenti.
I cambiamenti che prima ho proposto per i servizi pubblici – la loro riorganizzazione per avvicinarli alle comunità e la modifica delle modalità di retribuzione dei lavoratori per condizionare gli stipendi al raggiungimento di specifici obiettivi– sono esempi degli effetti del riformismo radicale sulle proposte socialdemocratiche. Pur mantenendo intatti i principi e gli elementi fondamentali dei servizi pubblici, ovvero la loro natura statale, universalistica e basata sui bisogni, questo approccio guarda con occhio critico alle loro attuali carenze e mira a modificarle, sia nella loro organizzazione che nell’assegnazione dei finanziamenti, in modo da rispondere meglio alle esigenze correnti. Invece di rimanere sulla difensiva, cercando solo di preservare ciò che esiste malgrado la crescente frustrazione della popolazione, esso cerca di prospettare un modello più equo, coerentemente con la natura sempre trasformativa e sempre critica del riformismo radicale.
Tuttavia, ci sono molti altri modi in cui questo atteggiamento si manifesta. Uno di essi, assolutamente inevitabile, riguarda l’approccio all’economia. Anche se, dopo aver rifiutato la Terza Via, i socialdemocratici di tutta Europa sono rimasti fedeli alle loro opinioni sul mercato—sostenendo i diritti dei lavoratori e regolamentazioni più severe, nonché maggiori investimenti pubblici per favorire la crescita economica—si sono trascurati molti degli strumenti che possono garantire una crescita economica equa all’interno di questo contesto.
Idee come una vera e propria politica industriale, realizzata attraverso un Fondo nazionale per la ricchezza che consenta allo Stato di sostenere strategicamente le industrie ad alto valore aggiunto, meritano una seria considerazione. Lo stesso vale per i partenariati di sviluppo tra lo Stato e le autorità locali, in cui queste ultime indicano come intendono investire le risorse a loro disposizione, permettendo alle comunità, la cui vitalità è svanita a causa sia della globalizzazione sia dell’emigrazione dei giovani all’estero o verso centri urbani più grandi, di ritrovare il loro dinamismo economico e sociale.
Un altro ambito nel quale il riformismo radicale deve farsi sentire è quello del costo della vita. Bisogna ammettere che il centro-sinistra ha sempre avuto maggiori difficoltà ad affrontare questo problema rispetto ad altri, come le depressioni economiche. Tradizionalmente, la sua risposta all’inflazione è stata l’approccio del “welfare sociale”, sostenuto da leader come Harold Wilson e Shimon Peres, che consisteva in un accordo tripartito secondo il quale gli stipendi non sarebbero stati aumentati al di sopra dell’inflazione – mitigandone così gli effetti ma senza eliminarli – mentre il governo forniva un maggiore sostegno, principalmente attraverso sussidi e continui investimenti nei servizi pubblici, e interveniva sul mercato sia limitando gli aumenti dei prezzi dei beni essenziali sia attraverso tasse sui profitti in eccesso. Sebbene questa rimanga una politica auspicabile, e certamente meno dannosa di quelle proposte dal centro-destra e dall’estrema destra, essa condivide una debolezza con il più generale approccio del centro-sinistra all’economia: ignora altre soluzioni che rientrano nel quadro socialdemocratico e che sono necessarie per la prevenzione a lungo termine di questi fenomeni.
Soluzioni come l’utilizzo dei proventi delle imposte straordinarie per istituire un fondo cooperativo di consumo, accessibile alle autorità locali e con fruizione legata alla residenza, rappresentano una di queste opzioni trascurate. Nei paesi in cui i fornitori pubblici di energia sono stati privatizzati, la creazione di una nuova società pubblica di energia, che eviti gli enormi costi di una completa rinazionalizzazione, rappresenta un’altra via da seguire. Queste idee si inseriscono perfettamente nella visione sociale democratica, ma sono state trascurate dai socialdemocratici, diventati troppo cauti, troppo legati agli strumenti politici tradizionali.
In tutti questi ambiti, così come in quello delle riforme dello Stato Sociale prima menzionate, i pilastri della socialdemocrazia – un’economia di mercato fortemente regolamentata, uno Stato sociale universale gestito dal settore pubblico e un sistema fiscale progressivo – rimangono intatti, e giustamente. Tuttavia, il modo in cui questi pilastri si manifestano nella realtà cambia, diventa più audace, più creativo e rivelatore di una capacità di valutare in modo critico i risultati raggiunti dalla socialdemocrazia e di adattarli alle circostanze attuali.
In breve, questo è l’atteggiamento riformista radicale che dovrebbero adottare i socialisti democratici, i socialdemocratici, i laburisti e i progressisti. Si tratta di riprendere l’essenza riformista della loro ideologia e applicarla a quella stessa ideologia – ai suoi risultati e alle sue conquiste – con l’urgenza e la rapidità di trasformazione che i tempi attuali richiedono. Si tratta di smettere di stare sulla difensiva e passare finalmente all’attacco.
In questo modo, e rifiutando l’atteggiamento conservatore che ha frenato il centro-sinistra, potrebbe esserci ancora speranza per un futuro più equo.
* Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese il 12 gennaio 2026 su Social Europe,www.socialeurope.eu