Finanza

La lunga ombra dell’antiperonismo: genealogie, rotture e l’esperimento mileista

Gli scenari che si aprono in Argentina dopo il successo elettorale di Javier Milei nello scorso ottobre richiedono una lettura che vada oltre gli indicatori economici o le analisi centrate esclusivamente sulle ragioni immediate di quel successo. Questo articolo si propone di esaminare la situazione attuale in prospettiva storica, collocando il presente all’interno di una tensione che caratterizza la vita politica argentina dalla metà del XX secolo: l’opposizione tra peronismo e antiperonismo. A partire da questo inquadramento, si intende rispondere a tre domande: il conflitto peronismo/antiperonismo continua a essere la matrice che ordina il campo politico in Argentina? Come si è trasformato l’antiperonismo nelle ultime decadi, in particolare nei suoi contenuti culturali, istituzionali e morali? In che misura il progetto libertario costituisce una radicale mutazione di questa tradizione, e quali sono gli spazi di resistenza a un governo che aspira a una rifondazione integrale del patto sociale?

Il punto di partenza è un apparente paradosso del contesto economico e sociale argentino. Da un lato, l’inflazione è scesa a livelli relativamente bassi per la storia argentina recente, sebbene ancora elevati nella comparazione internazionale; dall’altro, l’economia reale percorre una traiettoria recessiva, con caduta del salario reale, riduzione dei consumi interni ed un crescente indebitamento estero che funge da sostegno per l’ancoraggio del cambio. Questa instabile combinazione si è rivelata politicamente vincente nel breve periodo: nelle elezioni legislative del 26 ottobre 2025, Milei è riuscito a consolidare il proprio programma di governo, ottenendo oltre il 40% dei voti. Tuttavia, l’elevata astensione e la frammentazione del corpo sociale riflettono una società polarizzata, diffidente e profondamente stremata dopo anni di successive crisi.

Questo scenario apre interrogativi più ampi sulla dinamica strutturale della politica argentina. Come hanno osservato diversi analisti —tra cui Erenesto Semán (Breve historia del antiperonismo, Siglo XXI, 2021) , Martín Rodríguez (Orden y progresismo: ensayos sobre la política argentina, Capital Intelectual, 2021) e Carlos Altamirano (Peronismo y cultura de izquierdas. Siglo XXI, 2016)—, la politica argentina non può essere compresa senza considerare la persistente tensione tra peronismo e antiperonismo, che opera come grammatica profonda del campo politico. La tesi di questo articolo è che il trionfo di Milei non rappresenta il superamento di questo sostrato storico, bensì, al contrario, la sua radicalizzazione; e che il suo progetto politico, più che una rottura, costituisce l’espressione più estrema di una lunga tradizione antiperonista che oggi trova nel fondamentalismo di mercato un nuovo linguaggio di legittimazione.

Il dilemma peronismo/antiperonismo. La dicotomia tra peronismo e antiperonismo costituisce, in effetti, un asse strutturante della politica argentina dalla metà del XX secolo. Questa frattura definisce le possibilità di rappresentanza, i criteri di legittimità democratica e i confini simbolici della cittadinanza. Nel corso della storia, questa dicotomia ha assunto diverse forme, ma conserva un elemento costante: la disputa su chi debba essere riconosciuto come soggetto legittimo nello spazio pubblico.

Fin dalle sue origini, il peronismo ha funzionato come un dispositivo di incorporazione politica dei settori popolari. Da ciò deriva, come ha sostenuto Erenesto Laclau (La razón populista, FCE, 2005), la sua capacità di costruire un blocco identitario ampio ed eterogeneo. Ma questa stessa caratteristica è anche la radice dell’antiperonismo: l’irruzione plebea che il peronismo rappresenta è stata sistematicamente percepita da ceti medi e alti come una minaccia all’ordine sociale preesistente. Loris Zanatta (El peronismo y la construcción del mito nacional, Sudamericana, 2019), ha interpretato questo fenomeno come lo scontro tra due tradizioni morali: da un lato, quella plebea ed egualitaria; dall’altro, quella liberal-repubblicana che diffida della mobilitazione sociale come principio organizzatore della politica.

Nel corso degli anni, questo scontro ha prodotto ciò che Rodríguez definisce un “equilibrio catastrofico”: un sistema in cui nessuna delle due tradizioni riesce ad imporsi definitivamente e in cui ogni cambio di governo viene vissuto come un momento di rifondazione. Questa logica impedisce il consolidamento delle politiche pubbliche, erode le istituzioni democratiche e genera una temporalità politica segnata da fratture ricorrenti.

In questo quadro, il trionfo di Milei non rappresenta il superamento della frattura storica, ma segna piuttosto la sua piena estremizzazione. Il leader libertario propone di risolvere la tensione non attraverso la negoziazione o la coesistenza, ma tramite l’annullamento simbolico e materiale del peronismo come attore legittimo. La narrativa che dipinge il peronismo come “la fonte di tutti i mali”, “l’origine di 100 anni di decadenza” o “la malattia argentina” ripropone antichi slogan antiperonisti in un linguaggio contemporaneo.

L’antiperonismo come matrice strutturante

Per comprendere il senso profondo di tale tensione, è necessario concepire l’antiperonismo meno come una risposta temporanea al peronismo e più come una tradizione politica autonoma, dotata di una propria storia, di un proprio linguaggio e di forme organizzative proprie. Federico Finchelstein (A Brief History of Fascist Ties, Norton, 2022; From Fascism to Populism in History. University of California Press, 2017). ha sottolineato come l’antiperonismo possieda una coerenza storica che trascende i cambiamenti contingenti: è una matrice che dà forma a narrazioni su la modernità, la razionalità, la cittadinanza e l’ordine economico.

La sua genealogia è ampia. Negli anni quaranta e cinquanta, l’antiperonismo nacque come difesa di un ordine sociale gerarchico di fronte all’irruzione plebea; negli anni sessanta, con i progetti modernizzatori di industrializzazione e sviluppo nazionale, assunse un tono tecnocratico, modernizzatore ed innovatore; negli anni settanta trovò eco tanto in settori conservatori quanto di sinistra che vedevano nel peronismo un ostacolo. A partire degli anni ottanta e novanta, con l’ascesa del neoliberismo, l’antiperonismo aveva vissuto una trasformazione decisiva: smise di presentarsi principalmente come difesa della democrazia liberale contro la demagogia, per ridefinirsi come difesa del mercato contro lo statalismo. Il conflitto politico cessò così di essere formulato in termini di civiltà e barbarie, o di democrazia e autoritarismo, per configurarsi come disputa tra “razionalità economica” e “irresponsabilità fiscale”. Nonostante queste metamorfosi, a permanere è un nucleo stabile: la delegittimazione della capacità politica dei settori popolari. Come ha osservato Semán, l’antiperonismo esprime una concezione ristretta di cittadinanza, in cui la volontà popolare è percepita come pericolosa se non filtrata da principi di razionalità economica o da guardiani istituzionali incaricati di disciplinarne gli eccessi. Per Semán, l’antiperonismo non è una patologia esclusivamente argentina, bensì un caso particolare di un fenomeno più generale: la resistenza delle élite e dei settori medi all’ampliamento pieno della democrazia in società attraversate da profonde disuguaglianze sociali e culturali.

Durante il recente ciclo kirchnerista, il peronismo si è riattivato attraverso nuove forme di antagonismo, innescando una riconfigurazione dell’antiperonismo in chiave contemporanea. Quest’ultimo ha assunto nuove forme attraverso diversi processi: Il ricorso sistematico alla giustizia penale per questioni politiche, la retorica della trasparenza, l’internazionalizzazione del conflitto —con settori che cercavano legittimazione presso organismi internazionali, ambasciate o think tank globali— e la crescente moralizzazione del dibattito pubblico.

In tale contesto, la proposta di Milei non segna una discontinuità con la tradizione antiperonista, ma ne rappresenta piuttosto la polarizzazione estrema. Tale fenomeno affonda le sue radici in una crisi organica, laddove le istituzioni tradizionali vedono erosa la propria legittimità e il malessere sociale diventa terreno fertile per narrazioni che propongono soluzioni semplificate, fondate sulla distruzione simbolica dell’avversario.

Il mileismo come mutazione radicale dell’antiperonismo e le nuove forme di resistenza. L’istanza politica di Javier Milei non è una incidente storico isolato, ma deve essere collocata in un clima internazionale segnato dall’avanzata costante delle destre autoritarie e populiste nell’ultimo ventennio. Essa rientra in un contesto globale in cui progetti come il trumpismo negli Stati Uniti, il bolsonarismo in Brasile e l’orbanismo in Ungheria hanno eroso i consensi democratici, legittimato discorsi anti-statali e promosso forme di leadership personalistica, messianica e ostile alla mediazione istituzionale.

Questi movimenti condividono una caratteristica distintiva: la capacità di canalizzare un malcontento sociale diffuso, trasformandolo in progetti centrati sull’ordine, sulla morale conservatrice, sul mercato come principio regolatore assoluto e sulla delegittimazione di qualsiasi forma di pluralismo. In questa prospettiva, il progetto di Milei si inscrive nel costellazione dell’ultradestra e rappresenta, inoltre, un tassello strategico per la geopolitica statunitense nel Cono Sud, il che contribuisce a spiegare il sostegno esplicito dell’amministrazione Trump in occasione delle recenti elezioni legislative in Argentina.

Sul piano interno, la proposta libertaria non mira a limitare o “civilizzare” il peronismo, ma a smantellare le condizioni istituzionali, economiche e culturali che hanno reso possibile lo Stato sociale, costruito a partire dalla metà del XX secolo. Si tratta di una visione che combina fondamentalismo di mercato, stato d’eccezione permanente e demonizzazione dell’avversario politico, articolando un racconto in cui la libertà è concepita come deregolamentazione e la democrazia come ostacolo alla razionalità economica. Allo stesso tempo, e seguendo la lettura di Diego Sztulwark (“Hay grupos sociales que están escribiendo el guion del antimileismo”, 2025) questo racconto catalizza la “reazione vitale” di settori che si percepiscono minacciati dal declino economico e da trasformazioni socio-culturali considerate pericolose. Questo malessere si intreccia con un discorso d’ordine e sicurezza dal tono autoritario e con una nuova grammatica politica basata su un linguaggio di rottura, anti-casta e mediaticamente efficace, che spezza i codici della politica tradizionale.

L’esperimento libertario incarna così una lunga tradizione antiperonista che, in contesti di crisi, assume una tonalità più aggressiva e totalizzante: l’aspirazione a sanare attraverso uno shock una frattura storica mai rimarginata, né a livello istituzionale né tanto meno democratico.

Le condizioni di resistenza di fronte a questo progetto sono molteplici e frammentarie. Il peronismo affronta una crisi di rappresentanza che lo obbliga a ripensarsi; tuttavia conserva reti territoriali e capacità organizzative che possono trasformarsi in nuclei di resistenza sociale. I movimenti sociali e sindacali, pur colpiti dall’austerità, mantengono una presenza attiva. Ci sono anche emergenti generazionali e culturali che cominciano a politicizzarsi di fronte all’avanzata del neoliberismo estremo.

In gioco non vi è semplicemente un programma di governo, ma una concezione della società. L’Argentina affronta un momento in cui i sentieri si biforcano: l’antiperonismo, nelle vesti del mileismo, riapre interrogativi fondamentali sulla democrazia e sull’uguaglianza. La possibilità di frenare e invertire questo processo di smantellamento dello Stato sociale e dei diritti individuali e civici sarà misurata sulla capacità di superare la frammentazione sociale – prodotta da anni di precarizzazione e sfiducia – che indebolisce la resistenza e riduce il conflitto a una somma di reazioni isolate. Proprio da questa capacità dipenderà, a sua volta, la ricostruzione di un “noi”, che sappia articolare resistenze non limitate a contrastare le politiche del presente, ma capaci di immaginare nuove forme di convivenza democratica, al di là del dilemma storico che ha segnato la vita politica del paese.