Finanza

Tassare i milionari

A che punto siamo me lo ricorda un dirigente del Pd durante l’ennesimo dibattito estivo a una festa dell’Unità. Una bravissima persona, immagino, che però dice: «Bisogna cominciare a riflettere a trecentosessanta gradi sul lavoro». A parte la fitta intercostale che mi provoca l’espressione «a trecentosessanta gradi», è il senso che mi lascia basito. Nel 2025 «cominciare»? A «riflettere» poi? Voi non siete un think tank, ma un partito, faccio notare. Io posso anche riflettere, voi invece dovete proporre soluzioni. Mi accaloro. Nessuno reagisce. Il dibattito sfuma. Passiamo sulle lunghe tavolate a mangiare testaroli al pesto. Il silenzio viene violato, con tono cospiratoriale, solo dal volontario che me li serve: «Sono d’accordo parola per parola!». E allora abbiamo un problema. A trecentosessanta gradi. Che mi riporta al circolo di Fabbrico, il comune emiliano dove il Pd ha preso più voti che in qualsiasi altra parte d’Italia. Quando il segretario dimissionario Luca Parmiggiani aveva aperto la riunione ricordando il Corrado Guzzanti versione Walter Veltroni, allenatore di una sinistra capace solo di ostacolarsi in campo. Fino al perfido titolo di coda sul 2 a 0 inflitto dalla destra «Centrosinistra: l’importante è partecipare». Era andato in onda un evo fa, ma sembrava croccante come appena sfornato. Ecco, c’è da giocare per vincere!

La tragica verità è che non possiamo neppure dare per assodata nemmeno la fase della riflessione. A un’altra festa dell’Unità una acutissima dirigente del terzo settore lombardo mi fa: «Non crede che tutte le realtà che ragionano su questi temi, il Forum Disuguaglianze Diversità di Barca e Morniroli, l’Asvis di Giovannini e tutte le altre organizzazioni del genere avrebbero un impatto maggiore se si unissero?». È una domanda retorica, e lo sa. Certo che lo credo. Ognuna produce pepite che si perdono nel mare dei comunicati che ogni giornalista riceve ogni giorno. Le dico: «La nostra sinistra è specialista nella fissione dell’atomo. Purtroppo senza il rilascio dell’energia che, di solito, deriva dall’operazione».

Per una Mont Pelerin Society della sinistra

Ci vorrebbe, è il cavallo di battaglia di un amico torinese molto intelligente, «un Mont Pelerin della sinistra». Che non è tanto la località sul lago di Ginevra ma il luogo dove, correva il 1947, l’economista austriaco Friedrich Hayek convocò Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper per fondare la Mont Pelerin Society. Con il compito di rilanciare il liberalismo e l’effetto pratico di fondare il neoliberalismo che è stata la (funesta) ideologia dominante dagli anni 80 a oggi. Ricordate l’accorato appello del linguista George Lakoff? Inventarsi frame nuovi, nuove parole chiave, non è lavoro né di un giorno né di un anno. Ci vogliono decenni di semina tenace, come quelli trascorsi dal primo dopoguerra agli inizi degli anni 80, affinché la predicazione sullo stato minimo, le tasse come furto, l’individualismo come religione si incastrassero come tessere perfette nel puzzle mentale di moltitudini le cui certezze precedenti erano entrate in crisi. Bisogna fare altrettanto, all’opposto e nella longue durée, se non vogliamo che la destra resti al governo per i prossimi vent’anni. Facendo capire a tutti l’ovvietà che, con parole semplici e cristalline, mi ha consegnato Giuseppe Lanzillotti, un quasi sessantenne milanese diventato povero, pur lavorando, dopo una brutta separazione e gli alimenti da versare a tre figli. Cosa direbbe a Meloni se gli chiedesse quale misura urgente migliorerebbe la situazione di chi ha una vita economicamente agra? «Le direi che il salario minimo costerebbe poco e sarebbe di gran giovamento per tutti, ricchi compresi, che avrebbero la tranquillità di stare in una società più giusta, quindi meno arrabbiata. Il tutto in cambio di un piccolo ritocco delle tasse per loro che possono permetterselo. Entrate con cui potremmo, che so, offrire i libri scolastici per tutti fino alla terza media. La mensa, magari. O corsi di pallavolo e basket per le famiglie che non possono permetterseli. D’altronde chi pagherà le loro pensioni? I ragazzi di oggi, lavoratori di domani: non sarebbe meglio che, avendo avuto migliori opportunità scolastiche, abbiano anche migliori occupazioni? Alla fine la giustizia sociale conviene». Non mi vengono in mente modi più miti e tuttavia definitivi per dirlo.

Come si fa a non capire: «Converrebbe anche ai ricchi!»

Lo capisce Giuseppe, perito elettrotecnico, non lo capisce il deputato Luigi Marattin, con laurea, master e dottorato in economia. Uno che posta su X la sua orgogliosa tassonomia: «In Italia abbiamo due coalizioni politiche principali. In quella di centrosinistra, c’è chi vuole aumentare le tasse e chi vuole diminuirle, chi ha fatto il Jobs Act e chi ha fatto un referendum per abolirlo». Lui, ovviamente, sarebbe il centrosinistra che vuole abbassarle, le tasse. È stato tra i centravanti del renzismo che ha di recente abbandonato perché non tollerava nemmeno l’idea, accarezzata da un Renzi in cerca di ricollocamento, di un “campo largo” con Pd, M5S e – peggio ancora – Sinistra Italiana e Verdi. Non lo sfiora il dubbio che, per abbassarle ai poveri e al ceto medio, tocchi alzarle ai ricchi. Altrimenti i conti non tornano. Come sa ogni matricola di scienze delle finanze.

Bisogna, anche se suona come la cosa meno sexy del mondo, ripensare radicalmente il sistema fiscale. Fare una guerra alzo zero all’evasione. Rimuovere le assurde disparità per cui una ricca partita iva paga un terzo delle tasse di un dipendente con lo stesso 730. Ripristinare la Costituzione quando chiede progressività, mentre oggi le 50 mila persone più ricche del paese versano meno di un prof di liceo. Portare le tasse di successione dal livello Paperopoli a quello europeo. Con tutti i soldi in più che ne verranno fuori si potrà ridurre il peso fiscale che grava sul ceto medio onesto. E mettere risorse nel contrasto alla povertà. Senza mai dimenticarsi di esplicitare a cosa servono le tasse.

Mettere un gran cartello: «Pagato con le tue tasse».

Di quest’ultima cosa mi sono accorto, un discreto numero di anni fa, a Grimsby, località portuale inglese che era stata capofila nel votare Brexit. La zona di gran lunga più allegra e carina del centro era una piazzetta sul cui muretto, se prestavi attenzione, notavi una targa azzurra con tante stellette gialle. Era lì a ricordare che la ristrutturazione l’aveva pagata Bruxelles. Contro cui gli immemori cittadini si erano vittoriosamente espressi per non avere più niente a che fare. Evidentemente la targa aveva dimensioni troppo ridotte. La prossima volta che si inaugurerà un asilo, una residenza per anziani, una biblioteca, un padiglione oncologico, un centro contro le dipendenze, delle case popolari, un consultorio, vale a dire un piccolo campionario delle tante cose per cui siamo ancora civiltà e non barbarie, suggerisco di mettere un cartello decisamente più grande che reciti “Pagato con le tue tasse”. Non basterà per spalancare la finestra di Overton – con cui abbiamo aperto il libro – dal livello inimmaginabile a quello del fatto compiuto. Ma senz’altro farà entrare un refolo d’aria fresca.

C’è un’ultima ironia linguistica in questa vicenda. Nelle scienze cognitive i frame giusti sono le cornici che servono a inquadrare le tasse come il migliore degli investimenti. Con cui finanziare sanità e istruzione (e tanto altro) che, a loro volta, produrranno cittadini sani e consapevoli. Quindi liberi. Dunque, verosimilmente, dotati di molte più probabilità di essere contenti della propria vita. Un sistema fiscale equo, in buona sostanza, è quello meglio in grado di sfornare moltitudini felici. Ma in edilizia o falegnameria frame significa telaio, la parte fissa che regge la finestra, a cui si ancorano le ante. Mi piace credere che, al termine di questo lungo giro, i miei due santi patroni Lakoff e Overton, quello delle finestre omonime che definiscono l’accettabilità di un tema nel discorso pubblico, si siano incontrati. Finché i battenti sono chiusi ermetici e coperti dalle imposte non ci accorgiamo nemmeno se fuori sia notte o giorno, se ci sia il sole o minacci pioggia. Una volta che li hai aperti anche solo un po’, diventa impossibile fare finta di niente. Se poi è una giornata ventilata e non hai dove assicurarli, sarà tutto un gran sbattere. Un’allegra tormenta. «Fischia il vento/infuria la bufera». Per troppo tempo non si è mossa foglia. «Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione» dice Giorgio Gaber prendendo a prestito uno strepitoso verso di Sandro Luporini. Prima bisogna rendere le idee commestibili. Sincerandosi che le sinapsi della società siano in qualche modo pronte per processarle. In caso negativo, creare nuove sinapsi. Che però non è operazione da niente. Poi comunicarle con parole vivide, forti, tridimensionali. Se sei milionario puoi, anzi dovresti, pagare molte più tasse di un impiegato. Se sei miliardario, mille volte di più. Davvero c’è bisogno di spiegarlo? E, se d’ora in poi prenderemo a farlo notare nelle conversazioni pubbliche, con «dedizione, costanza e attenzione», come ci invita a fare Lakoff, cosa avremmo da perdere? L’hanno già detto, piuttosto autorevolmente, quasi due secoli fa: solo le nostre catene.