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Finanza

Produttività, salari e algebra

È sempre il costo del lavoro il grande imputato e la causa ultima cui viene ricondotta, nel nostro paese, la carenza di competitività.

Federico Caffè, Lezioni di politica economica, 1978.

La maggior parte delle analisi mainstream sostiene che il declino dei salari reali in Italia è una conseguenza della debole dinamica della produttività nel nostro paese. La tipica conclusione che ne discende è che i lavoratori italiani non possono pretendere più di quel che ricevono, se non attraverso qualche sgravio fiscale. Tuttavia questa soluzione non sembra praticabile, perché nel nostro paese il carico fiscale è sostenuto prevalentemente dall’Irpef versata da dipendenti e pensionati e quindi gli sconti fiscali rappresenterebbero essenzialmente una redistribuzione del reddito all’interno della categoria dei lavoratori attuali e a riposo, piuttosto che un aumento delle risorse a disposizioni dei dipendenti. Sul Menabò Evangelista e Pacelli propongono una visione più articolata ed equilibrata della questione salariale, evidenziando il ruolo di fattori strutturali e normativi e perfino l’OECD riconosce da tempo che il legame tra produttività e salari è sempre più labile.

Salari e produttività. Per mostrare i limiti dell’approccio mainstream utilizzo come punto di partenza la formula di determinazione dei prezzi (P) basato sul markup che consiste nell’aggiungere ai costi sopportati per produrre una unità del bene il margine di profitto lordo calcolato come percentuale di quei costi, appunto il mark up,

La formula è la seguente:

P = (W/Y + I) (1+m).

(1) dove W/Y è il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP), dato dal rapporto tra il salario nominale (W) e le unità di prodotto per ciascun lavoratore (Y), ovvero la famosa produttività del lavoro;

(2) I è il costo di materie prime, semilavorati ed energia, sempre per unità di prodotto;

(3) m è il markup che, moltiplicato per i costi di cui sopra determina i profitti lordi (inclusivi, cioè, anche di ammortamenti, imposte, oneri finanziari, ecc.) per unità di prodotto.

Questa formula mette anzitutto in evidenza che se Y cresce, il livello dei prezzi P diminuisce e quindi anche il salario reale W/P aumenta, conformemente alla impostazione mainstream. Ma P cade anche se cadono I o m (e, naturalmente, viceversa), configurando situazioni non previste dall’approccio mainstream. Entrambe queste variabili possono mutare per cause diverse dall’andamento della produttività. In particolare, il costo di materie prime e simili per unità di prodotto dipende dalla tecnologia e dai prezzi internazionali ed il margine di ricarico m aumenta quando le condizioni di mercato lo consentono. Quest’ultima possibilità è di particolare interesse sotto il profilo distributivo, perché dalla nostra formula si desume che quando m cresce crescono anche i prezzi e quindi cadono i salari reali a parità di salari nominali, a meno che la produttività non cresca abbastanza da ridurre il CLUP e i prezzi unitari.

Non si tratta di un risultato particolarmente innovativo, ma se è spesso “dimenticato” nelle analisi correnti. Oltre mezzo secolo fa Piero Sraffa, riprendendo le riflessioni di Ricardo e Marx e ricorrendo a qualche teorema di algebra lineare (fino ad allora considerati dagli economisti poco più che una curiosità), aveva dimostrato che la dinamica dei salari reali e quella dei profitti unitari sono inevitabilmente in contrasto tra loro, a meno che l’intera “frontiera produttiva” dell’economia si sposti in avanti, consentendo sia ai lavoratori che alle imprese di migliorare simultaneamente le proprie condizioni. Se invece il sistema economico non diventa complessivamente più efficiente, grazie ad investimenti, nuove tecnologie e migliori modelli organizzativi, non ci sono margini per accrescere i profitti unitari senza diminuire i salari reali. Tuttavia la produttività, intesa in questa accezione, svolge un ruolo solo sul medio e lungo periodo.

Se invece la frontiera della tecnologia non avanza, la formula mostra anche che quando i salari monetari sono fissati in anticipo dai contratti senza prevedere clausole di indicizzazione, mentre i margini di profitto crescono troppo rapidamente e non si riducono abbastanza nei momenti di crisi, i lavoratori non possono che perdere potere d’acquisto. È proprio quello che probabilmente è accaduto in Italia per parecchi anni.

Salari e margini nell’Eurozona. I grafici che seguono mostrano che dal 1995 ad oggi nei principali paesi dell’Eurozona la dinamica del tasso di crescita dei salari reali è stata quasi sempre opposta rispetto all’andamento dei margini, ma solo in Italia, e parzialmente anche in Grecia, ciò ha portato ad un progressivo declino del potere d’acquisto relativo dei lavoratori. Tra i nove paesi esaminati, la correlazione negativa tra  e Dm è più elevata in Italia (-0.39), Olanda (-0.36) e Irlanda (-0.35), mentre appare più debole in Austria, Germania e Spagna. Forse non è un caso che proprio in questi ultimi paesi la contrattazione collettiva e la politica dei redditi siano state particolarmente incisive, contribuendo a mantenere le dinamiche di salari e profitti entro limiti compatibili con una soddisfacente redditività delle imprese e la tutela del potere d’acquisto dei lavoratori. Sul Menabò Paolo Naticchioni ha mostrato che uno degli strumenti più efficaci per perseguire questo obiettivo è il salario minimo, che oltre tutto non pesa troppo sulle casse dello stato, al contrario dei generosi incentivi per le imprese e le detassazioni previste anche dall’ultima legge di bilancio.

Una stima panel (con metodi “robusti” rispetto all’eterogeneità temporale e tra i paesi) indica che in media ogni punto di riduzione dei margini corrisponde ad una crescita percentuale dei salari reali tra 0.26 punti (con effetti random) e 0.29 (con effetti fissi), senza significative variazioni nel tempo. In Italia questo trade off è dell’ordine di 2.1 punti ed è di gran lunga il più alto del gruppo. È probabile che proprio questa elevata reattività dei margini, in un contesto di crescita già molto debole, abbia contribuito più che altrove a comprimere i salari reali.

Salari reali e margini di ricarico lordi (1995-2024)

(variazioni anno su anno)

_____ Salari       _ _ _ Margini di ricarico

Fonte: Elaborazioni su database OECD ed EUKLEMS.

In prima approssimazione, i margini di ricarico sono stati calcolati sottraendo al valore aggiunto i redditi da lavoro corretti per il numero dei lavoratori indipendenti e misurando la loro incidenza sui costi di produzione dell’intera economia.

Qualche raccomandazione di policy. Il fatto che i salari non dipendano dalla produttività marginale del lavoro, come previsto sotto le condizioni olimpiche della concorrenza perfetta, era chiaro fin dagli anni 30 perché il mercato del lavoro è fortemente asimmetrico, con pochi imprenditori dotati di un significativo potere di mercato (oligopsonisti) nei confronti dei lavoratori. Amendola e Ruggeri hanno anche mostrato empiricamente che nei paesi OECD è stata la crescita dei salari a far aumentare la produttività e non viceversa, riprendendo anche le analisi di Sylos Labini sul ruolo propulsivo dei salari nei processi di innovazione ed investimento. La relazione inversa (algebrica ed empirica) tra margini e salari illustrata in precedenza suggerisce che per aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori non è sufficiente stimolare la produttività, ma è generalmente necessario frenare i margini di ricarico unitari. Si chiama politica dei redditi e le precedenti elaborazioni statistiche fanno pensare che questo strumento potrebbe essere particolarmente efficace proprio in Italia. Una simile strategia non ridurrebbe necessariamente l’ammontare complessivo dei margini, perché salari più elevati garantiscono anche una dinamica della domanda interna e della produzione altrettanto vivace, che potrebbe più che compensare le eventuali perdite in termini di competitività ed esportazioni legate al maggiore costo del lavoro. Questa strategia, inoltre, risulterebbe particolarmente proficua in un mondo in cui gli avanzi commerciali verso l’estero sono destinati ad essere sempre più ridotti da dazi e barriere geopolitiche. Dunque i salari possono variare indipendentemente dalla produttività e possono perfino farla variare in senso positivo.