Libertà, amore, rivoluzione. Poi la fine… o l’inizio?
La vita è una cosa splendida e grande, più tardi
dovremo costruire un mondo completamente nuovo.
Etty Hillesum
Andrea Badarò, della cui eccezionale vita pubblica vi abbiamo raccontato nel precedente articolo, nell’intimità di casa si dedicò con passione all’educazione dei figli. Al primogenito fu dato lo stesso nome del nonno, Giovanni Battista, ma con l’aggiunta di Libero, come a indicargli un programma di vita: essere libero e per la libertà lottare. E possiamo dire che Giovanni Battista Libero Badarò raccolse quell’eredità, dimostrando forza e coraggio nella ricerca della libertà. D’altra parte, sembra che a indicargli il destino abbia concorso anche l’anno in cui venne al mondo: 1798 (o 1799 secondo alcuni), dunque nel pieno del “periodo giacobino”, segnato da aspirazioni rivoluzionarie. Ma ecco la sua storia.
Nacque, come si è detto, in una casa in cui si discuteva di scienza, di vaccini, ma anche delle idee rivoluzionarie che provenivano dalla Francia e dei sogni carbonari di un’Italia diversa. Quando Giovanni Battista Libero aveva poco più di vent’anni, l’Italia fu attraversata dai venti di repressione che seguirono i moti liberali del 1821. Nella notte del 13 marzo di quell’anno, infatti, Vittorio Emanuele I di Savoia abdicò in favore del fratello Carlo Felice e, poiché quest’ultimo si trovava a Modena, nominò come reggente il cugino. Carlo Alberto concesse la Costituzione, ma questa venne in seguito revocata dal nuovo re. La delusione colpì gli intellettuali di Laigueglia, antico borgo ligure, tra cui i Badarò, che non si rassegnarono al ritorno dell’assolutismo. Una volta rientrato, infatti, Carlo Felice aveva imposto il ripristino dell’ordine e questo rese l’Italia un luogo troppo angusto per il giovane Giovanni Battista Libero.
Nel 1826 egli prese la dolorosa decisione, come molti altri patrioti del suo tempo, di lasciare il paese. La destinazione fu il Sud America. Accettò infatti l’invito che il Governo brasiliano aveva indirizzato agli scienziati europei di stabilirsi in quel neonato, immenso Paese, ove gran parte della flora e della fauna era ancora da conoscere e da studiare. Illustri botanici e naturalisti, come i suoi maestri Giuseppe Moretti e Antonio Bertoloni, lo incoraggiarono e lo spinsero a partire. Si stabilì, così, a Rio de Janeiro. Lì esercitò la professione medica e nel tempo libero attraversò splendide montagne, studiandone la flora per consegnare alla botanica, scienza di cui era un grande appassionato, scoperte interessanti e ai musei collezioni preziose. Continuò comunque la professione medica e nel 1828 si trasferì a San Paolo, dove diede assistenza a tutti coloro che si rivolgevano a lui guadagnandosi, così, la reputazione di “medico dei poveri”. Come suo padre vaccinò, tra l’altro, la popolazione locale durante un’epidemia di vaiolo, preparando lui stesso i vaccini.
Il Brasile venne presto attraversato da tensioni politiche che non lasciarono indifferente Giovanni Battista Libero. Sul trono di Rio de Janeiro sedeva Dom Pedro I, l’uomo che, solo quattro anni prima, sulle rive del fiume Ipiranga, aveva gridato “indipendência ou morte!“. Ma l’entusiasmo che c’era dietro quel grido si era ormai spento. Nel 1826, a Rio de Janeiro, si riunì per la prima volta il Parlamento dell’Impero. Da una parte c’erano i “portoghesi”, conservatori e fedeli all’imperatore, dall’altra i “brasiliani”, liberali, che volevano limitare il potere di Dom Pedro I e lo guardavano con sospetto, in quanto era pur sempre figlio del re del Portogallo. Proprio in quell’anno morì suo padre, re Giovanni VI. Pedro ereditò la corona portoghese e questo fu un colpo inatteso per i sudditi brasiliani: il loro imperatore era diventato, seppur per pochi giorni, il re dell’odiata ex madrepatria. I pettegolezzi e le paure di una riunificazione con il Portogallo si diffusero rapidamente nei salotti e nelle stanze che contavano di Rio. La sfiducia nei suoi confronti raggiunse livelli assai elevati.
Per di più, la situazione economica era disastrosa. Il Brasile era nato in bancarotta: l’indipendenza era costata cara poiché, per convincere il Portogallo ad accettarla, il governo si era piegato a pagare un’indennità enorme. Il paese era attanagliato dai debiti con l’estero, in particolare con l’Inghilterra, la prima a riconoscere il Brasile. L’unica industria fiorente era quella del caffè. Le colline della Valle del Paraíba, tra Rio e San Paolo, si stavano ricoprendo di piantagioni. Era il nuovo “oro verde” che avrebbe plasmato il territorio e l’economia nazionale negli anni a venire. Tuttavia, quelle piantagioni funzionavano grazie a un terribile motore umano: la schiavitù. E quel motore continuava a girare nonostante crescessero le pressioni internazionali per fermare il traffico di esseri umani. Il commercio transatlantico di africani era al suo apice. Le navi negriere arrivavano senza sosta.
Il nostro patriota non si limitò a guardare quanto accadeva e, anche in risposta ai metodi autoritari dell’imperatore, nel 1829 fondò il giornale “O Observador Constitucional”. La sua penna appassionata divenne la voce dell’opposizione liberale che si batteva per un governo costituzionale e la libertà di stampa. La sua influenza crebbe rapidamente e, insieme alle notizie della Rivoluzione di luglio che arrivarono in Brasile, riaccese la miccia delle proteste studentesche. Quel suo impegno gli costò la vita, per mano di un assassino che, si ritiene, agì su mandato dello stesso imperatore.
Era una sera di novembre del 1830. Giovanni Battista Libero tornava nella sua casa di San Paolo al termine di una manifestazione quando cadde in un’imboscata. Fu raggiunto da un colpo di rivoltella. Lo sparo e le urla del ferito attirarono l’attenzione dei passanti mentre i sicari si dileguavano nel buio. Un gruppo di studenti accorse e chiamò un chirurgo. Fu portato a casa e visitato. Intanto la notizia si diffuse velocemente e le strade di San Paolo tornarono a riempirsi di giovani in agitazione. Le sue condizioni apparvero presto disperate e ai compagni che cercavano di infondergli speranza Giovanni Battista Libero rispose con una frase che diventerà un motto per molti: “Non illudetemi, sapete che sto per morire. Non importa, muore un liberale, ma non muore la libertà”. Già nel 1831 le parole “Morre um liberal, mas não morre a Liberdade” saranno ripetute a gran voce dai rivoluzionari. Tra loro l’amico più caro, Evaristo Da Veiga, conosciuto al suo arrivo in Brasile. Ancora oggi quelle parole non sono dimenticate e il Brasile ricorda Giovanni Battista Libero Badarò come uno dei padri fondatori della libertà. A lui è dedicata, nel centro storico di San Paolo, la via in cui venne ucciso: Rua Libero Badarò (un tempo Rua São José).
Ma torniamo in Liguria, a Laigueglia, il suo paese natale, e ripercorriamo la strada che lo portò nel lontano Brasile. È qui che troviamo una via, una scuola d’infanzia e una scuola primaria intitolate a Giovanni Battista Libero Badarò. Molto si è scritto sul suo conto. Potremmo citare Joaquim Antonio Pinto Junior, suo primo biografo (contemporaneo e presente alla sua fatale agonia), e Augusto Gaeta che, nel 1944, pubblicò in portoghese una biografia completa. Inoltre, chi ha la fortuna di imbattersi nelle annotazioni biografiche di Giulio Cesare Preve, laiguegliese, può venire a conoscenza di qualcosa di più della sua vita adolescenziale e della sua giovinezza; degli anni in cui maturò la decisione di lasciare l’Italia e su cui sono state fatte molte ipotesi. La più diffusa è quella della fuga politica, poiché il suo incontrollabile spirito di protesta di fronte alle ingiustizie lo aveva reso inviso alla polizia piemontese. Ma crediamo vi fosse anche altro.
Come abbiamo accennato, il padre Andrea si dedicò all’educazione dei figli e il nostro giovane laiguegliese ricevette un’ottima istruzione. Venne infatti inviato per gli studi classici al liceo imperiale istituito dal Governo francese a Genova e, in seguito, alla Facoltà di Medicina dell’Università di Pavia. Conseguì la laurea in medicina presso l’Ateneo di Torino il 4 agosto 1825. Nel contempo aveva frequentato Scienze Naturali all’Università di Bologna per seguire le lezioni di botanica del celebre prof. Antonio Bertoloni. L’amore per la botanica, sorto in lui fin dai tempi del liceo, si era sviluppato durante il soggiorno a Pavia in compagnia di amici altrettanto appassionati, fra i quali anche il suo maestro, il prof. Giuseppe Moretti. Giovanni Battista Libero divenne suo abituale compagno di gite ed esplorazioni sui monti della Liguria, dell’Oltre Po pavese e nei dintorni di Como. Terminati gli studi in medicina, tornò infatti a dedicarsi con maggior impegno alla amata botanica, compiendo ricerche sulla flora degli Appennini, delle Alpi e della Sardegna. E fu proprio in Sardegna che scoprì una pianta a cui venne dato il suo nome: Centaurea horrida Badarò. È una pianta rara, assai antica (oggi protetta) e di grande interesse botanico che cresce su aridi pendii spazzati da forti venti marini. Tra le foglie spinose crescono fiori di un rosa delicato che li rende simili ai fiordalisi. Che vi sia un’affinità tra la pianta e il suo scopritore? I risultati dei suoi studi furono pubblicati nel “Giornale fisico-chimico” di Pavia, nella “Flora Italica”, diretta dal prof. Moretti, e il suo nome venne citato nella “Biographie Universelle”, all’epoca la più diffusa enciclopedia.
Torniamo ancora una volta a Laigueglia, alla vita nel paese ligure quando il Brasile era lontano. Il giovane Badarò era, insieme al padre Andrea, un assiduo frequentatore dei salotti intellettuali dei maggiorenti del paese. Anche nel loro antico ed elegante palazzo, affacciato sull’omonima via, si organizzavano serate musicali. Così come in quelli dei Preve, dei Musso e, soprattutto, presso Francesco Maglione, detto il “Garottino”. Ci si ritrovava, si discuteva, ma soprattutto si davano concerti di canto e pianoforte durante i quali “Gio Batta” e la figlia del padrone di casa, Angiolina, dotati di una bella voce, cantavano pezzi d’opera dei compositori allora in voga: Paisiello, Bellini, Rossini. I due giovani erano accompagnati al pianoforte dal fratello di lei, Pietro Giovanni, ottimo esecutore di musica che in seguito divenne maestro d’organo.
In un’atmosfera cordiale e piacevole la cultura, i ricordi di viaggi, le esperienze di lavoro e di partecipazione politica rendevano brillante e interessante la conversazione degli adulti; la passione per la musica e l’impegno per l’avvenire univano i giovani. Perciò era naturale che tra Angiolina e Gio Batta la simpatia si mutasse in amore vivo e profondo. Di Angiolina non conosciamo le fattezze, non abbiamo un ritratto di lei, ma sappiamo che il giovane Badarò dovette colpirla. Alto, magro, aveva lineamenti ben pronunciati, la fronte spaziosa, il viso pallido e un’espressione pensierosa. Gli occhiali cerchiati d’oro gli davano un’apparenza seria, ma gioia ed entusiasmo trapelavano dagli occhi vivaci. Tutti a Laigueglia ritenevano che si sarebbero presto sposati, ma per qualche motivo che nessuno comprese la passione si spense e le loro vite presero strade diverse. Il nostro giovane ne fu sconvolto e questa delusione d’amore rese più amara l’altra delusione, quella per il crollo degli ideali di democrazia e libertà.
La reazione trionfava e arrivavano da ogni parte d’Italia notizie di persecuzioni, arresti ed esili. Così partì, senza patria, senza amore e senza ritorno. Non tornerà a salire lungo la grande scala di ardesia, appoggiandosi all’elegante ringhiera a volute del suo palazzo di Laigueglia. Non entrerà più nella preziosa biblioteca per immergersi nella lettura dei libri che suo padre e lui stesso avevano raccolto e lavorare fra le tante carte. Il fratello Sebastiano era sacerdote. Senza eredi dove saranno ora quei documenti dal grande valore storico? La curiosità di scoprirlo è enorme, come enorme è stata la figura di Giovanni Battista Libero Badarò.