Lavoro povero e povertà relativa: una panoramica europea
Come già richiamato sulle pagine del Menabò, in Italia lavorare non basta più per sfuggire alla povertà. L’indicatore di povertà lavorativa (in-work poverty) adottato dall’Unione Europea indica infatti che nel 2024, ultimo anno disponibile, il 10.3% di chi aveva un’età compresa fra i 18 e i 64 anni e aveva lavorato nell’anno almeno 7 mesi viveva, nel nostro paese, in nuclei familiari in condizioni di povertà relativa.
Come noto, nel contesto europeo, si è considerati in povertà relativa se il proprio reddito disponibile equivalente, ovvero il reddito da ogni fonte (di mercato e da trasferimento) al netto di contributi e imposte, aggiustato per la dimensione familiare, è inferiore al 60% di quello mediano, cioè del valore che divide la popolazione in due metà uguali, di cui una guadagna di meno e una di più. Nel 2024, tale soglia di povertà ammontava, per un singolo individuo, a 12.483 euro – circa 1.040 euro al mese – e saliva a 18.724 e 26.213 euro, rispettivamente per famiglie composte da due adulti o da due adulti e due minori di 15 anni.
L’indicatore di in-work poverty adottato dall’Unione Europea è una sorta di ‘ibrido’, dato che combina una dimensione individuale – che serve a individuare la platea di riferimento, ovvero chi lavora almeno 7 mesi nell’anno di riferimento – e una familiare, che è quella fondamentale per valutare le condizioni reddituali e, dunque, se si vive o meno in un nucleo a basso reddito. Se, da un lato, questa commistione di piani ha il merito di mostrare con efficacia se e quanto l’essere lavoratori si associ a un tenore di vita familiare dignitoso, dall’altro essa non è informativa sulle condizioni effettive sperimentate dal singolo nel mercato del lavoro e sui possibili meccanismi che legano i bassi salari alla povertà familiare. In queste note ci proponiamo di approfondire la relazione tra bassi salari individuali e povertà relativa su base familiare in alcuni dei principali paesi europei sintetizzando i risultati di un nostro recente lavoro.
Per capire la rilevanza di una prospettiva integrata individuale-familiare, prendiamo due lavoratori, A e B, entrambi con un salario basso e senza ulteriori fonti di reddito individuale, che vivono rispettivamente in un nucleo unipersonale (A) e in una famiglia con un partner ad alto reddito (B). Valutando il benessere in base alle risorse economiche del nucleo familiare, A è probabilmente povero, mentre B, che contribuisce con un reddito modesto a risorse familiari complessivamente più elevate, è con ogni probabilità non povero. Considerando unicamente il reddito familiare, tuttavia, si rischia di non mettere adeguatamente in risalto la condizione di precarietà lavorativa di B.
Invece di ‘mischiare’ le due dimensioni – individuale e familiare – in un singolo indicatore, proponiamo un approccio ‘a tre stadi’ che le integra in maniera sequenziale: i) il lavoro povero, inteso come fragilità economica individuale di chi percepisce un reddito da lavoro basso; ii) la povertà di reddito di mercato, intesa come scarsità di risorse economiche complessive rispetto ai bisogni prima dell’intervento redistributivo dello Stato, valutata in base al reddito familiare lordo di mercato (senza cioè tener conto dei trasferimenti pubblici in moneta), aggiustato per la dimensione della famiglia; iii) infine, la povertà di reddito disponibile, ovvero l’insufficienza di risorse disponibili all’interno del nucleo.
I tre stadi presi in considerazione fanno dunque riferimento ai tre anelli della catena della formazione del reddito familiare: il mercato del lavoro con le sue dinamiche interconnesse di paga oraria, ore lavorate a settimana e settimane lavorate nell’anno; la composizione della famiglia, e dunque l’aggregazione delle risorse di mercato dei vari componenti del nucleo (che dipende dal numero di percettori di redditi da lavoro e dalla disponibilità di redditi da capitale); il sistema di redistribuzione che attraverso imposte e trasferimenti trasforma i redditi di mercato in disponibili.
Il nostro punto di partenza è una definizione di povertà lavorativa a livello individuale che comprende tutti gli individui nella fascia di età 18-64 che hanno percepito un reddito da lavoro nell’anno di riferimento (senza fissare la soglia dei 7 mesi di attività), non hanno ricevuto redditi da pensione o sussidi di invalidità, e le cui retribuzioni lorde annue sono risultate inferiori al 60% della mediana dei redditi annuali lordi da lavoro. La povertà lavorativa così definita, che identifica lo stato di fragilità economica individuale che si genera nel mercato del lavoro, viene poi messa in relazione con due misure standard di povertà basate, rispettivamente, sui redditi familiari equivalenti di mercato (secondo stadio) e disponibili (terzo stadio).
Partiamo dunque dalla dimensione individuale e vediamo come questa si associ a quella familiare, definita in base a due misure di reddito differenti per consentire di distinguere i possibili meccanismi all’opera e, in particolare, l’impatto della redistribuzione.
Il quadro concettuale– rappresentato in Figura 1 – è il punto di partenza del nostro esercizio empirico che, usando i dati EU-SILC per gli anni 2006-2022 di Germania, Spagna, Francia, Irlanda, Italia e Svezia, si pone un duplice obiettivo: misurare il grado di sovrapposizione nel tempo tra povertà lavorativa (ovvero basse retribuzioni individuali), povertà nei redditi di mercato (familiare), e povertà nei redditi disponibili (familiare), e sfruttare un semplice modello econometrico per identificare le caratteristiche sociodemografiche associate ad alcune combinazioni ‘interessanti’ di condizioni nel mercato del lavoro e povertà familiare. Dal punto di vista operativo, vengono stimati una serie di modelli probabilistici per diversi sottogruppi della popolazione in cui lo stato di povertà (variabile dipendente) è funzione di caratteristiche individuali e familiari (tra le altre genere, età, livello di istruzione, occupazione, tipologia contrattuale, numero di adulti e di percettori nel nucleo).
Figura 1: Lavoro povero e povertà lavorativa: quadro teorico
La Figura 2 riporta la quota di lavoratori appartenenti a ciascuna delle otto possibili combinazioni dei tre stati di povertà nei quattro periodi 2006–2008, 2009–2013, 2014–2019 e 2020–2022. Nella legenda (N per non povero, P per povero), la prima lettera si riferisce alla condizione di basso salario o povertà lavorativa, la seconda alla povertà da reddito familiare di mercato e la terza alla povertà da reddito familiare disponibile. In tutti i paesi si osserva, senza un chiaro miglioramento nel tempo, una quota consistente di “sempre poveri” (fino al 9,4% in Spagna nel periodo pre-Covid), ovvero di individui che hanno bassi salari e sono anche poveri secondo la definizione familiare, anche al netto di imposte e trasferimenti.
Figura 2: La sovrapposizione dei tre diversi stati di povertà: povertà lavorativa, povertà di reddito di mercato, povertà di reddito disponibile
Nota: Elaborazione degli autori da dati EU-SILC 2007-2023. La prima lettera della legenda si riferisce alla povertà lavorativa, la seconda alla povertà di reddito familiare di mercato, la terza di reddito familiare disponibile. “N” sta per “Non povero”, “P” per “Povero”.
Le percentuali delle altre combinazioni suggeriscono che, sebbene bassi salari e povertà siano correlati, la loro associazione varia significativamente tra i paesi. In tutti e sei i paesi, una quota tra il 20% e il 35% dei lavoratori ha un salario ‘basso’. La quota di lavoratori a basso salario che è anche povera in termini di reddito di mercato è elevata e stabile nel tempo, attorno al 30–40% in tutti i paesi, indicando che per molti il reddito familiare non è sufficiente a compensare i bassi salari. Tuttavia, una quota rilevante di lavoratori a basso salario non è povera né in termini di reddito di mercato né di reddito disponibile, soprattutto quando vive in nuclei con più percettori di reddito. Il gruppo “PNN” in Figura 2 rappresenta infatti circa il 12–19% dei lavoratori in tutti i paesi. Le donne sono fortemente sovrarappresentate in questo gruppo (67,6% contro il 46,6% degli uomini), a conferma del loro prevalente status di secondo percettore di reddito nella famiglia.
La redistribuzione riduce in modo significativo la povertà dei lavoratori a basso salario in molti paesi: la distanza tra povertà da reddito di mercato e povertà da reddito disponibile è spesso di 10–20 punti percentuali, soprattutto nei paesi nordici, in Francia e in Irlanda. L’Italia rappresenta un’eccezione: qui povertà da reddito di mercato e povertà da reddito disponibile per i lavoratori a basso salario mostrano livelli e andamenti molto simili, segnalando una limitata capacità redistributiva, in parte legata al ruolo delle pensioni che innalzano la soglia di povertà quando questa viene valutata in base ai redditi disponibili. In sintesi, bassi salari e povertà sono fortemente collegati, ma il grado di protezione offerto da famiglia e welfare varia in modo sostanziale tra paesi.
I risultati delle regressioni, poi, confermano che le donne, gli individui nati all’estero e i lavoratori part-time e autonomi hanno una maggiore probabilità di essere a basso salario, in particolare in Italia e Spagna. Al contrario, in linea con le aspettative, i lavori a tempo pieno e a tempo indeterminato sono caratterizzati da un minore rischio di povertà lavorativa. L’istruzione terziaria emerge come un importante fattore protettivo contro i bassi salari in tutti i paesi, con gli effetti più marcati in Germania e Irlanda. Tuttavia, passando dai redditi individuali alla povertà del reddito di mercato, il numero di componenti della famiglia diventa centrale, confermando il ruolo chiave delle risorse e dei bisogni familiari nelle analisi sulla povertà. Anche per i lavoratori già a basso salario, un numero maggiore di percettori di reddito nel nucleo familiare è associato a una probabilità nettamente inferiore di essere poveri, soprattutto in Italia e Spagna. Al contrario, la presenza di figli a carico o di membri anziani nel nucleo familiare si lega a un rischio più alto di povertà anche per coloro che non sono a basso salario.
La redistribuzione, come atteso, mitiga i rischi di povertà nella maggior parte dei paesi, sebbene in modo meno efficace nell’Europa meridionale. L’analisi della povertà da reddito disponibile, condizionata alla povertà da reddito di mercato e ai bassi salari, evidenzia la limitata efficacia della redistribuzione in alcuni regimi di welfare. In particolare, i lavoratori autonomi restano esposti a un elevato rischio di povertà anche dopo imposte e trasferimenti, suggerendo che i meccanismi redistributivi sono per loro meno protettivi. Al contrario, la presenza di membri anziani in nuclei familiari “multigenerazionali” riduce significativamente il rischio di povertà nella maggior parte dei paesi grazie al ruolo delle pensioni, che vengono trattate come trasferimenti nel calcolo del reddito disponibile.
Nel complesso, i nostri risultati sottolineano l’importanza di politiche combinate sia a livello individuale – aumentando salari, ore e settimane lavorate – sia a livello familiare – accrescendo l’intensità lavorativa dei membri del nucleo anche tramite la fornitura di servizi di cura per facilitare la conciliazione tra lavoro ed esigenze familiari – con una redistribuzione mirata. Concentrarsi esclusivamente sulla povertà da reddito disponibile rischia di attribuire un peso eccessivo alla dimensione familiare, trascurando considerazioni di equità ed efficienza degli esiti individuali nel mercato del lavoro. Ad esempio, guardare unicamente alle condizioni economiche familiari, potrebbe portare a ritenere auspicabile qualsiasi politica che favorisca la partecipazione del secondo percettore di reddito al mercato del lavoro, poiché ciò ridurrebbe meccanicamente la povertà familiare, senza che ci si interroghi però su come gli individui vengono trattati in tale mercato (ad esempio, in termini di salari orari, forme contrattuali e tempi di lavoro), con il rischio di un’ulteriore svalutazione del fattore lavoro.
Come dimostriamo in questo lavoro, entrambe le dimensioni – individuale e familiare – devono invece essere considerate nella valutazione dell’entità e delle determinanti della fragilità economica. Affrontare efficacemente la povertà richiede tanto lavori migliori e meglio retribuiti, riducendo il rischio di bassi salari, quanto mercati del lavoro e sistemi di welfare più forti e inclusivi.

