Finanza

La disuguaglianza oltre i luoghi comuni

Come si può giustificare, e si tenta di giustificare, la non lieve disuguaglianza economica che caratterizza i nostri tempi? È questa la domanda che si pone il nostro (piccolo) libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi, 2026). E la nostra risposta, non del tutto imprevedibile, è: soprattutto confezionando idee che possono essere considerate luoghi comuni.

Un luogo comune, almeno nella nostra accezione, è tale se fornisce una versione semplificata, e non in modo virtuoso, di un fenomeno complesso, se ha un elevato potenziale persuasivo che funge anche da barriera al diffondersi di altre possibili idee e che, grazie a ciò, ha un’ampia circolazione.

La disuguaglianza ben si presta a essere oggetto di un luogo comune perché è un fenomeno complesso, oltre che divisivo, e se ne possono dare rappresentazioni molteplici e non convergenti. Tali rappresentazioni spesso rimandano a una visione ‘ideale’ della disuguaglianza che, con riferimento ai nostri tempi, presta ben poca attenzione ai caratteri specifici della disuguaglianza contemporanea, una visione che potremmo chiamare ‘da manuale’. Esse, inoltre, spesso utilizzano dati e fatti che sono parziali o, almeno, discutibili e, naturalmente, lo scopo di tutto ciò è di sostenere che la disuguaglianza è un ‘non problema’ o, nel caso più favorevole, una sorta di costo necessario per ottenere altri vantaggi (in primis la mitica e sfuggente crescita economica), un costo che non può essere ridotto nella sua entità e migliorato nelle sue caratteristiche.

Il libro – che vorrebbe anche rendere la complessità comprensibile, invece che occultarla (e perciò poco concede a tecnicismi e dettagli metodologici) – individua quattro luoghi comuni, che sono i seguenti:

a) la disuguaglianza economica non cresce e quindi – questa sarebbe l’implicazione – non occorre preoccuparsene; b) la disuguaglianza serve per la crescita economica che – si assume – avvantaggia tutti; c) la disuguaglianza è legata strettamente al merito e, quindi, svolge un’importante funzione sociale; d) i veri problemi sono altri dalla disuguaglianza nei redditi, ed in particolare la povertà, da un lato, e la disuguaglianza nelle opportunità, dall’altro; dunque, occorrerebbe fare i conti con questi due fenomeni, disinteressandosi della disuguaglianza nei redditi.

Nel libro si discute ognuno di questi luoghi comuni mettendo in evidenza quella che a noi sembra la loro inadeguatezza a fungere da efficaci tranquillizzanti nei confronti della disuguaglianza dei redditi.

Rispetto al primo, si sosterrà che è assai dubbio che la disuguaglianza economica in Italia non sia in crescita, ma soprattutto che l’altezza e le caratteristiche della disuguaglianza, oltre che le sue conseguenze, sono tali da non rendere agevole argomentare che tutto va bene purché non cresca. Rispetto alla presunta necessità della disuguaglianza per la crescita economica si ricorderà come, le verifiche empiriche diano, volendo esagerare, un debolissimo sostegno a tale idea e, inoltre, si sosterrà che la crescita non può essere l’unico criterio di valutazione e che, se anche vi fosse conflitto tra disuguaglianza e crescita, occorrerebbe misurarsi con esso evitando di attribuire peso 1 alla crescita e peso 0 alla disuguaglianza.

Quanto all’argomento relativo al merito si sosterrà che – per quanto elastica possa essere la definizione di merito – i redditi di moltissimi di coloro che occupano i gradini più alti nella scala economica non possono in alcun modo venire ricondotti ad esso. Al contrario, la disuguaglianza spesso mortifica il merito e lo fa per la forza di meccanismi ben diversi. Basti menzionare il potere e la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze accompagnata a nepotismo.

Infine la tesi che, in questo ambito, i problemi sono altri e specificamente la povertà e l’eguaglianza delle opportunità viene esaminata criticamente ovviamente non perché quelli menzionati non siano problemi ma perché anche la disuguaglianza dei redditi lo è ed è assai difficile per non dire impossibile, soprattutto oggi, pensare di ridurre la povertà e favorire l’eguaglianza delle opportunità (propriamente intesa) senza intaccare la disuguaglianza dei redditi.

Nel libro si sostiene anche che tra questi diversi luoghi comuni, o almeno alcuni di essi, vi è un grado di compatibilità assai basso. Ad esempio, se occorre eguagliare le opportunità come è possibile parlare di merito per la disuguaglianza che oggi abbiamo di fronte? E se la crescita dipende dalla disuguaglianza e questa è, come sembra del tutto logico, direttamente collegata alla povertà, ridurre quest’ultima non rischia di portare a meno crescita? In breve, sostenere un luogo comune può facilmente portare a confutarne un altro.

A questi luoghi comuni se ne aggiunge un altro, con essi disomogeneo perché non invita a disinteressarsi della disuguaglianza ma che, non troppo diversamente da essi, sottovaluta la complessità del fenomeno e finisce per indurre a disinteressarsi di alcune sue importanti manifestazioni, con implicazioni semplificatorie anche rispetto alle politiche suggerite per farvi fronte.

Si tratta dell’idea che la disuguaglianza di reddito tra le persone sia sostanzialmente riconducibile a una solo ‘tratto’ o caratteristica, che di volta in volta può essere il genere, l’area territoriale di appartenenza, il grado di istruzione o altro ancora. La ragione essenziale per cui consideriamo anche questo luogo comune è che esso porta a trascurare le implicazioni per la disuguaglianza complessiva dell’eterogeneità interna ai gruppi di volta in volta individuati. Quella eterogeneità fa sì, ad esempio, che chi sta meglio nel gruppo svantaggiato possa godere di una condizione economica ben migliore di chi sta peggio nel gruppo avvantaggiato. Una disuguaglianza che sfugge se si guarda soltanto a un unico ‘tratto’.

Da tutto ciò emerge a nostro avviso l’impossibilità di considerare la disuguaglianza – e ci riferiamo alla concreta disuguaglianza dei nostri tempi – un ‘non problema’. E tanto più è così se si presta attenzione alle prove crescenti dell’influenza negativa che la disuguaglianza ha, oltre che eventualmente sulla stessa crescita economica, su problemi fondamentali come il cambiamento climatico e il funzionamento della democrazia, ampiamente intesa.

La nostra valutazione è che della disuguaglianza contemporanea occorre preoccuparsi non soltanto per le sue variegate conseguenze negative ma anche – e forse principalmente – in ragione dei processi che la generano. Né bisogna preoccuparsi soltanto delle dimensioni che assume per effetto di enormi concentrazioni di reddito e ricchezza e della grave e diffusa povertà, che non può essere contrastata senza politiche che si propongano, appunto, di limitare e ‘riformare’ la disuguaglianza, che vuol dire qualcosa in più che ‘ridurle’.

L’obiettivo non dovrebbe essere, naturalmente, quello di realizzare una mitologica piena uguaglianza che talvolta viene presentata più o meno esplicitamente come l’unica alternativa alla disuguaglianza contemporanea, anche al fine di smontare semplicisticamente le tesi di chi intende contrastare le attuali disuguaglianze. In realtà, l’alternativa dovrebbe essere quella di ridurre e riformare la disuguaglianza eliminando le sue forme inaccettabili (Franzini, 2013). E ciò richiede politiche precise e articolate che non possono essere soltanto di redistribuzione, cioè di tassazione e trasferimenti, ma anche di ‘predistribuzione’, cioè che guardino e agiscano anche sul funzionamento e gli esiti del mercato, che è il luogo in cui si crea la maggior parte delle disuguaglianze inaccettabili.

Ma occorre chiedersi perché, in generale, si faccia così poco per contrastare la disuguaglianza. Si tratta di un compito non agevole e nel libro si avanzano alcune ipotesi sul ruolo – per riprendere una ben nota diade – degli interessi e delle idee, considerando anche l’impatto che i luoghi comuni considerati possono avere sulla forza e la diffusione di idee tolleranti nei confronti della disuguaglianza, anche la più giusta ed estrema. Può darsi che contrastare queste idee non sia sufficiente, ma di certo appare necessario farlo per cercare di contenere e ‘riformare’ la disuguaglianza in modo che essa risulti, in base soprattutto a criteri di giustizia sociale e di buon funzionamento della democrazia, almeno più accettabile di quanto oggi non sia. Perché siamo convinti che occorre ‘riformare’ la disuguaglianza che c’è per fare in modo che quella che ci sarà sia, appunto, accettabile, che è cosa ben diversa dal narrare quella che c’è in un modo che induca ad accettarla, così com’è.