Finanza

Give peace a chance

Sul Menabò del 14 febbraio Michele Grillo rispondendo alla domanda “Che fine ha fatto il diritto internazionale?”, con la sua consueta profondità e acutezza espone una sorta di autopsia di quella che sembra con tutta evidenza una delle vittime eccellenti dello sconquasso dell’ordine internazionale in corso d’opera.

Mi hanno particolarmente colpito due affermazioni: “Non è la pace che nasce dal diritto, ma il diritto che nasce dalla pace”, “Al diritto non compete di modificare la realtà”. Mi son chiesto, sono d’accordo o non sono d’accordo? Pur non avendo le competenze giuridiche di Grillo, vorrei condividere le risposte che mi sono dato, non perché le ritenga meritevoli di essere note a tutti, ma per sollecitare tutti a riflettere su questioni così importanti, soprattutto oggi.

“Non è la pace che nasce dal diritto, ma il diritto che nasce dalla pace”? Per capire il senso di questa affermazione, spero correttamente, partirei da quella che gli studiosi della materia chiamano domestic analogy, ossia la trasposizione a livello internazionale della soluzione al problema hobbesiano della convivenza pacifica tra individui incarnata dallo Stato moderno. In sintesi, il contratto sociale che consegna il “monopolio dell’uso della forza” ad un’autorità super partes, che la esercita erga omnes, a sua volta entro i limiti sanciti dalle leggi.

Grillo giustamente sottolinea che l’interpretazione più recente di questa soluzione è incentrata proprio sulla nozione di contratto. Essa non nasce dal fatto che lo Stato scrive le leggi e tutti gli individui vi si sottomettono in forza di qualche deus ex machina esteriore. Al contrario, essa ha la natura di un accordo volontario (un “equilibrio”) che, da un lato, è stipulato in vista del suo esito desiderabile, dall’altro lo rende possibile: rinunciare all’uso privato della forza consente di vivere nella migliore tra le alternative possibili se ciascun altro rinuncia. Per garantire (enforce) questa (fragile) reciprocità, siamo d’accordo di affidare l’uso della forza esclusivamente a un’entità sovraordinata (che a sua volta dovrà essere sottoposta ad un uso regolato della forza).

Se la domestic analogy fornisce un modello concettuale per pensare anche ai rapporti tra gli Stati sovrani, nel contempo indica qual è la grande pietra d’inciampo: l’essenza stessa dello Stato sovrano è che nessuna autorità è riconosciuta al di sopra di esso. Quindi uno Stato sovrano che garantisce la convivenza pacifica tra i propri cittadini, può sentirsi libero di usare la forza contro un altro Stato sovrano, e succede da secoli. Certo, nel corso del tempo sono nate federazioni e confederazioni, nonché quello strano ibrido – ancora assai giovane – che è l’Unione Europea, ma una federazione mondiale rimane una utopia, oggi più che mai.

Di conseguenza, il diritto internazionale cade sul punto della propria applicazione (enforcement). La liberazione di chi soffre sotto il giogo dell’oppressione e della violenza rischia di rimanere sulla carta bollata fintantoché non esiste una autorità sovranazionale in grado di far valere i diritti e i doveri erga omnes. Il rispetto dei princìpi e delle sentenze delle corti di giustizia, rimane essenzialmente un atto volontario di ciascun Stato sovrano, che può essere ripudiato in qualunque momento se cambia l’ideologia di chi detiene il potere. Il carattere epidemico del ripudio che stiamo osservando non deve stupire. Data la natura volontaristica dell’ordine fondato sul diritto internazionale, il costo di aderirvi cresce al diminuire del numero degli aderenti.

Tuttavia, questo è il problema secondo Grillo, “…non c’è pace (tra individui come tra nazioni) né diritto che governi gli uni e le altre se non c’è, prima di tutto, una capacità di convivenza che fa leva sul riconoscimento reciproco della diversità dei soggetti e sul rapportarsi tra di loro mediante relazioni di scambio”.

Su questo giudizio cala la seconda affermazione, “al diritto non compete di modificare la realtà”. Stiamo, quindi, parlando di irrilevanza del diritto internazionale?

L’irrilevanza del diritto internazionale sembra dar ragione al realismo politico, la realpolitik. Secondo il Dizionario Treccani, il realismo politico è “un atteggiamento e prassi che si fondano sulla valutazione delle situazioni reali e degli interessi concreti dell’azione politica, indipendentemente dalle concezioni ideologiche e morali”.

Secondo i realisti non può esistere altro equilibrio internazionale che quello basato sul reciproco bilanciamento costi-benefici tra potenze equivalenti. Quindi, non può esistere un equilibrio disarmato, vale l’immortale motto latino “se vuoi la pace prepara la guerra”. Tale equilibrio è indifferente rispetto ai valori morali: il “bene” che non vi rientra non è realizzabile, il “male” che vi rientra non è estirpabile. Una certa dose di realismo aiuta a tenere i piedi per terra, ma presenta un enorme difetto: non consente ai piedi di muoversi, impedisce di fare passi avanti rispetto al punto in cui ci troviamo in un dato momento.

Prima di tutto, se è vero che la trasposizione internazionale della domestic analogy rimane incompiuta, e secondo i realisti è una utopia, è pur vero che molti importanti passi avanti sono stati fatti sulla via della creazione di organismi di regolazione sovranazionali, naturalmente l’ONU sopra a tutti ma anche molti altri.

In secondo luogo, il diritto internazionale ha costituito un grande progresso anche per il solo fatto di aver fissato princìpi e regole che ci consentono di dare un contenuto a ciò che è “giusto” e a ciò che non lo è. La bussola indica la giusta direzione indipendente-mente da quante persone la usano. Grazie al Primo ministro spagnolo Sanchez per averlo ribadito con forza e chiarezza nel suo discorso al parlamento del 5 marzo, e grazie a tutti coloro che tengono il punto nonostante farlo diventi sempre più costoso e sempre meno rilevante.

Ora vorrei provare a spiegare la ragione di questo ringraziamento, la quale non si esaurisce nel mero valore della testimonianza, ma è coerente con la logica della soluzione “contrattualistica” al problema della convivenza pacifica.

La soluzione contrattualistica che ho sommariamente descritto è la versione, in gergo, di “statica comparata”. Preferisco lo stato del mondo in cui ciascuno si astiene dall’uso della forza privata sottomettendosi ad un’autorità costituita rispetto ad ogni altro mondo possibile in cui prevale l’uso della forza privata. Bene, ma se si parte da uno a caso di questi altri mondi possibili, come si arriva alla soluzione contrattualistica? In effetti, l’umanità ha impiegato del tempo per arrivare allo Stato moderno. Rispondere a questa domanda è lo scopo delle versioni “dinamiche”. Versioni molto complicate di cui non è possibile dar conto qui; provo a distillare le loro principali lezioni.

Parto, per chiarire le idee, da un semplice apologo che si trova nella voce Pace curata da Norberto Bobbio per la Enciclopedia del Novecento (Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1989) – gli esperti della materia riconosceranno un classico schema di teoria dei giochi. Tizio e Caio sono due individui che vivono in uno stato di natura hobbesiano in cui non esistono diritti che regolino l’appropriazione delle risorse vitali (homo homini lupus). S’incontrano casualmente lungo un sentiero dove giace del cibo disponibile. Ovviamente entrambi sono armati e il loro incontro ha quattro esiti (“mondi”) possibili: 1) Entrambi gettano le armi e si accordano sulla spartizione del cibo, 2) Tizio getta le armi ma Caio no, 3) Caio getta le armi ma Tizio no, 4) nessuno getta le armi e combattono. Il problema “dinamico” è trovare quali sequenze di strategie, comportamenti, esperienze, persino memorie, fanno sì che prevalga la soluzione 1. E, attenzione, se si arriva alla soluzione 1, cosa fa sì che non si regredisca alla 4.

Cominciando dal prototipo di tutti i modelli successivi, quello “dente per dente” (Tit for Tat) elaborato da Robert Axelrod, anche sulla scorta di evidenze sperimentali con reali esseri umani, la prima lezione è che essere irrealisti aiuta a imboccare la strada giusta. Se Tizio fa per primo la mossa 2 per segnalare di essere disposto a cooperare, oppure Caio fa per primo la mossa 3, prendendosi il rischio di essere sopraffatto, aumenta la probabilità che la controparte contraccambi fino a convergere alla soluzione 1.

La seconda lezione è che, però, anche la punizione di chi non contraccambia la mano tesa deve far parte delle esperienze che portano verso la soluzione 1. Il che introduce anche la necessità che chi tende la mano non deve essere annientato.

La terza lezione, forse la più importante per il ragionamento che stiamo svolgendo, è che l’esito di questi percorsi dipende in misura essenziale dal tipo di motivazioni che guidano i comportamenti umani.

Sappiamo che l’homo sapiens è molto più complicato, ma anche più plasmabile, dell’ homo economicus – assai più simile all’homo lupus di Hobbes – la cui unica motivazione è massimizzare la propria utilità personale indipendentemente dalle conseguenze sugli altri. Noi esseri umani abbiamo in noi stessi le potenzialità per agire in senso altruistico o egoistico, in modo morale o immorale, e perfino per dare la vita o toglierla. Quale tipo di motivazioni prevalga non è frutto di una “scelta” solipsistica, né tanto meno di un “calcolo”, ma dell’imprinting che riceviamo dalla comunità in cui viviamo, e dall’interazione sociale che sperimentiamo.

L’homo sapiens è un essere sociale, non tanto perché calcola che gli conviene, ma soprattutto perché acquisisce un insieme incondizionato di “fare” e “non fare” che definisce la sua personalità, la sua identità e la sua moralità in relazione alla propria comunità. L’adesione a queste motivazioni è coerente con la razionalità dei mezzi e dei fini, poiché è guidata dalla necessità vitale dell’individuo di preservare la propria personalità, identità e moralità. Questi “vincoli”, che gli psicologi chiamano motivazioni intrinseche sono, normalmente, immuni dal calcolo dei costi e dei benefici economici personali. In realtà, nessuna persona sana di mente che non viola la legge o qualsiasi impegno rilevante nei confronti degli altri anche quando ciò sarebbe redditizio, si sente, o in effetti è, irrazionale

D’altra parte sbaglieremmo se pensassimo che in un individuo ben educato le potenzialità immorali svaniscano. Esse sono semplicemente dominate dalla possibilità di esistere che le azioni morali trovano nella società. Non è un paradosso, infatti, che criminalità e diffusione del possesso di armi si alimentino a vicenda. Né è pensabile, come ha dimostrato definitivamente Hannah Arendt, che Adolf Heichmann fosse un criminale anche prima d’indossare la divisa. La forza e la praticabilità dell’agire morale si affermano grazie a tre requisiti sociali fondamentali: la reciprocità, la fiducia, la credibilità.

Allora il problema formidabile che deve affrontare la costruzione di un ordine sociale, la creazione di un “equilibrio buono” anziché di un “equilibrio cattivo”, è capire come i requisiti dell’ “equilibrio buono” nascano e si radichino nella società; se essi possano affermarsi spontaneamente; per quale ragione essi talvolta si dissolvono con danni incalcolabili.

Da queste ricerche sappiamo che i fondamenti necessari di un “equilibrio buono” emergono spontaneamente attraverso l’interazione sociale e le cosiddette istituzioni informali; più spesso, tuttavia, essi devono trovare origine e protezione in apposite istituzioni formali. Torniamo per un momento all’apologo di Bobbio: per quale ragione Tizio, o Caio, potrebbe decidere unilateralmente di gettare le armi? Perché sa che l’esito della convivenza pacifica ha una probabilità di realizzarsi. Questa credenza è tanto più importante quanto più si è lontani dalla meta. Come dice il famoso slogan del Sessantotto americano: give peace a chance.

Credo che questo sia il significato della frase di Kaushik Basu, forse un po’ oscura per i non addetti, citata da Grillo: “Il diritto è lo strumento con il quale la società si coordina su uno specifico equilibrio che esprime un comportamento condiviso”. Ne deduco che l’affermazione “al diritto non compete di modificare la realtà” è una mezza verità; l’altra metà dice che il diritto può modificare la realtà, nel senso di contribuire a creare, o ricreare, negli esseri umani le motivazioni intrinseche che inducono le sue stesse condizioni di efficacia. Ne deduco anche, allora, che la freccia causale non va solo dalla pace al diritto ma pure nel senso opposto.

Concludo arrampicandomi di nuovo sulle spalle di Norberto Bobbio. Negli stessi giorni del gennaio 1991 in cui gli Stati Uniti, alla testa di una coalizione internazionale e con in tasca la risoluzione dell’ONU n. 678, attaccavano l’Iraq del feroce dittatore Saddam Hussein in reazione alla sua invasione del Kuwait, Bobbio scrisse che si trattava di una guerra giusta, creò scandalo e fu aspramente criticato dai pacifisti e dal resto della sinistra convinta che si trattasse solo di una guerra americana per il petrolio (N. Bobbio, Autobiografia, Laterza, 1997, pp. 243 e segg.).

Il giudizio di Bobbio derivava dalla sua concezione del pacifismo istituzionale. Per quanto c’impegnassimo -e dobbiamo centuplicare gli sforzi- a far della pace un imperativo categorico kantiano, non arriveremmo a instaurare la pace in terra finché non riuscissimo a favorire, proteggere e presidiare questo germe etico con apposite e solide istituzioni della pace. Queste istituzioni non possono presupporre che già esista ciò che esse stesse devono aiutare a venire alla luce.

La priorità delle istituzioni per la pace deve essere la creazione di sedi, strumenti, pratiche per la ricerca e attuazione di soluzioni negoziali solide, eque e durature. Nella gran parte dei casi ciò non richiede l’imperio di un’autorità sovranazionale, ma solo un ruolo di intermediazione, arbitrato e livellamento del campo di gioco (una delle parti può essere in stato di oggettiva inferiorità rispetto all’altra), che lascia le parti in causa protagoniste del proprio destino. Bobbio era poi giunto al giudizio estremo di guerra giusta – con dubbi crescenti a suo dire – trovandosi dinanzi al nocciolo duro del dilemma dell’uso della forza nei confronti di un “cattivo” assoluto. Possono sussistere istituzioni della pace assolutamente inermi?

Ricordiamo le lezioni “dinamiche” di cui sopra: chi getta le armi per primo non deve soccombere, e chi non fa altrettanto deve essere sanzionato. La risposta del grande filosofo è che il pacifismo istituzionale, non in alternativa ma di complemento al pacifismo etico, non ha lo scopo assoluto di eliminare la guerra, ma quello limitato di regolare l’uso della forza come ultima ratio mantenendolo entro gli argini dei fini e dei mezzi dettati dal diritto internazionale.  Imprescindibile è quindi il punto di come concepire e organizzare un sistema di difesa sovranazionale. È questo il punto su cui maggiore deve essere lo sforzo creativo, e di dialogo con l’intero arco delle culture all’interno della società, da parte del pacifismo istituzionale.