L’economia come disciplina in un’epoca di crescente frammentazione
Uno dei possibili modi per raccontare come si è articolata (e come si articola oggi) l’analisi filosofica nell’economia consiste nell’esaminare come, nel tempo, siano stati definiti i fondamenti filosofici e i limiti della conoscenza (epistemologia) di questa disciplina. Mentre in passato tale sforzo di definizione era considerato da economiste ed economisti un passaggio indispensabile per la costruzione dei loro approcci, oggi non lo è più. Intendendo con “fondazionalismo” la posizione che ritiene possibile una fondazione del sapere e delle scienze, in grado di legittimare le proprie pretese conoscitive, si può affermare che, in economia, nuove concezioni scarsamente fondazionaliste, se non persino antifondazionaliste, caratterizzano le riflessioni più recenti.
Con la matematizzazione e la tecnicizzazione (in senso sia formale sia applicato) dell’economia della seconda metà del Novecento, il dibattito sulla metodologia teorica si è affievolito nell’economia standard, sebbene non sia scomparso, mentre è rimasto e tuttora persiste negli approcci eterodossi. Verso la fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta del Novecento, inoltre, si costituì una sottodisciplina, la metodologia o filosofia dell’economia, specializzata nell’indagine dei presupposti e delle implicazioni filosofiche dell’economia sia standard sia eterodossa. Essa fu influenzata dai dibattiti sulla filosofia della scienza contemporanea di cui furono protagonisti, fra gli altri, Popper, Kuhn, Lakatos e Feyerabend. Naturalmente, circa quest’ultimo aspetto, la linea di demarcazione fra economia e metodologia dell’economia è labile, poiché, esplicitamente o implicitamente, ancora oggi molti ragionamenti di natura teorico-filosofica sono presenti nei contributi di economia che trattano questioni tecniche.
Pur non scrivendo specificamente di epistemologia dell’economia, Adam Smith, ne La storia dell’astronomia (in Saggi filosofici, a cura di Paolo Berlanda, Milano, Franco Angeli, 1984), si pose il problema generale dello statuto scientifico della scienza e del suo cambiamento nel corso del tempo. Modernamente, affermò che il modo appropriato per indagare la storia della scienza, in particolare l’astronomia, fosse quello di valutare la capacità dei sistemi non di approssimarsi alla verità della natura, bensì di fornire spiegazioni coerenti, capaci di far fronte alla continua osservazione di anomalie che mettevano in crisi i paradigmi interpretativi esistenti. Parlare di sistemi scientifici come dispositivi volti a produrre più coerenza che verità sollevava un problema fondazionale, poiché era ineludibile il confronto con Newton. Tuttavia, egli lasciò aperta la questione se il sistema di Newton fosse l’ultima e la più coerente delle “invenzioni dell’immaginazione” o se fosse “la scoperta di un’immensa catena delle verità”.
Le controversie sulla natura della scienza economica caratterizzarono l’economia classica e le scuole di pensiero successive, durante il diciannovesimo secolo. Questioni ricorrenti riguardarono il metodo (deduzione o induzione), il rapporto con la storia, la morale e le scienze esatte, la capacità di individuare leggi e verità economiche, ecc. Sullo sfondo, inoltre, rimase la questione se l’economia fosse una scienza avalutativa.
Ricardo fu favorevole all’uso dell’astrazione e del metodo deduttivo come strumenti per individuare leggi generali e affermò che l’economia politica, come “scienza”, ha il compito di determinare le “leggi” della distribuzione. Al contrario, Malthus, diffidando dell’eccessiva astrazione e insistendo sulla rilevanza dei dati empirici e storici, riteneva che l’economia politica non fosse una scienza esatta. Il tema fondazionale della “scienza esatta” si ripresentò con Nassau William Senior, che sosteneva che il compito dell’economia politica consistesse nell’identificare principi generali. Evocando i Principi matematici di Newton, per tutto l’Ottocento, il termine “principi” ricorse nei titoli di opere di numerosi economisti appartenenti a scuole diverse. Tale vocabolo, assieme a quelli altrettanto ricorrenti di “legge” e “verità”, contribuiva a formare un vocabolario fondazionalista, sebbene i significati che ad essi venivano attribuiti e i metodi di indagine che si proponevano potessero divergere radicalmente. Anche per John Stuart Mill la scienza è una “raccolta di verità”. Del resto, per lui, le leggi della produzione di ricchezza hanno il carattere delle “verità fisiche”, sebbene ritenesse che le regole della distribuzione riguardassero le istituzioni umane.
La riflessione sul metodo proseguì con la controversia fra Menger e la Scuola storica tedesca, in cui il primo sosteneva che l’economia teorica si occupasse delle forme e delle leggi generali dei fenomeni, mentre le scienze storiche e statistico-economiche si occupassero di fenomeni specifici e concreti. L’immagine dell’economia come scienza si rafforzò ulteriormente con Jevons e Walras. Jevons riteneva che la teoria economica fosse simile alla meccanica statica e che le leggi dello scambio fossero analoghe a quelle dell’equilibrio di una leva. Similmente, Walras affermava che l’economia politica pura presenta i tratti della scienza fisico-matematica. Infine, Pareto argomentò che l’equilibrio fosse il concetto fondamentale (fondante) delle scienze sociali, sviluppando molte considerazioni metodologiche che trovarono spazio nella sua riflessione sul ruolo della sociologia.
C’è un certo consenso nel ritenere che il metodo dell’economia neoclassica incorpori alcune idee del neopositivismo (o positivismo logico), prima fra tutte quella secondo cui la scienza, anche economica, dovrebbe spiegare le regolarità come manifestazioni di leggi. In questa prospettiva, i fenomeni da spiegare (explanandum) e le leggi su cui si fonda la spiegazione (explanans) sono collegati deduttivamente mediante enunciati verificabili. Sulla base di questo criterio, la spiegazione permetteva sia di interpretare i fenomeni passati sia di prevedere eventi futuri, data la conoscenza delle condizioni iniziali e delle “leggi”. Il positivismo logico fu criticato da Popper. Benché fosse genericamente sensibile ad alcune argomentazioni del filosofo della scienza viennese, Milton Friedman (La metodologia dell’economia positiva (1953), in Metodo, consumo e moneta, a cura di F. Cesarano e F. Spinelli, il Mulino, 1996) ripropose il tema della predicibilità con il suo strumentalismo, affermando che la validità di una teoria si misura in base alla sua capacità di predire le conseguenze di determinati corsi d’azione, pur non essendo le teorie e i modelli descrizioni dettagliate della realtà.
Concetti inerenti alla filosofia dell’economia sono stati affrontati nel corso della seconda metà del Novecento. Alcuni di essi, si pensi alla razionalità limitata e all’informazione, furono il frutto dell’elaborazione di economisti come Hayek, che oppone il concetto di ordine spontaneo a quello di equilibrio, Simon, che contesta il concetto neoclassico di razionalità, e Sen, che ridefinisce, sulla base dell’approccio delle “capabilities”, il concetto di benessere. Altri contributi sono stati sviluppati privilegiando argomentazioni più filosofiche. D. McCloskey (La retorica dell’economia (1985), Einaudi, 1988), in senso antifondazionalista, ha sostenuto che l’economia è più interessata a persuadere che a fornire criteri di verità. Il realismo critico, pur avendo sostenuto l’indipendenza del mondo esterno dalle nostre credenze e affermando che le teorie identificano leggi naturali che descrivono meccanismi e strutture sottostanti ai fenomeni percepiti, ha criticato il realismo empirico e l’idea di un isomorfismo tra la realtà e la conoscenza della realtà. Infine, numerose sono le concezioni che, criticando le assunzioni tradizionali dell’economia, pongono inevitabilmente problemi di natura filosofica. Economia comportamentale e psicologia economica, neuroscienze, teoria della complessità e approcci evolutivi ne sono esempi.
Che il dibattito odierno sia incentrato sulla disciplina “as a whole”, ma in senso appunto antifondazionalista, è solo in apparenza un paradosso (rimandiamo qui all’articolo di M. Cedrini, V. Erasmo, A. Ambrosino e J.B. Davis, “Economics: Pluralism in Times of Fragmentation, and the Chances of Polycentrism”, Review of Political Economy, 2026 e alla letteratura in esso citata). L’economia è stata per lungo tempo dominata dall’approccio neoclassico, tanto da coincidere con esso a un occhio esterno: formalismo, individualismo metodologico, ridotta rilevanza della dimensione etica, storica, culturale, enfasi sul concetto di equilibrio. E invece oggi appare disunita, senza fondamenti e persino senza paradigmi – frammentata, in una serie di programmi di ricerca (abbandoniamo quindi volutamente il lessico di Kuhn e abbracciamo la logica di Lakatos) specialistici, alternativi al – cioè critici del – core neoclassico, e aventi origine in altre discipline. Il successo stesso, nei decenni scorsi, dell’economia come disciplina, sempre più grande e dunque difficile da padroneggiare, ha prodotto una specializzazione sempre più radicale nella ricerca, favorita, peraltro, dalla disponibilità di tecniche computazionali rivoluzionarie e di Big Data.
La frammentazione ha tratti interessanti: economiste ed economisti hanno oggi, per la prima volta, un “trattino” – non sono più economists ma neuro-economists, complexity economists, feminist economists – che li collega a un’altra disciplina, spesso una di quelle un tempo invase dall’imperialismo dell’economia stessa, capace di imporre il proprio metodo in campi non di sua tradizionale pertinenza (la famiglia, la criminalità, la dipendenza da sostanze, e così via), scacciando via gli approcci rivali sulla base di una presunta superiorità del suo. E mentre si apre finalmente al dialogo interdisciplinare, l’economia diventa applicata, tanto da spingere la vincitrice (nel 2019) del Premio Nobel, Esther Duflo, ad accostare gli economisti agli idraulici – non i “dentisti” di cui scriveva Keynes nel 1930, immaginando un’economia resa finalmente pura tecnica dal venir meno del “problema economico” nella società post-capitalistica del futuro; ma, appunto, idraulici, plumbers che si preoccupano di suggerire persino come implementare, pragmaticamente, le politiche raccomandate sulla base delle loro ricerche.
La “policy relevance” dell’economia, che in passato appariva a sostegno dell’imperialismo della disciplina, oggi sembra dunque spingere in direzione opposta – in fondo, quello economico è il lessico preferito anche dai policy-maker, come ben sanno, ad esempio, gli ambientalisti che lo utilizzano proprio per promuovere politiche di sostenibilità. La rilevanza dell’economia richiede allora – pragmaticamente, anche qui – di soffocare la diversità interna, chiudendo gli spazi che un’ortodossia sempre più ristretta pareva aver concesso al pluralismo, per le ragioni ricordate sopra – nessuna delle quali ricercata intenzionalmente? Semmai è il contrario, verrebbe da osservare: se lo scenario attuale è di difficile interpretazione, è forse perché l’attuale scienza economica, “sorpresa” dai cambiamenti che la attraversano e dunque incapace di guidare il processo di frammentazione, difetta del coraggio che le deriverebbe da una sincera svolta verso il pluralismo. Il coraggio che le consentirebbe di concepire l’attuale pluralità di approcci non come elemento disfunzionale, ma come un tratto desiderabile per potenziare la sua capacità di interpretare i fenomeni sociali e incidere sulla realtà.
Un’economia indebolita, e cioè consapevolmente antifondazionalista, potrà pilotare i processi di cambiamento indotti dalla svolta applicata, dai big data e dall’intelligenza artificiale, nonché da relazioni sperabilmente sempre più democratiche con le altre discipline. Queste ultime potranno finalmente aiutare l’economia a comprendere non le questioni di cui si è occupata invadendo nel tempo i campi altrui, ma piuttostoi sistemi economici stessi, la cui complessità rende ormai del tutto obsoleti gli steccati disciplinari che l’economia di ieri difendeva, aggredendo; fingendo o sperando, erroneamente, di bastare a sé.