Il negazionismo climatico e la negazione dei trade-off: convergenze potenzialmente catastrofiche
Il 16 maggio scorso è apparso sul social network Truth social, questo post (maiuscole nell’originale):
“CHE SOLLIEVO! Sono 15 anni che i Dumocratici annunciano che il ‘cambiamento climatico’ sta per distruggere il pianeta,ma il principale comitato delle Nazioni Unite sul clima ha appena ammesso che le sue stesse proiezioni (RCP8.5) erano SBAGLIATE! SBAGLIATE! SBAGLIATE! Per troppo tempo gli attivisti del clima sono stati usati dai Dumocratici per spaventare gli americani, sostenere orribili politiche energetiche, investire miliardi nei loro programmi di ricerca fasulli. Diversamente dai Dumocratici che usano l’allarmismo climatico per investire miliardi nei loro programmi di ricerca fasulli la mia amministrazione sarà sempre basata su SCIENZA, VERITA’ E FATTI”.
Firmato il presidente Donald Trump (per la cronaca: Dumocrats è il termine con cui, non perdendo l’occasione per sfoggiare finezza, Trump da qualche tempo chiama i democratici, un termine costruito sulla parola ‘dumb’ – idiota.)
Ad originare questa affermazione di Trump è la recente pubblicazione – da parte del comitato internazionale responsabile – di un rapporto con la nuova generazione di scenari climatici, che sono quelli utilizzati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU per elaborare le proprie previsioni e valutazioni sul futuro del clima. Nel rapporto vengono esaminati gli scenari più estremi, utilizzati estesamente nella ricerca sul clima degli ultimi decenni. Tra di essi vi era il citato RCP8.5 (dove RCP sta per representative concentration pathways) che era il più pessimistico in quanto prevedeva, nell’ipotesi che nulla cambiasse in ambito energetico (business as usual), un aumento della temperatura media per il 2100 di oltre 4° rispetto al periodo pre-industriale.
Quello scenario, si legge nel citato rapporto, non è più plausibile e la causa sarebbero i progressi compiuti (benché insufficienti) nell’ambito delle energie rinnovabili; secondo altri, invece, quello scenario non era plausibile fin dal momento in cui venne formulato (nel 2011). Ma il punto rilevante è che se lo scenario inizialmente considerato peggiore sembra scongiurato restano in piedi altri scenari pur sempre preoccupanti; inoltre, e soprattutto, la lentezza dei progressi in campo energetico a livello mondiale porta ad escludere che possano verificarsi gli scenari migliori, sostanzialmente quelli che prevedono incrementi della temperatura mondiale media non superiori a 1,5°. Quindi, ritornando al post di Trump, se uno scenario è divenuto implausibile non vuol dire che si affermerà con certezza uno scenario tranquillizzante, anche perché i più tranquillizzanti appaiono, oggi, anch’essi implausibili.
Trump, non sorprendentemente, omette di menzionare anche questa ‘novità’ sul prevedibile futuro della temperatura del pianeta. E ciò non può sorprendere visto il suo impegno nel portare acqua al mulino del negazionismo, che richiede di raccontare, nel migliore dei casi, mezze verità. Verità che sono tali per più di metà obbligano a riconoscere che le catastrofi non sono certe ma possibili e prenderle sul serio potrebbe essere una strategia del tutto razionale, oltre che coerente con il principio di precauzione che è uno dei pilastri del trattato europeo.
Il negazionismo è, naturalmente, solo una delle strategie per depotenziare le politiche di prevenzione del cambiamento climatico. Un’altra, che circola molto anche in Europa, è quella che tende a liberarsi del problema sostenendo che proporsi di affrontarlo implicherebbe il raggiungimento in misura minore (ma si può in qualche misura dubitare che sarebbe così) di quelli che sono considerati i veri e prioritari obiettivi di una società. Usando altri termini si tratta della strategia (valoriale) che declassa a obiettivo irrilevante (o quasi) il contrasto al cambiamento climatico sulla base di una duplice assunzione: che perseguirlo significa indebolire la possibilità di raggiungere altri obiettivi e che il ‘valore’ di questi altri obiettivi è comunque tale che non si pone nemmeno il problema del confronto con il valore – ammesso che lo si riconosca – del contrasto al cambiamento climatico. In altre parole, non occorre confrontarsi con trade-off più o meno tragici grazie a quella scelta ‘valoriale’.
Quello che sta accadendo in Europa da qualche anno sembra rappresentare efficacemente questa strategia. E se l’obiettivo irrinunciabile prima si chiamava soltanto ‘crescita’ ora si chiama anche ‘competitività’. Approssimativamente dal 2024, dopo le elezioni europee, si è rafforzata una prospettiva, largamente opposta a quella che aveva ispirato nel 2019 il Green Deal, che concepisce tutti o quasi gli strumenti introdotti per limitare le emissioni climalteranti come vincoli che finiscono per ricadere negativamente sulla competitività e come tali da eliminare al più presto. Ne è prova la deregulation in corso, che ha portato anche alla proliferazione dei cosiddetti Omnibus che mirando a ‘semplificare’ anche le procedure decisionali (e non solo le norme) finiscono per favorire le attività di lobbying (quelle ‘cattive’) che forse non ne avrebbero neanche bisogno per produrre i risultati che da esse si attende chi le pratica.
L’Europa delle regole inutili e dannose è un leit-motiv che va ben al di là delle reali responsabilità per una vana burocratizzazione. E non si può, naturalmente, dare credito alle tesi che si vogliono prendere di mira solo gli strumenti della politica climatica europea e non anche i suoi obiettivi. Un esempio attualissimo: quello della richiesta, soprattutto da parte industriale, di recedere dai propositi di irrigidimento del sistema europeo dei permessi negoziabili (gli ETS) e, anzi, di allentare le regole già esistenti. I permessi negoziabili sono quelli di cui occorre disporre per effettuare, in un ampio numero di settori, emissioni inquinanti. Nel tempo quei permessi sono diminuiti di numero, per l’ovvia ragione che occorre fare questo se si vogliono ridurre le emissioni inquinanti, ma in discussione c’era anche la proposta di ridurre la quota di quei permessi concessi gratuitamente alle imprese che implica un parallelo e corrispondente aumento, a parità di emissioni, dei permessi da acquistare nelle aste o sul mercato. Quindi dei costi per le imprese.
Chiedere interventi come quelli appena indicati ovviamente non significa soltanto chiedere di modificare uno strumento. Significa incidere anche sugli obiettivi che, inevitabilmente, si fanno meno esigenti.
Tutto quanto precede può essere sintetizzato in questo modo. Un futuro che si presenta con tinte scure, di incerta intensità, chiama la generazione presente a sopportare dei costi, che peraltro potrebbero dare anche rilevanti frutti monetari (si pensi come esempio alle ricadute delle innovazioni richieste per l’utilizzo delle rinnovabili). Ma una congrua parte di coloro che dovrebbero sopportarli in maggior misura si oppone perché teme perdite che possono essere di straordinaria entità. Mi riferisco in particolare, ma non solo, agli azionisti delle imprese che ‘possiedono’ riserve di petrolio e gas che non potrebbero essere sfruttate se si rispettassero gli obiettivi climatici e che, pertinentemente, vengono chiamati investimenti incagliati. Si tratta spesso di grandi fondi finanziari. E una delle questioni da affrontare – ma non affrontata e possiamo chiederci il perché – è se possa prevedersi un indennizzo di qualche entità, e come finanziarlo, per queste ‘perdite’ che sembrano equiparabili, ma solo in superficie, a quelle che genera la distruzione creatrice di schumpeteriana memoria.
Costoro, e non solo loro, per sottrarsi a questi costi hanno soprattutto due strategie: il negazionismo (prevalentemente, ma non solo, trumpiano) e l’insistenza (europea, e non solo) che l’obiettivo è uno solo e preoccuparsi del clima vuol dire danneggiare seriamente quell’obiettivo.
Un mondo diverso da quello in cui ci capita di vivere si interrogherebbe seriamente sul negazionismo e facilmente arriverebbe alla conclusione che nulla è certo ma che i rischi, per quanto eventualmente bassi, sono catastrofici (anche se non in misura uguale per tutti e anche questo conta). E, forse, mediterebbe seriamente sul già citato principio di precauzione che nella irriducibile incertezza invita a comportarsi da rigorosi pessimisti. Inoltre, un mondo diverso troverebbe, da un lato, il modo per decidere quanto vale la (non meglio definita) competitività rispetto al cambiamento climatico e, dall’altro, si impegnerebbe per rendere il più possibile bassi (e il meglio distribuiti) i costi da sopportare per un dato miglioramento climatico nell’appropriato orizzonte temporale.
In altri termini, terrebbe gli occhi ben aperti di fronte a due sfide micidiali: quella dell’incertezza su eventi potenzialmente catastrofici; e quella (su cui ci proponiamo di ritornare) dei tragici trade-off tra obiettivi che una società giusta non può annullare appiattendosi su un unico obiettivo. Gli occhi del Green Deal su simili questioni erano semi aperti, ma ora sembrano aver subito uno shock da palpebre cadenti.