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Finanza

Politiche climatiche in Italia: quando l’equità fa la differenza*

Il cambiamento climatico è ormai un nodo centrale delle agende politiche, sia internazionali che nazionali, e la sua gestione richiede politiche non solo efficaci, ma anche percepite come legittime dai cittadini. In Italia, il tema è ancor più urgente e rilevante, poiché l’area mediterranea è tra le più esposte alla crisi climatica, con ondate di calore sempre più intense e un ritmo di riscaldamento superiore alla media globale.

In questo contesto, un gruppo di ricerca delle Università di Pavia e della Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha analizzato quali fattori influenzano il sostegno degli italiani alle politiche di mitigazione del clima, utilizzando un campione di 2000 partecipanti. Tale studio è uno tra i primi in Italia ed Europa e rientra nel più ampio progetto “IneqPer” sulla percezione delle disuguaglianze (Kulic et al. 2025)[†]. La ricerca mostra in che modo il sostegno pubblico alle politiche climatiche dipende da tre aspetti fondamentali: la fiducia nelle istituzioni, che aiuta a orientarsi in decisioni complesse; la percezione dell’urgenza climatica, influenzata da quanto prossimi sentiamo gli impatti del riscaldamento globale; e le preoccupazioni legate all’equità, ovvero quanto i costi della transizione siano distribuiti in modo giusto e sostenibile. Quest’ultima dimensione è oggi tra le più discusse e costituisce quindi il focus principale di questo articolo, poiché il tema di chi debba farsi carico dei costi della lotta al cambiamento climatico è particolarmente sentito.

Secondo il Climate Inequality Report (2023), uno dei rapporti più accreditati sul tema, sono soprattutto le fasce più ricche della popolazione e i Paesi ad alto reddito a contribuire maggiormente al riscaldamento globale. Su questo punto, Andrea Boitani offre un’analisi approfondita in un suo recente articolo pubblicato sul Menabò, in cui discute criticamente l’idea secondo cui gli accordi internazionali sul clima sarebbero contrari agli interessi americani, mostrando come in gioco siano soprattutto gli interessi dei gruppi più ricchi e delle imprese legate alle fonti fossili. In questo quadro, la Figura 1 mostra come i paesi a basso reddito abbiano emesso quote trascurabili di carbonio nel corso dell’ultimo secolo, mentre regioni come il Nord America e l’Europa abbiano prodotto metà di tutte le emissioni globali di gas serra accumulate dal 1850. La Figura 2, invece, riporta le tonnellate di emissioni di gas serra per gruppo di reddito ed evidenzia come la disuguaglianza climatica non è solo una questione tra paesi ad alto e basso reddito, ma anche tra gruppi più o meno abbienti all’interno delle singole nazioni. Ad esempio, in Nord America, il 10% più ricco della popolazione appare essere responsabile di circa 68 tonnellate di emissioni di gas serra pro capite, mentre il 50% con i redditi più bassi ne produrrebbe soltanto 10,4. In modo analogo, in Europa, il 10% più abbiente genera circa 29,4 tonnellate di emissioni pro capite, a fronte delle 5 tonnellate attribuibili alla metà meno abbiente della popolazione. Tuttavia, non è chiaro se e quanto gli italiani si preoccupino della “giustizia climatica” nelle decisioni quotidiane o nelle scelte politiche.

Figura : Emissioni storiche accumulate di CO₂ confrontate con i budget di carbonio rimanente nel 2020, ovvero la quantità che può essere ancora emessa prima di raggiungere 1,5°C o 2°C di riscaldamento globale (Fonte: Climate Inequality Report, 2023: p.20)

Figura 2: Tonnellate di emissioni di gas serra (GHG) per gruppo di reddito ed area geografica (Fonte: Climate Inequality Report, 2023: p.26)

Come analizzare le scelte dei cittadini? Per capire davvero cosa spinge a sostenere alcune politiche climatiche e a rifiutarne altre è stato utilizzato un conjoint experiment, un metodo che permette di osservare le preferenze delle persone mettendole di fronte a scelte concrete. Agli intervistati sono stati presentati dei pacchetti di politiche contro il cambiamento climatico tra cui scegliere. Ciascuno di essi è stato costruito combinando diversi elementi chiave , tra i quali: i Paesi che finanzierebbero la politica (solo i Paesi ricchi, tutti i Paesi in egual misura), i Paesi che ne beneficerebbero maggiormente (i Paesi più poveri, i Paesi più colpiti o quelli più impegnati nelle politiche climatiche), i gruppi sociali che trarrebbero vantaggio dalle misure di accompagnamento (come i gruppi a reddito più basso o le imprese), e le fonti di finanziamento (tasse su ricchi, tasse sulle emissioni, riduzione della spesa pubblica o tassazione generale).

Grazie a questo approccio è stato possibile identificare le dimensioni che più influenzano le scelte dei cittadini. Dopo aver indicato quale proposta climatica preferissero, ai partecipanti è stato chiesto di fare un ulteriore passo: valutare il loro livello di “giustizia”, su una scala da 1 (del tutto ingiusta) a 10 (pienamente giusta). Un modo semplice ma molto efficace per capire non solo le preferenze, ma anche quanto una misura scelta venga percepita come equa. L’esperimento è stato realizzato online tramite tecnica CAWI e ha coinvolto 2000 partecipanti tra i 18 e i 70 anni, selezionati in modo da rappresentare la popolazione italiana per genere, età, area geografica, istruzione e condizione lavorativa (Kulic et al., 2025 in Frontiers in Sociology, 2025).

Cosa pensano gli Italiani delle politiche del clima? I risultati mostrano che le disuguaglianze globali, come la divisione dei costi tra Paesi ricchi e poveri, sembrano pesare poco sulle preferenze delle politiche contro il cambiamento climatico. In media, non emergono differenze nella scelta della politica preferita in base a quali Paesi finanzierebbero la politica, ovvero la preferenza non cambia significativamente se una politica è finanziata principalmente dai Paesi ricchi – ed interpretata come una misura egualitaria – oppure se tutti i Paesi contribuiscono in proporzione al loro PIL pro capite – considerata non egualitaria. Risultati simili emergono per la seconda dimensione dell’egualitarismo globale: la scelta del pacchetto preferito non è influenzata dal sostegno previsto per i Paesi più poveri, con un PIL pro capite più basso, o per i Paesi attualmente più colpiti dal cambiamento climatico. Molto più forti sono le preoccupazioni per ciò che accade “in casa”, ossia chi pagherebbe la transizione dentro i confini nazionali. Le politiche che prevedono un contributo maggiore quando i redditi sono più alti o quando si inquina di più risultano più accettabili di quelle che impongono la stessa tassa a tutti. Anche le misure che agiscono sul lato della spesa pubblica, senza introdurre nuove imposte generalizzate, ricevono un sostegno più ampio. Al contrario, sussidi e incentivi a favore di gruppi a reddito più basso o delle imprese sembrano incidere meno sulle scelte: gli italiani sono più sensibili alla distribuzione dei costi che ai premi.

Lo stesso vale per la percezione di giustizia: tassazioni progressive, redistribuzione interna e sostegno alle famiglie a basso reddito aumentano in modo costante la percezione di giustizia. Le considerazioni sulla disuguaglianza globale non sono invece forti determinanti delle preferenze politiche in materia di clima.

In sintesi, gli italiani tendono a sostenere politiche climatiche che agiscono sulle disuguaglianze interne attraverso meccanismi progressivi. Le valutazioni di equità seguono lo stesso schema, con un’attenzione ancora più marcata agli aspetti redistributivi e al sostegno delle classi svantaggiate.

Tuttavia, non sempre vi è coincidenza tra scelta e valutazione. Esiste un divario tra ciò che le persone percepiscono come giusto e ciò che effettivamente preferiscono, soprattutto nella distribuzione dei costi e benefici delle politiche.

L’orientamento politico conta? Accanto ai fattori principali, lo studio analizza anche come l’orientamento politico degli intervistati influenzi preferenze e valutazioni. Infatti, la letteratura riporta e dimostra come le visioni politiche siano decisive nel modellare atteggiamenti e preoccupazioni ambientali. Generalmente, le persone con posizioni progressiste o liberali tendono infatti ad avere maggiore sensibilità verso il cambiamento climatico, mentre gli elettori conservatori sono in media più scettici. La retorica populista di destra, poi, contribuisce ulteriormente a frenare il sostegno alle politiche verdi, descrivendole spesso come ingiuste verso le classi lavoratrici o come una minaccia alla sovranità nazionale (Grasso et al., Climate Obstruction across Europe, 2024).

Quando si osservano le preferenze espresse nell’esperimento, però, il quadro si fa più sfumato. Le differenze ideologiche esistono, ma non determinano in modo uniforme né il sostegno alle singole misure né la percezione di giustizia. Gli elettori di destra preferiscono interventi orientati ad aiutare i Paesi più colpiti dagli impatti climatici piuttosto che i Paesi impegnati o poveri. Al contrario, chi si identifica con la sinistra mostra maggiore apertura verso soluzioni redistributive, come tasse più alte per chi percepisce redditi elevati o inquina di più.

Quali altre caratteristiche contano? Oltre alla visione politica, lo studio ha indagato quali altre caratteristiche individuali influenzano le scelte e la percezione di giustizia delle politiche di mitigazione del clima.

Per quanto riguarda le preoccupazioni egualitarie, queste emergono in maniera più marcata tra persone con istruzione e reddito da medio ad alto, donne, persone over 55 e chi ha conoscenze più limitate sul cambiamento climatico. Non c’è invece un consenso chiaro tra chi ha o non ha figli o tra occupazioni qualificate e non qualificate su come valutare l’equità delle politiche.

Questi risultati ci aiutano a capire che le preferenze verso le politiche climatiche non dipendono solo dagli orientamenti politico-ideologici, ma anche da età, genere, istruzione, reddito ed esperienze personali.

Implicazioni per le politiche di mitigazione in Italia. I nostri risultati offrono indicazioni preziose per la progettazione delle politiche climatiche. In primis, i meccanismi redistributivi nazionali, come la tassazione progressiva e il sostegno mirato ai gruppi a basso reddito, possono aumentare la percezione di equità e la fattibilità politica delle misure di mitigazione. In secondo luogo, la scarsa attenzione del pubblico alla giustizia globale rappresenta una sfida per le narrative internazionali sulla sostenibilità, in particolare nei Paesi avanzati. Una possibile spiegazione è che la distribuzione diseguale delle risorse naturali e degli effetti dei cambiamenti climatici sulle regioni già fragili resta marginale nel discorso mediatico. Invece, nei dibattiti pubblici, si tende a dare priorità ai costi della transizione energetica interna e alla loro distribuzione tra i cittadini, evidenziando come gli impatti ricadano spesso sulle classi sociali più deboli.


* Gli autori riconoscono il supporto del Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del progetto PRIN 2022, codice “P2022TWZN3” (IneqPer). Gli autori riconoscono il supporto del Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del progetto PRIN 2022, codice “P2022TWZN3” (IneqPer).