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Finanza

Vincoli strutturali, specializzazione produttiva e crescita debole nell’economia italiana

La debolezza strutturale della crescita economica italiana rappresenta uno dei principali nodi irrisolti del dibattito economico europeo. A partire dai primi anni Novanta, l’Italia ha mostrato una performance sistematicamente inferiore rispetto a Francia e Germania, evidenziando una divergenza che si è progressivamente ampliata nel tempo e che precede sia la crisi finanziaria globale del 2008 sia la recessione indotta dalla pandemia di Covid-19.

Grafico 1

Nostra elaborazione su dati Eurostat

Una parte rilevante del dibattito pubblico ha interpretato la stagnazione italiana come il risultato di rigidità del mercato del lavoro, di un’eccessiva pressione fiscale o di un presunto eccesso di intervento pubblico. Queste letture tendono tuttavia a trascurare la relazione fondamentale tra domanda, investimenti e struttura produttiva, ignorando i vincoli reali entro cui operano le imprese e producendo spiegazioni parziali e politicamente fuorvianti (Graziani, 1994).

La bassa crescita italiana dipende soprattutto da limiti tecnologici e produttivi: il Paese è specializzato in settori a basso contenuto tecnologico e manca una politica industriale coerente. In questo quadro, anche quando aumentano la domanda e gli investimenti, il sistema produttivo tende a restare com’è, invece di avviare un vero percorso di sviluppo.

Divergenza di lungo periodo e paradosso degli investimenti. La minore crescita dell’economia italiana non costituisce un fenomeno recente. Già a partire dal 1992, l’Italia ha registrato tassi di crescita inferiori alla media europea, con una differenza annua nell’ordine di mezzo punto percentuale di PIL. Questa dinamica si è mantenuta nel tempo, attraversando fasi cicliche differenti e configurandosi come un tratto strutturale del modello di sviluppo.

Un elemento centrale è che tale divergenza non può essere spiegata facendo riferimento a una carenza quantitativa di investimenti. Nella fase successiva al Trattato di Maastricht, le imprese italiane hanno infatti aumentato in modo significativo gli investimenti, spesso con tassi di crescita superiori a quelli osservati in altri Paesi europei.

Grafico 2

Nostra elaborazione su dati Eurostat

La persistenza di una crescita debole nonostante livelli relativamente elevati di investimento suggerisce che il problema risieda non nella quantità, ma nella qualità degli investimenti e nella loro coerenza con la struttura produttiva e la domanda effettiva.

Investimenti, PIL e struttura produttiva. Investimenti e PIL presentano una forte correlazione, indicando una stretta interdipendenza tra accumulazione di capitale e dinamica della domanda. In questo quadro, la domanda aggregata rappresenta il motore iniziale della crescita, mentre l’investimento consente alle imprese di adeguare la capacità produttiva alla domanda emergente. La relazione tra investimenti e PIL assume pertanto una configurazione circolare, piuttosto che riconducibile a una causalità unidirezionale.

Grafico 3

Nostra elaborazione su dati Eurostat

A partire dal 2008, il marcato calo del rapporto investimenti–PIL riflette il rallentamento della domanda associato prima alla crisi finanziaria globale e poi alla crisi dei debiti sovrani. In linea con la tradizione kaleckiana, l’aggiustamento che ne è seguito può essere interpretato come un processo di “distruzione creatrice non neutrale”, che ha inciso in modo asimmetrico sui sistemi produttivi europei.

Nonostante la ripresa osservata dopo la crisi pandemica, permangono differenze significative nei tassi di crescita del PIL tra Paesi, anche a fronte di un aumento degli investimenti. Ciò indica che l’efficacia dell’investimento nel sostenere la crescita dipende dalla struttura dell’offerta. In presenza di rigidità produttive, l’espansione della domanda tende a tradursi in un aumento delle importazioni o in pressioni inflazionistiche, riducendo l’impatto sul prodotto.

Specializzazione produttiva e composizione degli investimenti. Seguendo l’impostazione keynesiana e post-keynesiana, gli investimenti devono essere interpretati come lo strumento attraverso cui le imprese si preparano a soddisfare una domanda attesa, funzione del livello e della distribuzione del reddito. Quando la domanda cresce, non aumenta solo la quantità dei beni consumati, ma muta anche la loro composizione, orientandosi verso beni e servizi a più elevato contenuto tecnologico.

Nel caso italiano, la specializzazione produttiva nei settori tradizionali orienta gli investimenti verso beni intermedi e tecnologie incorporate prodotte all’estero, con l’obiettivo di competere sui costi in mercati maturi. Ne deriva un circolo vizioso in cui la struttura produttiva limita la qualità degli investimenti, mentre la natura degli investimenti contribuisce a riprodurre la struttura produttiva esistente.

Grafico 4

Nostra elaborazione su dati Eurostat

I dati mostrano che, tra il 1995 e il 2024, l’Italia ha progressivamente perso posizioni nella produzione di beni capitali e beni intermedi strategici. La correlazione tra investimenti e PIL rimane elevata, mentre quella tra investimenti e produzione di beni capitali risulta sensibilmente più bassa (0,5), segnalando che una parte rilevante degli investimenti non rafforza la capacità produttiva nazionale nei comparti a più alto contenuto tecnologico.

Vincolo tecnologico e ruolo dello Stato. Il superamento del vincolo tecnologico richiede un ruolo attivo dello Stato, sia nel coordinare gli investimenti sia come attore diretto nei settori emergenti, anche attraverso imprese pubbliche. Un passaggio decisivo riguarda l’industrializzazione della ricerca pubblica e dei centri di eccellenza, per orientare la struttura produttiva verso filiere a più alto valore aggiunto e contenuto tecnologico.
In questa prospettiva, si potrebbe istituire una società pubblica – eventualmente facendo leva sulla Cassa Depositi e Prestiti – incaricata di sostenere, con capitale pubblico e privato, le imprese che trasformano la ricerca pubblica di frontiera in produzione. Una volta raggiunta la piena capacità di operare sul mercato, il settore pubblico potrebbe ritirarsi, cedendo le proprie quote e lasciando imprese solide, in grado di competere sul piano tecnologico a livello internazionale.

Poiché le principali traiettorie tecnologiche contemporanee – dall’intelligenza artificiale alla transizione energetica – superano le capacità dei singoli Stati europei, tali iniziative dovrebbero inserirsi in un coordinamento delle politiche industriali a livello europeo.
In questo quadro, l’idea che la spesa militare possa fungere da motore di crescita appare tecnicamente infondata, data la debolezza del suo moltiplicatore e la sua limitata capacità di generare esternalità produttive.

Conclusioni. La stagnazione dell’economia italiana è il risultato di un assetto strutturale che impedisce alla domanda e agli investimenti nazionali di tradursi in un processo di crescita. Nel tempo, la rinuncia a una politica industriale esplicita e il ricorso prevalente a incentivi orizzontali hanno contribuito a indebolire la funzione economica dell’investimento, orientandolo più verso l’ottimizzazione fiscale che verso l’espansione della capacità produttiva.

In questo contesto, l’investimento tende a perdere il suo legame con la domanda emergente e con le aspettative di crescita, trasformandosi in uno strumento subordinato alla disponibilità di agevolazioni pubbliche. Ne deriva uno snaturamento della sua funzione: invece di sostenere l’innovazione e la trasformazione del sistema produttivo, l’investimento risponde principalmente alla convenienza fiscale offerta dagli incentivi.

Invertire questa traiettoria richiede una politica industriale selettiva, in grado di orientare gli investimenti verso i settori a più alto contenuto tecnologico, di rafforzare le filiere produttive e di ricostruire un legame strutturale tra il sistema della ricerca e il tessuto industriale. In un’economia che ha progressivamente perso specializzazione nei comparti strategici, la domanda pubblica e gli investimenti collettivi assumono un ruolo decisivo non solo nel sostenere l’attività economica, ma nel guidarne la trasformazione.
In assenza di una simile strategia, l’espansione della domanda e degli investimenti rischia di riprodurre l’assetto produttivo esistente, dando luogo a una crescita strutturalmente debole e a una progressiva marginalizzazione dell’economia italiana nello scenario globale.